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Globalizzazione: tra benefici e disuguaglianze

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La Banca Mondiale è stata creata principalmente per aiutare Europa e Giappone nella loro ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, ma con il movimento della decolonizzazione degli anni sessanta, i paesi da finanziare aumentarono, occupandosi quindi dello sviluppo economico dei paesi dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina
La Banca Mondiale è stata creata principalmente per aiutare l’Europa e il Giappone nella loro ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma con il movimento della decolonizzazione degli Anni Sessanta, i Paesi da finanziare aumentarono, occupandosi quindi dello sviluppo economico delle Nazioni dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina

Con il termine globalizzazione si intende quel processo di accrescimento ed integrazione – a livello mondiale – delle relazioni tra i vari sistemi economici, giuridici, sociali e culturali che ha caratterizzato, anche in termini controversi, il XX secolo e, ancora più radicalmente, il XXI secolo. Il fenomeno, interessando non solo l’ambito economico ma anche il confronto politico e della società civile organizzata, pone in essere numerosi quesiti relativamente alle varie politiche di coordinamento e della governance globale, caratterizzata dal progressivo trasferimento della sovranità nazionale verso organizzazioni economiche internazionali (ad esempio, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio), al fine di individuare le norme necessarie per soddisfare gli obiettivi della comunità internazionale.

Dal punto di vista economico, si nota come le politiche economiche nazionali, il progresso tecnologico, una più efficace elaborazione dei dati e l’abbattimento dei costi di trasporto hanno favorito l’integrazione dei mercati internazionali con un aumento della liberalizzazione degli scambi commerciali, degli investimenti esteri diretti e delle transazioni finanziarie. Non si tratta di un fenomeno nuovo ed effettivamente possiamo individuare quattro fasi storiche per quanto riguarda la globalizzazione economica: la prima, individuata tra il 1870 e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, si caratterizzò per l’abbattimento dei tempi di percorrenza e dei costi dei trasporti (si ricordi, in tale ottica, l’inaugurazione dei canali di Suez nel 1869 e, successivamente quello di Panama nel 1920) con un aumento delle esportazioni e dei flussi migratori verso e dall’America latina, Africa ed Asia; nella seconda fase poi, collocata indicativamente tra il 1945 ed il 1970, si iniziò ad assistere alla volontà politica – esplicitata con l’accordo GATT del 1947 – di stabilire le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali con lo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale; nella terza fase, tra gli Anni Ottanta e i Duemila, vi fu un’accelerazione dei programmi di liberalizzazione e deregolamentazione dei mercati, sia nei Paesi industrializzati che in quelli emergenti, oltre ad un aumento degli scambi commerciali e degli investimenti diretti esteri; infine, nella fase attuale – iniziata nel 2001 – si assiste ad uno slittamento degli interessi commerciali dell’aumentato scambio tra Paesi avanzati (Nord-Nord) passando da scambi di natura intersettoriale a quelli di natura intrasettoriale e, oltretutto, la partecipazione dei Paesi emergenti, ovvero quel ristretto gruppo che non trova collocazione né tra i Paesi sviluppati né tra quelli in via di sviluppo (sostanzialmente i BRICS), al commercio internazionale è aumentata non solo negli scambi con i paesi più avanzati ma anche con le economie dei Paesi in via di sviluppo (Sud-Sud).

Il BRICS in economia internazionale è un'associazione di cinque paesi tra le maggiori economie emergenti. Il nome è l'acronimo delle iniziali dei cinque stati: Brasile Russia India Cina Sudafrica
Il BRICS, in economia internazionale, è un’associazione di cinque Stati tra le maggiori economie emergenti. Il nome è l’acronimo delle iniziali di: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica

Il commercio internazionale, insieme agli Investimenti Diretti Esteri (IDE), rappresenta dunque uno dei parametri fondamentali per comprendere la globalizzazione economica. La liberalizzazione commerciale, come appena visto, incrementa esponenzialmente il grado di apertura delle economie nazionali dal secondo dopoguerra in poi, grazie anche alla riduzione dei dazi sulle merci e dei costi di trasporto, oltre che all’innovazione tecnologica facilitando conseguentemente la specializzazione produttiva, la mobilità internazionale dei fattori produttivi, la verticalizzazione produttiva e le operazioni di delocalizzazione (offshoring). La convergenza verso un’economia più globale, grazie anche al crollo delle economie pianificate a fine Anni ’80, si evidenzia ulteriormente nella terza fase della globalizzazione grazie pure alle politiche neoliberali di riduzione delle restrizioni in materia di investimenti diretti esteri. Secondo l’analisi liberale, infatti, la globalizzazione comporta un cambiamento qualitativo e positivo del sistema internazionale trasformandolo in un sistema socio-economico contrassegnato dall’abbattimento delle divisioni nazionali. Il carattere sovranazionale della globalizzazione permetterebbe il mantenimento della pace a livello mondiale, in quanto ogni Nazione trae benefici economici dal buon andamento delle altre Nazioni a differenza di quanto avveniva in presenza delle politiche mercantilistiche di fine Ottocento. In tal senso, la globalizzazione economica porterebbe idealmente ad una massimizzazione della ricchezza mondiale che reca benefici economici a tutti e permette a tutti gli individui di aumentare le proprie scelte. Dall’altra parte, secondo la scuola mercantilista, la globalizzazione è solamente un cambiamento quantitativo dei flussi commerciali e dunque non rappresenta un evento nuovo visti i dati riguardanti i flussi commerciali e il grado di apertura delle economie nazionali già prima della Grande Guerra. In sostanza, la globalizzazione sarebbe soltanto una forma di interdipendenza economica intensificata.

