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Let’s stick together: gli scozzesi dicono No alla secessione dalla Gran Bretagna

Pubblicato il Pubblicato in Politica ed Economia, Recenti, Sguardo sul Mondo

image1Giovedì 18 Settembre: è il giorno degli scozzesi, chiamati alle urne per decidere se restare o lasciare la Gran Bretagna e dar vita al sogno di William Wallace di una Scozia indipendente dal giogo di Westminister. I seggi sono aperti dalle 7 del mattino e si sono chiusi alle dieci della sera, con un’affluenza del voto da record, si parla del 85% degli scozzesi aventi diritto al voto (tra cui figurano per la prima volta anche i sedicenni), segno della massima importanza di questo referendum. Per ora il risultato è incerto, gli stessi leader dei due movimenti contrapposti tra loro – Alex Salmond, leader dei secessionisti, nonché Primo Ministro del Parlamento scozzese, e Alistair Darling, leader della campagna unionista Better Together – hanno detto che sarà una vittoria sul filo di lana, gli indecisi saranno come sempre determinanti. L’amore per la propria comunità nazionale, la convinzione che possa esistere come Stato contro la fedeltà al Regno Unito e la convinzione che senza il governo di Londra e i suoi investitori la Scozia andrebbe in default e non uscirebbe più dal baratro.

La campagna elettorale è stata ben condotta da parte dei secessionisti, capaci di tracciare le possibilità economiche come un certo monopolio delle proprie risorse economiche, a cominciare dal petrolio fino  alle risorse naturali rinnovabili, e scenari di politiche sociali fortemente volute sin dai tempi del conservatorismo della Thatcher, il cui spettro è stato più volte richiamato da Salmond e dai secessionisti per sottolineare quanto il governo britannico abbia affossato la classe operaia piuttosto che dar loro ascolto. E se la Gran Bretagna ha dichiarato ripetutamente che ormai è satura di immigrati, il National Scottish Party punta i piedi e afferma che, in caso di vittoria, aprirebbero le frontiere a tutti coloro che fuggono da guerre, carestie e crisi economiche, segno di un nazionalismo scevro da ogni chiusura in se stessi, un nazionalismo civico che ha spinto gli stranieri ormai residenti in Scozia a votare per il futuro della loro nuova casa.  Sul fronte unionista, invece, la campagna elettorale è stata condotta in maniera quasi sottotono, attaccata più a statistiche e sondaggi che a proporre cambiamenti nei rapporti Londra-Edimburgo tali da far riflettere sul voto anche il secessionista più incallito.

Certo, i quasi commoventi discorsi di David Cameron e dei leader dei tre principali  partiti politici britannici sul “quanto è bello essere uniti” e su come “la Gran Bretagna sia speciale perché si lotta insieme sin dal 1707” hanno avuto il loro effetto, ma non per le parole di orgoglio patriottico, bensì per l’illustrazione delle prospettive future che toccheranno alla Scozia in caso di indipendenza. Dal punto di vista economico, la Scozia dovrebbe accollarsi una parte del debito pubblico, utilizzare una nuova moneta e dovrebbe cercare nuovi investitori, giacché quelli attuali lascerebbero il territorio scozzese in caso di indipendenza.

UK flag conponantsLa Scozia potrebbe orientarsi verso l’adozione dell’euro e questo ci porta alla questione europea: l’ex presidente della Commissione  Europea Barroso ha fatto intendere che sarebbe difficile per un Paese, che si è staccato da un Paese membro della UE, entrare a far parte dell’Unione, poiché occorrono i voti favorevoli dei 28 Stati membri, ne basterebbe solo uno negativo per bocciare la sua candidatura. E i veti  a sfavore di una possibile entrata della Scozia in caso di secessione sono stati già pronunciati da Paesi che covano al loro interno movimenti secessionisti: la Spagna è alle prese con una Catalogna più che mai agguerrita e il Belgio sta facendo i conti con le Fiandre. Bisogna sottolineare come i secessionisti scozzesi guardino con favore all’Unione Europea, al contrario di molti movimenti separatisti che hanno pronunciato un niet categorico all’eventualità di sottostare al volere di Bruxelles e della Troika. In maniera quasi irriverente e provocatoria Salmond ha affermato che la UE  farebbe meglio a considerare la Scozia, facendo leva sui possibili accordi economici che i Paesi membri potrebbero stringere con il governo scozzese, soprattutto se si tratta di parlare dell’oro nero che di teste ne ha fatte girare e anche saltare durante le guerre.Ma anche gli occhi extra europei sono puntati sul referendum scozzese: la Cina guarda con una certa apprensione agli eventi scozzesi, sapendo che una vittoria degli yes potrebbe dar coraggio e fiducia al Tibet per intraprendere  una nuova campagna di indipendenza da Pechino.

L’Indipendence Day scozzese potrebbe rimettere in discussione i confini statali e cambiare così l’assetto geopolitico del mondo, mettendolo forse in subbuglio o facendolo riflettere sugli errori commessi da politiche che hanno troppe volte assecondato le banche e poche volte i bisogni dei cittadini. Da questo referendum solo la regina Elisabetta II ne uscirebbe forse indenne: in caso di secessione, la signora tutta cappellini e volpini diventerebbe la terza regina di Scozia dopo Maria Stuarda. Tuttavia, pare che la regina si sia lasciata sfuggire un “spero che la gente rifletta bene”, violando la sua neutralità sulle questioni politiche. Sarà forse preoccupata di dover comprare nuove bandiere da issare nelle sue residenze, prive della Croce di Sant’Andrea simbolo della bandiera scozzese?                                                                           Ai seggi, ora, l’ardua sentenza.

Venerdì 19, ore 9.08 (8.08 a.m): sono stati scrutinati 31 dei 32 seggi elettorali ed è chiara la vittoria dei No all’indipendenza con circa il 55% dei voti ottenuti. Già dalle prime luci dell’alba, il leader degli indipendentisti Salmond aveva ammesso la sconfitta, augurandosi che il governo britannico conceda alla Scozia quella autonomia su welfare e tasse che Cameron aveva promesso durante la campagna elettorale. Il primo ministro di Westminister si dichiara soddisfatto; la vittoria degli unionisti è anche merito della sua scesa in campo prima che fosse troppo tardi per convincere gli scozzesi, in particolare gli indecisi, a votare contro la secessione.

Molto ha influito sulla scelta elettorale la paura di un aggravarsi della crisi economica e la difficoltà di allacciare rapporti di dialogo commerciale e politico con Paesi che sono partner del Regno Unito e che non gli avrebbero voltato le spalle in nome di accordi e trattati  che li vincolano al Paese. Agli sconfitti va il merito di averci provato e di aver messo in discussione un Paese che troppe volte ha seguito logiche economiche piuttosto che sociali attraverso una campagna elettorale vivace e che ha coinvolto personaggi dello spettacolo (dal gruppo musicale Mogwai, all’attore Sean Connery) a suo favore.

Ma la storia di un Regno unito da 307 anni, le posizioni internazionali e i presagi economici hanno fatto sì che la maggior parte degli scozzesi votasse per il let’s stick together.

 

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About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Ha vissuto qualche mese in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Risiede attualmente in Svezia per seguire un master in Media & Communication Studies Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

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