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La guerra è l’unica soluzione?

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pengisytiharan-isisCi risiamo. Sono passati 13 anni dal tragico attentato alle torri gemelle che, per tutto il mondo occidentale, è stata la vera dichiarazione di guerra da parte di quella fetta di mondo, arabo e mediorientale, che proprio non digerisce l’ideologia a stelle e strisce e tutto ciò che ne consegue. I meno attenti probabilmente pensavano che con la guerra in Iraq ed Afghanistan, voluta fortemente dall’ex Presidente americano George W. Bush, il blocco occidentale avesse definitivamente schiacciato quei terroristi islamici, riportando una vittoria a dir poco trionfale. I più attenti invece non si sono sorpresi alla vista delle nuove immagini di terrore che hanno coinvolto l’esecuzione di alcuni giornalisti che, come fosse quasi una colpa, avevano deciso di voler raccontare la guerra direttamente dai luoghi più colpiti, a prescindere dalle loro cittadinanze americane o britanniche.

La guerra è ricominciata o forse, appunto, non è mai finita. Ciò che è cambiato sono gli interpreti; il nuovo nemico  è l’Isis, l’autoproclamato califfato trasnazionale che richiama al suo interno soggetti accomunati da un radicato integralismo islamico e da un fortissimo odio per le strutture e sovrastrutture dell’Occidente. Quello che colpisce, tuttavia, è la perfetta organizzazione dell’Isis, anche maggiore rispetto a quella di Al-Qāʿida, il suo fortissimo radicamento nel territorio ma, soprattutto, i suoi numerosissimi “infiltrati” proprio nei Paesi “nemici”. Ed è proprio questo che incute ancora più timore: ci ritroviamo davanti ad un nemico quasi invisibile, perfettamente integrato nella nostra società. Un nemico che veste come noi, che parla la nostra lingua e che cammina tutti i giorni nelle nostre affollate città.

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Mappa dell’espansione dei territori sotto il controllo dell’Isis

Il pericolo è serio e non può essere certamente trascurato; ciò ha costretto il presidente americano Barack Obama ad affrettare una strategia per contrastare l’imminente minaccia. Proprio pochi giorni fa, Obama ha annunciato le linee guida del piano militare che vedrà gli Stati Uniti e i suoi alleati in una azione di forza in Iraq e in Siria. Mentre in Iraq gli Stati Uniti hanno una certa esperienza di operazioni militari (guerre del 1991 e del 2003), in Siria la situazione è molto delicata: le milizie alleate degli Usa, infatti, sono state totalmente annientate e assorbite dall’esercito dell’Isis. In Siria, dunque, non ci sono partner credibili.

Ci sono eccome i partner, invece, nell’area della NATO. Quella che in queste ore si sta venendo a creare è una folta ed eterogenea coalizione che include i Paesi Europei ed altri che rivestiranno ruoli delicati e nevralgici: la Giordania per l’attività di intelligence, l’Iraq e la copertura aerea della coalizione per chi deve condurre le operazioni sul campo. Importante il coinvolgimento dei clan tribali sunniti per togliere ossigeno all’Isis. Occorre che la Turchia, invece, svolga il compito fondamentale di controllare il suo territorio, punto di passaggio per i volontari stranieri dell’Isis. In questi ultimi due anni il Paese turco ha assunto una posizione ambigua agli occhi del mondo, non ostacolando la presenza e il transito degli estremisti. Ciononostante, è anche vero che alcuni dei droni e caccia statunitensi partono dalla base turca di Incirlik. Ci sono poi, ovviamente, gli alleati israelianisauditi, preoccupati dell’espansione dei jihadisti. Infine c’è la mina vagante rappresentata dall’Iran, di fatto alleato ma che di certo non mantiene rapporti distesi con gli Stati Uniti e l’Occidente in genere ma che, grazie alla sua posizione geografica, diventa uno Stato strategico indispensabile.

Di sicuro Obama non può dormire sonni tranquilli. Si profila l’ennesima guerra dunque, pressoché ideologica, indubbiamente non fredda. Ciò che però merita una riflessione sono questi 13 anni appena trascorsi: un lasso di tempo in cui il blocco atlantico si è impegnato fortemente nel contrastare il nemico invisibile del terrorismo e questo impegno si è tramutato nelle invasioni armate in Iraq e in Afghanistan nel 2003. Se è vero, tuttavia, che dalla storia possiamo sempre trarre degli importanti insegnamenti ed esperienze, la domanda sorge spontanea: a cosa hanno apportato 13 anni di bombardamenti? Son bastati per eliminare il nemico? O forse lo hanno reso ancora più forte, organizzato e assetato di vendetta? E’ ancora il caso di continuare su questa via?

Non esiste di certo una soluzione preconfezionata a queste domande, ma rimangono comunque delle riflessioni a cui noi occidentali non possiamo più sottrarci. Oggi abbiamo l’ennesimo banco di prova: possiamo dimostrare che dagli errori del passato si può imparare qualcosa, per costruire un mondo migliore e, soprattutto, in pace.

Noi non sgozziamo i prigionieri, disponiamo della democrazia e della libertà, sosteniamo a gran voce di essere la reincarnazione stessa della parola “civiltà”.

Dimostriamolo.

 

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About Fabiano Catania

COLLABORATORE | Classe 1990, siciliano di nascita ma pisano di adozione. Station Manager di RadioEco, radio dell'Ateneo di Pisa, da sempre ha una grande passione per la scrittura e l’informazione libera. Si interessa di musica indipendente ed è un appassionato del cinema d’autore.

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