A partire dagli Anni ’80, anche la gran parte dei Paesi in via di sviluppo avvia processi finalizzati all’apertura commerciale: tuttavia gli effetti sul loro benessere sono tutt’ora controversi e certamente non distribuiti equamente. Paesi emergenti, come Cina, India e altre economie asiatiche e dell’America latina hanno, grazie a tali processi, raddoppiato le loro quote di mercato aumentando la produttività ed il PIL mentre economie più deboli non hanno saputo cogliere questi benefici. Alcuni studi, a tale proposito, hanno evidenziato come i successi ottenuti dalla liberalizzazione si sono realizzati nelle economie, soprattutto asiatiche, che hanno applicato politiche commerciali più selettive con un supporto pubblico ai settori chiave al fine di favorire la formazione e diffusione di capacità imprenditoriali per traghettare il Paese verso assetti produttivi migliori, coerenti con i vantaggi comparati nazionali.

per "No Global" si intende quel movimento contrario alla globalizzazione, intesa come sistema di sfruttamento economico dei paesi in via di sviluppo, di predominio della cultura occidentale che crea ulteriori diseguaglianza in termini di reddito e acesso alla sanita e all'istruzione
Per “No Global” si intende quel movimento contrario alla globalizzazione intesa come sistema di sfruttamento economico dei Paesi in via di sviluppo e di predominio della cultura occidentale, che crea ulteriori diseguaglianze in termini di reddito e di accesso alla sanità e all’istruzione

Vanno, infine, considerati anche gli aspetti critici della globalizzazione. Aumentando l’apertura internazionale delle varie economie, si accrescere anche l’esposizione agli shock esterni: essendo le economie nazionali maggiormente interdipendenti, ogni riduzione dell’attività economica in una di esse si trasmette più facilmente alle altre economie, proprio attraverso i legami internazionali che le uniscono, come si evince dalla crisi economica del 2006-2007. La globalizzazione, oltretutto, non pone in essere un processo uniforme dal momento che crea disuguaglianze non solamente tra Paesi all’interno dello stesso Continente, ma anche all’interno degli stessi Paesi. Questo accade specialmente nelle Nazioni emergenti ed in via di sviluppo dove segmenti significativi della popolazione non sono toccati affatto dalla globalizzazione o sono largamente esclusi. Ciò ha evidenti effetti sulla distribuzione del reddito, con un aumento dei differenziali di retribuzione fra lavoro qualificato e non qualificato, e sull’accesso alle strutture sanitarie ed all’istruzione. Proprio sulla base di tale disuguaglianza si fondano le critiche, di matrice marxista, che dipingono la globalizzazione come una nuova forma di sfruttamento degli Stati più deboli e dei popoli più poveri a causa di un processo ineguale in cui il potere economico è concentrato nei maggiori Paesi industrializzati, favorendo lo spostamento della produzione dalle Nazioni più industrializzate a quelle in via di sviluppo con zone franche in cui i diritti umani non sono garantiti e dove i salari sono più bassi. Si è dunque visto che un contesto di integrazione commerciale fa sì che, teoricamente, l’aumento di produzione di un Paese corrisponda idealmente ad un incremento più che proporzionale degli scambi internazionali di beni e servizi intermedi. Tuttavia, la realtà dei fatti denota che siano pochi i Paesi che restano i protagonisti del commercio mondiale: da un lato la triade UE-USA-Giappone, pur avendo diminuito la propria quota di mercato, e dall’altro i Paesi emergenti dell’Asia orientale, in particolare la Cina. Per la maggior parte dei Paesi (africani specialmente) la globalizzazione si traduce ancora in una marginalizzazione commerciale e finanziaria. Dall’altra parte si assiste, oggi, anche ad un ridimensionamento degli IDE dopo il 2001 a seguito degli eventi del 11 Settembre negli USA. Ne risulta dunque che i Paesi in via di sviluppo non sono in grado di potersi avvantaggiare delle conoscenze tecnologiche e dell’accresciuta mobilità di beni e servizi nonostante, peraltro, le preferenze commerciali spesso accordate dai Paesi sviluppati.

Fondamentali, in tal senso, restano allora lo sviluppo di una mobilità intersettoriale e interregionale dei fattori lavoro e capitale imprenditoriale così come appropriate politiche di sviluppo tecnologico ed espansione internazionale anche del proprio apparato produttivo, specialmente tramite partnership pubblico-private per indurre le imprese nazionali a cogliere i vantaggi competitivi ad alto potenziale.

 

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About Karin Nardo

REDATTRICE | Classe 1987, con doppia cittadinanza italiana e slovacca. Ha lavorato per diverso tempo come analista in un'impresa multinazionale ad Atene dopo essersi laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università degli Studi di Trieste ed aver conseguito un master in Advanced International Relations presso la Diplomatic Academy a Vienna, dove ha anche svolto dei tirocini presso diverse organizzazioni internazionali. Precedentemente Corrispondente dalla Grecia, da quando si è trasferita a Roma e successivamente a Budapest scrive su temi di geopolitica.

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