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“Gulîstan, Land of Roses”

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, Settima Arte
Zayne Akyol, pluripremiata regista di origini curde che oggi vive in Canada.
Zaynê Akyol (1987) è una pluripremiata regista di origini curde. Attualmente vive in Canada

Le guerre possono essere raccontate in molti modi, che si possono collocare nel ventaglio che va dal puro realismo obiettivo alla retorica soggettivistica. I soggetti di cui si narra possono essere molteplici: dai combattenti ai capi di stato, dai civili alle organizzazioni umanitarie. Quasi sempre però il vero protagonista resta lo stesso, ovvero il conflitto in sé e per sé. Gulîstan, Land of Roses, documentario di Zaynê Akyol, è un eccezione che esce dagli schemi consueti, focalizzando la narrazione solo sui combattenti e ponendo il conflitto sullo sfondo.

Le motivazioni di questa scelta stilistica risalgono alla biografia della regista, cresciuta in Canada ma di origini curde, che con queste parole spiega cosa l’abbia spinta a voler raccontare la storie di alcune giovani donne che hanno deciso di arruolarsi nel PKK: «Ho incontrato Gulîstan, che aveva quindici anni più di me, e una storia simile alla mia: eravamo entrambe di origine curda, nate nello stesso villaggio della Turchia. È stata per me come una sorella maggiore, un modello. Quando scomparve per arruolarsi nel PKK non capii il significato del suo gesto. Una parte di lei è nella storia di questo film».

In questi anni abbiamo imparato a conoscere il Partito dei Lavoratori del Kurdistan soprattutto grazie alla loro presenza in prima linea nella guerra contro l’IS, un conflitto che spesso ci viene raccontato come una guerra di posizione, molto più simile alla prima guerra mondiale che a quelle più contemporanee, e i giornalisti presenti sul campo ci descrivono la battaglia di questi combattenti come simile a quella dei partigiani italiani. Ciò che è certo è che il loro intervento in Iraq è stato essenziale, grazie soprattutto all’ esperienza di guerriglia maturata in più di trent’anni. Non tutti sanno infatti che il PKK da anni lotta per l’indipendenza del Kurdistan, che ad oggi è riconosciuto come una nazione ma non come uno stato indipendente, e che si suddivide tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e Armenia. Proprio per questo dal 1997 è incluso nelle lista delle formazioni terroristiche del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America e nel 2002 in quelle dell’Unione Europea.

Alcune delle combattenti protagoniste del documentario
Alcune delle combattenti protagoniste del documentario

Un elemento rilevante e poco comune, ma che ha avuto un fortissimo eco mediatico, è la presenza di moltissime donne combattenti nelle fila del PKK, che nelle montagne del Kurdistan resistono quotidianamente agli attacchi di Turchia da un lato e Is dall’altro. Ed è in questo spazio che la regista Zaynê Akyol ha voluto inserirsi, per ritrovare la sua amica e tata Gulîstan tra le donne che come lei da giovanissime hanno deciso abbandonare tutto per aderire anima e corpo alla causa di Abdullah Öcalan, detto APO, fondatore e leader del PKK, ma soprattutto comprenderne le ragioni più profonde.

Ciò che ne risulta è un magnifico documentario che ci racconta la quotidianità di queste donne, che si suddivide tra estenuanti addestramenti per prepararsi a scendere in campo e momenti di leggerezza. E sono proprio questi ultimi a stupire lo spettatore maggiormente, poiché sembrano alieni e massimamente distanti rispetto al cruento conflitto a cui si stanno approssimando queste combattenti. Ma è la stessa regista ad insistere con queste scene, soffermandosi soprattutto sugli attimi che riportano all’elemento umano di un fenomeno che al contrario ha come obiettivo solo lo svilimento degli esseri viventi che divengono meri obiettivi da neutralizzare.

Queste donne non hanno affatto perso la loro femminilità, nemmeno nella condizione estrema in cui si ritrovano a vivere, e nel film moltissime sono le immagini che le ritraggono mentre curano i loro capelli scuri, tratto tipico delle donne curde. Ma anche quest’aspetto di leggera vanità porta con sé sempre il lato più oscuro della guerra, divenuta ormai il senso della loro esistenza, tanto da portare una combattente ad affermare nel documentario che desidererebbe avere una cicatrice sulla guancia, sicura che questo la renderebbe più bella.

Una combattente bacia il suo fucile, compagno di numerose battaglie
Una combattente bacia il suo fucile, compagno di numerose battaglie

Accanto alle immagini di loro che giocano a bandiera ve ne sono altrettante che le ritraggono mentre sono intente a pulire la loro arma, processo effettuato con massima cura, e accompagnato da una descrizione nei minimi dettagli dell’oggetto, della marca e della provenienza. L’arma è divenuta parte integrante del loro corpo ma anche amica e compagna fidata.

In alcune scene Zaynê Akyol segue da vicino alcune delle protagoniste per scavare nella profondità dei loro animi e per mettere in primo piano la loro vita interiore, per scoprirne i fantasmi e i lati più oscuri, spesso mascherati da gesti meccanici o da espressioni di fierezza per ciò che stanno per compiere. E qui la narrazione si fa più commovente grazie ai racconti che rimandano alla loro fanciullezza, ad un contesto di gioia familiare spezzato dalla loro decisione di abbandonare tutto. Quelle che ci parlano sono perlopiù donne giovanissime, spesso appena maggiorenni, profondamente coscienti della loro missione e del pericolo della loro scelta, ma orgogliose di combattere per i diritti del popolo curdo.

Nella parte finale la regista ci descrive il viaggio che porta alcune di loro sul fronte, per cominciare l’ennesima estenuante battaglia contro l’IS. Qui le donne si mescolano agli uomini, e non è affatto insignificante evidenziare come tra loro non si scorga alcuna differenza di genere o discriminazione: sono tutti combattenti, tutti uguali, e si rapportano semplicemente come tali.

Una delle scene finali in cui una combattente pronuncia le ultime parole prima di cominciare il conflitto
Una delle scene finali in cui una combattente pronuncia le ultime parole prima di cominciare il conflitto

Giunti al fronte una delle combattenti si dice felice, perché finalmente può osservare gli uomini di Is con il mirino. La battaglia è vicina, la tensione si fa palpabile e si mescola alla gioia data dalla consapevolezza di poter salvare le vite dei compagni che si trovano sotto il giogo degli uomini del Califfato nero. Qui il film si interrompe non lasciando spazio al combattimento. Nessuna scena di guerra è inclusa, e ciò lascia lo spettatore senza risposte sul destino di queste combattenti. Questo rafforza ancor di più l’obiettivo che sin dal principio ha animato la regista, ovvero raccontare solo la storia di queste donne che si preparano allo scontro, senza permettere a quest’ultimo di divenire il protagonista.

Ciò che ne esce è un magnifico documentario, che descrive il lato più nascosto di quello che sarà uno spaccato storico del mondo contemporaneo. Un racconto commovente che coinvolge lo spettatore fino a portarlo lì, nelle montagne del Kurdistan, dove delle giovani donne tengono le redini del destino del popolo curdo.

 

 


 

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About Giulia Menegaldo

COLLABORATRICE | Nata in Provincia di Treviso, laureata alla triennale in Filosofia a Padova, ora vive a Bologna dove è iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze Filosofiche. Coltiva anche le passioni per la letteratura, l'arte, il cinema e la musica. Dal 2013 è iscritta al Partito Democratico e partecipa alle attività del direttivo del piccolo Comune dove è cresciuta.

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