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Gabriel García Márquez: l’inesorabilità del destino e l’umanità dei sentimenti

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lamore-ai-tempi-del-colera-copertinaL’amore è probabilmente il sentimento umano più controverso, quasi una vera e propria condizione psico-somatica, poiché spesso irrompe nella vita inaspettatamente portando con sé schegge di emozioni anche negative, come la paura, l’incertezza, l’inquietudine. Questa idea quasi patologica dell’amore è quella che la letteratura più alta ha tentato di trasmettere. Ne ha parlato, infatti, Saffo nella celebre Ode della gelosia: una poesia d’altri tempi, appartenente a un’epoca in cui i presupposti culturali e sociali erano diversi da quelli del nostro tempo (per questo motivo, a dirla tutta, non sono riuscita mai ad apprezzarla più di tanto). L’opera che invece mi ha fatto rabbrividire esprime un’idea dell’amore pressapoco analoga attraverso la narrazione di una storia ambientata nell’America Latina del XX secolo: è un romanzo di Gabriel García Márquez, ed è intitolato L’amore ai tempi del colera.

Nel 2012 cominciavo a leggerlo, l’estate dopo l’ultimo anno di liceo. Andando incontro ad un futuro che non avevo ancora scelto, accarezzavo la spensieratezza, l’entusiasmo del cambiamento imminente con l’inizio della mia vita universitaria, la consapevolezza dell’indipendenza e della responsabilità a cui stavo per andare incontro . Consumavo le mie giornate tra uscite, letture di piacere, immaginandomi ogni giorno in una città diversa. Eppure, quando penso a quel periodo, l’immagine più vivida che ho nella memoria è quella di me che, commossa, divoravo quel romanzo. Mi catturò fin dalle prime pagine, per le sue metafore, le sue associazioni sinestetiche e lo stile fluido, il contenuto semplice ma mai banale. Si tratta di una storia d’amore a lieto fine, dove il sentimento è come un fantasma che incontra la guerra e l’oblio, attraversa mezzo secolo di Storia illudendo la protagonista (Fermina Daza) di essere sepolto per sempre. E poi torna con una certa puntualità, proprio quando lei ne aveva più bisogno e scombussolando di nuovo la sua vita esattamente come aveva fatto cinquant’anni prima. Un racconto semplice in cui perfino i luoghi sembrano avere dei sentimenti e parlare ai personaggi e al lettore, in cui tutti gli oggetti che si trovano per le strade del mondo sembrano essere il residuo di una storia d’amore consumatasi in qualche luogo (e in un certo qual modo intrecciata con quella di Fermina e Florentino, due persone che senza saperlo, pur essendosi perse, non hanno mai smesso di andare incontro al proprio destino, stare insieme).

Lui, un adolescente romantico che a causa del suo sentimento è impazzito, perdendo contatto con la realtà dei fatti ma a cui, forse grazie anche alla sua tenacia, la vita un giorno darà ragione. Lei, un’adolescente innamorata e ostacolata nel fidanzamento da suo padre (spinto dal sogno che la figlia sposasse un uomo nobile), ma che troverà la forza di andare avanti. Ella amerà con tutta se stessa un altro uomo (che diventerà poi suo marito) e col passare del tempo finirà non solo per comprendere le ragioni alla base dell’opposizione del padre e cancellare il proprio rancore verso di lui, ma anche per pensare a quell’adolescenza come a un susseguirsi di sciocchezze da bambini. Ma…

Separazione-con-addebito-se-manca-l’assistenza-durante-la-malattia-del-coniugeDopo mezzo secolo di storia intriso di sofferenze ed esperienze, di salti mortali per riscattarsi dalla miseria, di perdite di cari amici e familiari in guerra o a causa del colera (pestilenza che andava sempre più diffondendosi a macchia d’olio), di cambiamenti di regime e nuove primavere politiche, di speranze disattese e disincanti di un popolo sottomesso e poi abbandonato a se stesso, i due si ritroveranno. Lei finirà per capire non solo di amarlo di nuovo ma di non aver, in realtà, mai smesso di amarlo. Questo senza però dubitare mai di aver amato, da morire e non meno di Florentino, anche suo marito da poco defunto (Juvenal Urbino).

Si intrecciano nel romanzo, quasi fino al punto di materializzarsi e di sovrapporsi, i contrasti sociali propri di quella terra e di quel periodo storico, e quelli nel cuore di Fermina. Si confondono e al contempo vengono ad identificarsi i sintomi dell’amore e quelli del colera, poiché l’amore, il colera e la guerra sembrano essere tre piaghe sociali che uccidono gli uomini quasi con pari ferocia.
E’ l’unico romanzo sentimentale scritto da Márquez, autore poliedrico che ha trattato temi socialmente più caldi e che senz’altro è uno dei miei scrittori preferiti. E’ un uomo che ha mostrato sempre un sorriso sincero ma visibilmente conquistato a fatica dopo una vita di sofferenze, esattamente come Fermina Daza, Florentino Ariza e gli altri personaggi di tutti i suoi romanzi, che, per l’appunto, mi è capitato spesso di vedere come suoi alter-ego. Qui mostra una particolare lucidità che gli è necessaria per narrare i fatti con sufficiente distacco, ma questa non si traduce mai in una freddezza che impedisca al lettore di credere che in questa storia ci sia molto anche della sua vita.

Nel leggere questo romanzo ci si immedesima nei personaggi, si prova l’ansia di sapere come finirà, l’angoscia della ricerca esasperata di un equilibrio che si spera di trovare nella pagina seguente, si soffre quasi allo stesso modo di Fermina Daza per l’oppressione in un sistema patriarcale e maschilista, ci si affeziona al dottor Urbino e anche a Florentino Ariza: non ci sono antagonisti che il lettore sia portato ad odiare. Si finisce per tifare non per un’icona in particolare ma per la felicità di tutti e per il trionfo dei sentimenti. Infine, ci si rende conto che, pur trattandosi di una storia che a primo impatto potrebbe apparire sui generis, potrebbe sostanzialmente essere quella di ognuno di noi. Questo soltanto se la smettessimo di essere vittime del razionalismo esasperato e cominciassimo ad accettare le nostre vite e a metterle nelle mani del destino. L’amore ai tempi del colera è, insomma, un romanzo che porta il lettore non semplicemente a commuoversi immaginando i sentimenti e il dolore provato dai personaggi, ma ad avere l’impressione di viverli personalmente.

Tant’è che, riprendendolo ora per la seconda volta, a distanza di tre anni, ha ancora il potere di farmi piangere come se non conoscessi già il finale e come se io stessa non fossi mai cresciuta.

 

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About Martina Cimino

COLLABORATRICE | Classe 1993 e originaria di Teggiano (SA), vive a Pisa dove studia Giurisprudenza. Appassionata di letteratura, politica, storia e cinema, sogna un mondo in cui le giornate non durino soltanto ventiquattro ore.

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