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Giulio Regeni: diciassette mesi e nessuna verità

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Giulio Regeni
Giulio Regeni (1988-2016) è stato un ricercatore italiano presso l’Università di Cambridge. La sua triste scomparsa in Egitto è ancora avvolta nel mistero

Giulio Regeni, ricercatore presso l’Università di Cambridge, scompariva al Cairo, capitale egiziana, il 25 Gennaio 2016. Il suo corpo veniva ritrovato il 3 Febbraio 2016, nove giorni dopo, in una strada trafficata della città. Su di esso i segni evidenti di continue e inumane torture. «Lo hanno usato come una lavagna» dirà in una conferenza stampa sua madre, Paola Deffendi.

Diciassette mesi più tardi, non si hanno i nomi degli aguzzini e assassini del giovane friulano né si sa il vero movente del suo omicidio. Cos’ha tra le mani di concreto la Procura di Roma che sta indagando a riguardo? Per prima cosa, è certo che non si è trattato di un omicidio a scopo passionale o di una rapina finita male, come la Procura egiziana ha inizialmente voluto farci credere: si è di fronte ad un omicidio di Stato, anzi di regime targato ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī, i cui servizi segreti hanno assoluta carta bianca per agire contro ogni tipo di minaccia. E Giulio Regeni era una minaccia: con le sue ricerche sui movimenti sindacali autonomi, con le sue domande precise e attente, con la sua meticolosità e la sua professionalità, è riuscito a capire i complicati intrecci che legano i commercianti con i sindacalisti di regime e l’importanza di quelle organizzazioni che invece si battevano proprio contro quegli intrecci e cercavano di proteggere soprattutto i commercianti con pochi mezzi, come i commercianti ambulanti. In Egitto non è più ammesso fare domande anti-regime, non lo è mai stato sin dai tempi di Hosni Mubarak, e se decidi di farlo vuol dire che sei una spia per conto di organizzazioni internazionali o per conto di partiti di opposizione. Giulio Regeni è stato venduto come una spia dal capo del sindacato egiziano degli ambulanti, Mohamed Abdallah: la sua “colpa” è stata quella di non voler pagare delle mazzette a tale persona, di non aver chinato il capo, di essere stato onesto fino in fondo, fino alla sua morte.

«Sono un accademico», ripete Giulio al signor Abdallah la sera del loro ultimo incontro, come emerge in un video pubblicato ad un anno dalla sua morte. È un video che mette i brividi, un pugno dritto nello stomaco, così come il documentario Nove Giorni al Cairo ad opera degli inviati del giornale La Repubblica, Carlo Bonini e Giuliano Foschini. Sono testimonianze che colpiscono per la loro autenticità disarmante, per le parole di amaro dolore dei coniugi Regeni, Paola e Claudio, che con semplicità si fanno e ci fanno delle domande precise: perché l’Università di Cambridge tace, non collabora con gli investigatori italiani? Perché Giulio è stato inviato in Egitto se si era consapevoli di un concreto pericolo per la sua incolumità? Certamente Giulio non era uno sprovveduto, capiva perfettamente la lingua araba ed era consapevole dei rischi di una ricerca sul campo come quella. Ma la sua accortezza non lo ha salvato e possiamo solo immaginare il calvario che ha dovuto patire, la solitudine che lo ha avvolto in quella gogna infame, l’amara consapevolezza che qualcuno lo abbia tradito e venduto al miglior offerente, cioè il regime egiziano.

Giulio Regeni
Una vignetta sui rapporti Italia-Egitto post Giulio Regeni, ad opera del disegnatore ed illustratore italiano Pietro Vanessi (1964)

Giulio Regeni, però, continua a fare cose. Le sua idee di una società giusta e aperta al mondo non sono svanite: noi ci battiamo per lui, non molliamo nemmeno per un secondo. Se al-Sīsī voleva che questo delitto fosse risolto in fretta e in furia e che noi ci mettessimo l’animo in pace, ha proprio preso un abbaglio. Anzi, ha ottenuto l’effetto luci della ribalta: tutti i nostri occhi sono puntati sul suo regime, sulle sue repressioni di organizzazioni non-governative e di giornali anti-regime, sull’imprigionamento e i processi irregolari di oppositori politici, giornalisti e avvocati per i diritti umani (anche il consulente egiziano della famiglia Regeni, Ahmed Abdallah, era stato imprigionato e poi rilasciato), sulle pene di morte che pendono su molti di loro, anche se sono minorenni, come riportato da Amnesty International, fin dall’inizio sempre attenta a monitorare gli sviluppi delle indagini sulla morte del ricercatore di Fiumicello (Provincia di Udine).

Ma noi non abbiamo solamente gli occhi puntati sull’Egitto: seguiamo attentamente come il Governo italiano e le sue istituzioni si stanno muovendo in merito alla ricerca della verità per Giulio Regeni. A parte l’impegno attivo del senatore Luigi Manconi – Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato – non abbiamo udito altro che parole di circostanza pronunciate durante l’anniversario della scomparsa di Giulio.

Il richiamo in patria dell’ambasciatore italiano in Egitto aveva fatto ben sperare in una presa di posizione precisa del Governo con la volontà di andare fino in fondo in questa vergognosa vicenda, in cui la Procura egiziana ostacola in maniera palese le indagini, affossandole con il suo oscurantismo. Ora invece si parla di un possibile ritorno dell’ambasciatore, da interpretare come un intento nel voler seguire sul territorio i movimenti della Procura egiziana. Ma questa decisione pare più simile ad una distensione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. È la realpolitik, baby. Sotto le vesti di accordi petroliferi e di lotta al terrorismo. Ricordiamo bene come i nostri politici si prodigarono per il ritorno dei marò dall’India, pur avendo commesso un omicidio. Perché non c’è la stessa volontà di fare pressioni, di mobilitarsi per un cittadino italiano da portare come esempio per la sua onestà intellettuale? Inoltre, come possono loro chiedere verità per un ragazzo torturato da apparati statali, se hanno approvato una legge sulla tortura che è un’assoluta pagliacciata? E perché la nostra televisione manda di tanto in tanto pubblicità che sponsorizzano il turismo in Egitto, dipinto come un posto sicuro e piacevole? Davvero il sangue innocente versato da Giulio e da migliaia di Giulio egiziani non conta nulla?

A volte mi viene chiesto il motivo del mio impegno per ottenere verità e giustizia per Giulio Regeni. Oggi vi voglio rispondere con le parole di Paola Deffendi: Giulio Regeni faceva giornalismo etico, ossia «un giornalismo che vuole fare indagine, vuole capire, mette in connessione elementi e relazioni. Non è certo il giornalismo che per dire due nomi riempie pagine intere».

Giulio Regeni è  rimasto fino alla fine un giornalista etico.

Io non voglio essere da meno.

 

 

 


 

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About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Attualmente vive in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

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