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Genio e malattia mentale, la lezione di “Frank”

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, Settima Arte

[L’articolo contiene spoiler]

 

<<Cos’è successo a Frank? Qualcosa dev’essere successo per renderlo così>>.

<<Non gli è successo niente. È malato>>.

<<Il tormento che ha attraversato per creare tutta quella buona musica…>>

<<Non è stato il suo tormento a creare la musica. È sempre stato un tipo musicale. Se non altro, la malattia l’ha rallentato>>.

(Traduzione a cura dell’autrice)

 

È questo breve dialogo, un semplice scambio di battute imbarazzato fra i genitori di Frank e Jon Burroughs a sciogliere l’intricata matassa di scene deliranti e personaggi sopra le righe di cui si compone il film. Improvvisamente, il black humour e la satira sottile che aleggiano per tutta la sua durata non sono più fini a se stessi, e rivelano un messaggio profondo e spiazzante.

680x478Ma partiamo dall’inizio. Frank è un film di Lenny Abrahamson, regista irlandese emergente, sceneggiato da Jon Ronson – giornalista noto per il libro-reportage L’uomo che fissa le capre da cui è stato tratto l’omonimo film con George Clooney e Kevin Spacey – e Peter Straughan (La talpa, Il debito). Il protagonista è Jon Burroughs (Domhnall Gleeson), un musicista mediocre che cerca disperatamente di raggiungere la fama come cantautore e che, a seguito di un incidente del quale è testimone, si ritrova a essere ingaggiato come tastierista dei Soronprfbs, band sperimentale dal nome volutamente impronunciabile. Il frontman del gruppo è Frank (Michael Fassbender), cantante e compositore di grande talento ma con il volto perennemente coperto da un’enorme maschera di cartapesta. La band si trasferisce a tempo indeterminato in una casa isolata nella campagna irlandese per incidere il loro primo album, ed è lì che Jon si convince che quello che gli manca per diventare un compositore talentuoso è il trauma e il conseguente disturbo mentale. Gli altri membri della band danno evidenti segni di squilibrio: il tastierista che Jon ha sostituito aveva cercato di annegarsi, Don (Scoot McNairy), manager della band, è affetto da una grave forma di depressione e rivela a Jon di aver conosciuto Frank in un istituto di igiene mentale, mentre Clara (Maggie Gyllenhaal) ha improvvisi e violenti scatti d’ira. È ovvio, agli occhi di Jon, che la sua vita tranquilla e banale e la sua infanzia felice non potranno mai dargli il tormento necessario per scrivere testi profondi. Anche se Frank non parla mai del suo passato, Jon da per scontato che il suo genio provenga da un’esperienza negativa che ha segnato indelebilmente la sua psiche – una grave deformazione che lo costringe a portare la maschera? Un abuso subito da bambino? – e decide che anche lui ha bisogno di quell’esperienza per cominciare a comporre canzoni che non siano banali.

Frank-foto-film-620x350La rivelazione finale farà crollare queste fallaci certezze, ma porterà Jon ad una nuova maturità, come in uno strambo e anomalo romanzo di formazione. È la critica feroce ad un modo di intendere la malattia mentale, come elemento imprescindibile del talento artistico, il punto più interessante del film, che risulta pregevole e originale anche dal punto di vista tecnico e, soprattutto, delle interpretazioni, con Fassbender che sparisce (letteralmente) sotto la maschera di Frank.

La romanticizzazione della malattia mentale è un tema diffusissimo, non solo nella musica. Quante volte al genio di un artista è stata affiancata la sua instabilità psichica? Gli esempi sono innumerevoli (e alcuni citati nel film stesso): Syd Barrett, Virginia Woolf, Edgar Allan Poe, Vincent Van Gogh, Sylvia Plath. Nelle biografie di questi grandi autori, la malattia mentale occupa sempre un posto di spicco e viene spesso presentata in relazione causale al loro talento, mentre la verità, che è anche il messaggio di Frank, è tanto semplice quanto tragica: se questi artisti, come tanti altri, non fossero stati affetti da gravi patologie, probabilmente avremmo potuto godere dei frutti del loro talento per più tempo, anche se, paradossalmente, sarebbero stati meno celebri, perché –nell’immaginario collettivo – il mito del “diamante pazzo” ha un impatto maggiore delle singole opere.

 

Curiosità: 

  • Il personaggio di Frank è modellato su Frank Sidebottom, alter-ego del comico inglese Chris Sievey, celebre personalità della tv britannica degli anni ’80. Il film è in parte basato sull’esperienza personale di Ronson, che fece parte della band che il personaggio usava nei suoi sketch musicali. Anche i musicisti Daniel Johnston e Captain Beefheart sono stati indicati come ispirazione per il personaggio.
  • Per tutto il film, Jon fa un uso assiduo di Twitter. Per l’occasione, è stato creato un vero account per il personaggio, ancora attivo (@JonBurroughs83).
  • I membri della band sono tutti attori professionisti tranne Carla Azar (che interpreta la batterista Nana), musicista poli-strumentista, mito della scena indie americana (ha collaborato agli ultimi due album di Jack White) e membro degli Autolux, band cult di musica sperimentale.
  • Non è la prima volta che vediamo Frank sul grande schermo. In Filth, film del 2013 diretto da Jon S. Baird e tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh (entrambi editi in Italia col titolo di Il Lercio), il personaggio di Bruce Robertson (interpretato da James McAvoy) tormenta una donna per telefono presentandosi col nome Frank mentre guarda uno sketch del comico. Le coincidenze qui sono due: McAvoy e Fassbender hanno recitato a fianco negli ultimi due film della saga di X-Men e, soprattutto, anche Filth tratta di malattia mentale in modo crudo e spiazzante.

 

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About Marta La Ferla

COLLABORATRICE | Classe 1993, siciliana, viaggiatrice ossessivo-compulsiva. Studia Lingue e Comunicazione presso l’Università degli Studi di Catania. Appassionata di musica, letteratura, cinema, serie tv e, suo malgrado, anche di politica.

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