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“Hand. Cannot. Erase.” di Steven Wilson: la recensione

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A distanza di due anni dal suo terzo album da solista [The raven that refused to sing (and other stories)] Steven Wilson, cantante, polistrumentista e fondatore dei Porcupine Tree ci propone il suo ultimo lavoro dal titolo Hand. Cannot. Erase., uscito lo scorso 27 Febbraio. Il concept dell’album è basato sulla vera storia di Joyce Carol Vincent, a cui è stato dedicato il docu-film Dream of a life di Carol Morley. Lo stesso Wilson ha dichiarato in un’intervista che l’idea di questo nuovo lavoro gli è venuta proprio guardando il già citato film.

Quella di Joyce Carol Vincent è una storia parecchio drammatica: era una donna londinese di origine caraibica che fu trovata morta il giorno di Natale del 2006, nel suo appartamento, a distanza di ben tre anni dal decesso, senza che nessuno l’avesse mai cercata. Fu trovata da operai dell’ufficio d’igiene chiamati dalla vicina di casa a causa di un tanfo insopportabile. Ovviamente costoro non sospettavano che la puzza derivasse da un corpo in cancrena in mezzo a tanti piccoli regali impacchettati.

Un'immagine di Joyce Vincent, morta nel 2003
Un’immagine di Joyce Vincent, morta nel 2003

La donna a quanto pare aveva subito parecchi traumi, dalla precoce morte della madre, all’abbandono del padre, alla separazione con le sue sorelle. Si diceva inoltre che avesse un talento vocale naturale e che sarebbe diventata la nuova Whitney Houston, ma non diventò mai famosa, poiché decise misteriosamente di chiudersi in se stessa e di non uscire più di casa fino alla sua morte. Probabilmente non era mai riuscita a superare i suoi traumi infantili, oppure qualcosa aveva fatto traboccare il suo mondo: non sapremo mai la verità, ma ciò che di certo sappiamo è che lei avrebbe sognato di vivere una vita normale e felice.

Con una storia del genere è normale rimanere affascinati, e il caro Steven Wilson non è stato da meno. L’artista però ha voluto riscrivere la storia di Vincent e, basandosi su alcuni fatti della sua vita, ha creato H, la protagonista dell’album e del libro scritto da Wilson (che si trova nell’edizione deluxe del cd). Le origini di questo personaggio sono molto diverse da quelle della donna londinese; inoltre qui si parla di un certo grande amore della protagonista, l’amore così grande a cui è riferito l’album e la canzone omonima Hand Cannot Erase.

Il primo impatto musicale è leggermente spiazzante. Sebbene il tocco dei musicisti e di Wilson stesso sia presente e riconoscibile, in quest’opera si esplorano molto di più le sonorità elettroniche, pop e melodiche. Gli 11 brani che compongono l’album sono tutti pezzi molto vari fra loro ma facilmente ricollegabili come pezzi di un unico tassello.

Si inizia con l’introduzione, First Regret (2:01), in cui sentiamo per la prima volta il motivo del pianoforte di Adam Holzman, un leitmotiv che sentiremo spesso e volentieri nel corso dell’album , come una sorta di filo conduttore fra un brano e l’altro.

Si passa poi a 3 Years Older (10:18), in cui si sente in modo molto chiaro l’impronta fortemente progressive di Wilson. La canzone inizia con un tappeto che punta tutto sull’emozione con l’ascoltatore, sembrerebbe quasi la OST di una scena clou di qualche serie, a questo però si affianca presto la chitarra di Guthrie Govan con un riff molto orecchiabile, a cui si aggiungono anche Nick Beggs al basso e Marco Minnemann alla batteria. Che dire: è il primo pezzo musicalmente completo dell’album, in questo brano i musicisti, fra i migliori nel loro campo, mostrano tutta la loro abilità congiungendosi perfettamente e regalando una canzone sì con un testo molto più melodico di quelli a cui l’artista ci ha abituati, ma sempre abbastanza valido per quanto riguarda la varietà e la capacità di restare impresso nelle menti di chi l’ascolta.

Steven Wilson ha fondato il gruppo progressive rock dei Porcupine Tree
Steven Wilson ha fondato il gruppo progressive rock dei Porcupine Tree

Il terzo brano Hand Cannot Erase (4:07) è sicuramente il pezzo più pop dell’intero album e quello che ai fan più affezionati farà inizialmente storcere il naso. Dopotutto in pochi si sarebbero aspettati che fosse arrivato quel giorno: il giorno in cui Wilson avrebbe cantato una canzone quasi romantica. Il pezzo però è probabilmente il più importante tassello del disco, e non solo perché è anche il singolo che dà il titolo all’opera, ma perché il punto di vista di H qui è più tangibile rispetto alle altre canzoni. Un punto di vista da cui riaffiorano ricordi di un amore incancellabile da mani umane e in cui l’impatto emotivo con l’ascoltatore si trova ai massimi livelli.

L’album si mantiene vario per tutta la sua durata e la playlist con cui è stato compilato è davvero ottima, riuscendo a trovare il mix giusto fra canzoni con influenze elettroniche e fusion (Routine ed Home Invasion) ed altre molto più lente e melodiche, quasi ballate (come Happy returns e Perfect life: nel primo brano risentiremo il leitmotiv già introdotto con la prima traccia), in modo da non annoiare mai e di mantenere sempre vivo l’interesse di chi l’ascolta, curioso nel sentire la prossima variazione di genere.

In breve, anche se più commerciale rispetto agli altri lavori dell’artista, quest’opera si dimostra lo stesso un figlio più che degno. Inoltre l’intento di trasmettere emozioni risulta più che riuscito.

Quella di Joyce Carol Vincent è una storia che fa riflettere, che ti fa immaginare di essere al suo posto, che ti provoca parecchia empatia. E’ una storia da cui ognuno trae le proprie conclusioni e i propri pensieri, e Steven Wilson è riuscito in maniera più che degna a trasmettere i propri.

 

Hand Cannot Erase

 

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About Mr. Tambourine Man

Chi è Mr. Tambourine Man? Nessuno lo sa con certezza. Intorno a lui aleggia un'aura di mistero: per alcuni è un ex chitarrista dei Nirvana reso nostalgico dall'età, per altri un giovane rapper dal sound elettronico, per altri ancora una cantante di opera lirica con la passione per la pop dance. O forse lo stesso lettore. Mr. Tambourine Man vi guiderà in un viaggio mistico attraverso la musica.

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