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Germania ed Italia: due mercati del lavoro a confronto

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Gerard Schröder (1944) è un politico tedesco, che ha ricoperto la carica di Cancelliere della Germania dal 1998 al 2005

Molti esponenti politici, da destra a sinistra, in modi più o meno pretestuosi, ci parlano del miracolo tedesco. Lodano le riforme di Schröder (SPD) realizzate tra il 2003 e il 2005. Ma la domanda che mi pongo è: sanno di cosa parlano? Temo di no e cercheremo, insieme, di spiegare differenze e analogie tra Italia e Germania. Ma anche perché non possiamo dire che quelle riforme siano state impeccabili.

Tra il 2003 e il 2005, il Governo guidato da Gerard Schröder realizzò alcune tra le più importanti riforme del mercato del lavoro in Germania. La situazione sociale ed economica della Germania non era delle più rosee: 12% di disoccupazione equivalente ad oltre 5 milioni di disoccupati. Una situazione che può essere, solo sulla base della statistica, paragonata a quella attuale in Italia (disoccupazione generale al 12%).
Dopo la caduta del muro di Berlino e dopo l’integrazione dei cosiddetti nuovi Länder” negli anni Novanta, milioni di cittadini si trovarono disembedded rispetto al tessuto economico e produttivo, così come quello culturale. Milioni di nuovi cittadini tedeschi vivevano in condizioni drammatiche. La scelta che fu presa e che fu salutata dall’SPD come una decisione necessaria, potrebbe essere riassunta con questa affermazione: <<piuttosto che nessun lavoro, meglio uno qualsiasi e a qualsiasi retribuzione>>. Il sistema originato dalle riforme “Hartz” del Governo Schröder si costituiva di una forte flessibilità in entrata e in uscita, con forme contrattuali variegate (Minijob e Midijob) e un contestuale rafforzamento dei sistemi di protezione sociale (Harzt-IV). Dunque, seppur criticabile, quelle riforme, a differenza di quello che si legge sui giornali o si ascolta in tv in Italia, non prevedevano solo una flessibilizzazione del mercato del lavoro ma anche un rafforzamento dei sistemi di tutela contro la precarietà, la povertà e la disoccupazione nonché una riforma profonda alle politiche attive del lavoro, con piani di ricollocamento e di formazione: insomma, all inclusive! Guardando al Jobsact si capisce che l’intento è di estremizzare la flessibilità in un mercato del lavoro (ce lo dice l’OCSE) già altamente flessibile dimenticandosi (volontariamente!) degli interventi sul versante della protezione sociale e delle politiche attive del lavoro e della formazione. Peraltro, scimmiottando norme del 2003, applicate in un contesto come già detto che non ha nulla a che vedere con quanto viviamo oggi in Italia.

Tuttavia, che cosa ha prodotto questo sistema in Germania? Il fenomeno che la Germania ha vissuto negli ultimi dieci anni è quello dei “working poor”. Malgrado le persone lavorino diverse ore al giorno, con contratti regolari, non riescono a raggiungere livelli reddituali “dignitosi”. Ci sono stati diversi casi in cui datori di lavoro hanno stipulato contratti del tutto leciti, specie nel settore della gastronomia o dei servizi alla persona, di 2,3 o 2,7 euro l’ora.

mercato-del-lavoroIn Germania, quasi 4 milioni di lavoratori sono identificabili come “working poor”. Il fenomeno produce effetti catastrofici non solo sulla qualità del lavoro, ma anche sulla qualità della vita di questi milioni di cittadini e cittadine, di fatto collocati in “serie B”. Qui emerge il paradosso, o meglio, l’effetto perverso di questo genere di riforme: i cittadini che accedono a forme di contratto con retribuzioni molto basse devono chiedere il sostegno pubblico per poter raggiungere un livello di retribuzione “dignitoso”. Contestualmente, come dimostrano alcuni casi finiti sui giornali tedeschi, aumenta il nero e una specie d’intreccio criminoso per cui un datore di lavoro assicura per il minimo il dipendente, il quale poi fa ore aggiuntive in nero chiedendo l’assistenza ai Jobcenter. Una vera e propria frode ai danni della collettività. Il paradosso è dunque che questo particolare sistema di flessibilizzazione del mercato del lavoro ha prodotto una dipendenza strutturale dal sistema di protezione sociale sia per coloro che lavorano sia per color che un lavoro non riescono a trovarlo incentivando, talvolta, il ricorso al lavoro non dichiarato (non a caso, in Germania, la quota di evasione è di circa 130 miliardi annui).

A distanza di tanti anni l’SPD ha deciso di correggere il tiro. Il motto adesso è cambiato ed oggi – proprio nelle parole della Vice-Presidente del gruppo SPD nel Bundenstag, Eva Högl, nostra ospite a Berlino in un incontro dedicato proprio ai temi del lavoro in Germania – si riappropria di un valore assolutamente di sinistra: <<non un qualsiasi lavoro, ma un lavoro di qualità con una retribuzione dignitosa>>. Dal 1° Gennaio 2015, la Germania è diventata il 22esimo Stato in Europa con un salario minimo fissato ad 8,5 euro lorde orarie. Per monitorare l’andamento di questo nuovo progetto sarà istituita, seguendo il modello inglese, una commissione che valuterà gli effetti positivi e negativi di questa legge ogni due anni.

Questa legge, però, include anche ulteriori interventi tra cui la riforma del praticantato: non sarà più possibile richiedere stage non retribuiti per coloro che hanno concluso il loro percorso di studi. Lo stage non retribuito avrà senso solo se inserito in un programma di formazione durante il periodo scolastico o universitario. Un scelta importante che ci auguriamo anche per l’Italia: basta giovani laureati o diplomati costretti ad anni di contratti di praticantato/stage non retribuito o sotto i limiti della decenza, per fare magazzinieri, cassieri o autisti. Queste attività saranno, in Germania, pagate normalmente poiché sono lavori a tutti gli effetti.

Quindi: vogliamo prendere la Germania come un modello da seguire per il suo successo economico? Niente da obiettare, ma facciamolo con intelligenza. Non copiamo ciò che è stato fatto quindici anni fa, ormai, compresi gli errori e gli incidenti di percorso. Il Jobsact non contiene quegli elementi che possono farci ben sperare: la precarizzazione del lavoro non è una soluzione.

Per un Partito che ha aderito alla famiglia dei socialdemocratici, infine, dovrebbe valere quel principio: impegnarsi per un lavoro di qualità dignitosamente retribuito.

 

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About Federico Quadrelli

COLLABORATORE | Classe 1986, di origini toscane. E' laureato in Sociologia e Ricerca Sociale. Ha collaborato con Unicef Milano come membro del gruppo organizzativo per i corsi universitari fino al 2011. Dal 2010 è socio di ECPAT Onlus, organizzazione per la tutela dei diritti dei minori e per la lotta alla pedopornografia. Ha creato e gestisce una Pagina Facebook dedicata alla Sociologia con oltre 20mila iscritti da tutto il mondo e un blog associato alla pagina. Dal 2012 vive a Berlino. I suoi interessi sono rivolti alla tutela dei diritti umani, alla cooperazione internazionale e allo studio delle dinamiche politiche. Dal Novembre 2013 è Presidente del Circolo PD di Berlino.

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