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G7 a Taormina: cosa aspettarsi?

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Tra oggi e domani si terrà a Taormina il 43° summit del Gruppo dei Sette, il G7. Cosa possiamo aspettarci da questo incontro internazionale? Probabilmente, non molto.

 

 

Quest’ultimo – di cui l’Italia detiene la presidenza per il 2017 – è nato negli Anni Settanta per favorire la coordinazione macroeconomica e far fronte comune davanti alle turbolenze dell’economia internazionale dovute al passaggio al cambio flessibile, allo shock petrolifero e alla forte recessione che ne era scaturita. A partire dagli Anni Novanta il range dei temi trattati si è ampliato notevolmente, spaziando dall’innovazione al clima. Erano gli anni del Nuovo Ordine unipolare a stampo occidentale guidato dagli Stati Uniti. Erano gli anni in cui il gruppo dei sette Paesi più forti economicamente nell’arena internazionale era in grado, con la sua agenda, di influenzare le sorti del resto del globo. Il G7 è così diventato il simbolo della globalizzazione economica. Soprattutto, è diventato l’emblema di un particolare modello – quello occidentale – che era pensato per essere unico, universale ed esportabile. Questo l’ha reso famoso per le forti proteste scatenate, in alcuni casi sfociate in episodi violenti.

Oggi, a quasi dieci anni dalla grande crisi finanziaria che ha irrimediabilmente esposto i limiti del neoliberalismo economico e di un’economia sganciata dal controllo della sfera pubblica, il contesto in cui il G7 si svolgerà è molto diverso. Quest’anno il summit sarà più eterogeneo che mai, con i Sette Paesi e l’Unione Europea che tra il 2016 e il 2017 sono stati – o saranno presto – chiamati a decidere quale direzione prendere.

I Sette Paesi membri del G7: Italia, Francia, Giappone, Stati Uniti, Canada, Germania e Regno Unito
I Sette Paesi membri del G7: Italia, Francia, Giappone, Stati Uniti, Canada, Germania e Regno Unito

Donald J. Trump rappresenta probabilmente, meglio di altri, l’imprevedibilità e l’indecisione del mondo multipolare. Lo Stato che per molti decenni si è fatto portavoce della globalizzazione economica, oggi sembrerebbe rigettarla. Ma già dai primi cento giorni e poco più di presidenza, Trump ha ribaltato molte delle sue promesse elettorali. Gli USA, infatti, hanno votato lo scorso Novembre il leader per il suo carisma piuttosto che per il suo programma. Theresa May rappresenterà una Gran Bretagna che lo scorso Giugno ha scelto la Brexit e che con le elezioni del mese prossimo deciderà cosa effettivamente «Brexit» voglia dire: un voto per un’economia protezionista o piuttosto per aprire ulteriormente l’economia al mercato globale?

Al contrario, i Paesi dell’UE hanno dimostrato – con le recenti elezioni in Francia e in Olanda – di avere la capacità di unire le proprie popolazioni per ottenere le tanto necessarie riforme dell’Unione e far ripartire il progetto cercando di rimanere coerenti con i principi liberali alla sua base. Il Primo Ministro canadese Justin Trudeau, nel frattempo, è diventato il leader più popolare del mondo liberale, con le sue forti affermazioni di apertura e accoglienza.

Anche il programma discusso sarà piuttosto variegato. Uno dei temi più pressanti sarà sicuramente la cosiddetta crisi migratoria, come dimostrato dalla scelta della località siciliana, che ha destato parecchie critiche. Anche il terrorismo sarà tristemente una delle priorità a seguito dell’attacco avvenuto a Manchester pochi giorni fa. Ma sul tavolo si presenteranno molti altri temi, tra cui la lotta al cambiamento climatico, il commercio internazionale e il sostegno dell’innovazione in Africa.

Un argomento su cui vale la pena soffermarsi un po’ di più è la guerra civile che da quasi sei anni insanguina la Siria. Fin dall’incontro dei sette Ministri degli Affari Esteri a Lucca, avvenuto lo scorso Aprile, il Segretario inglese Boris Johnson ha cercato di creare un’intesa sulla necessità di trovare una soluzione al conflitto che estrometta Bashar al-Assad e di spingere per un nuovo round di sanzioni contro la Russia per il suo ruolo negli attacchi chimici sulla popolazione siriana. Tuttavia, è evidente che questa intesa non esiste e il documento programmatico che verrà prodotto dal G7 non sarà in grado di cambiare le sorti in Siria. Né sarà probabilmente capace di avere un effetto rivoluzionario sugli altri temi trattati. Se, nonostante le tensioni e la distanza delle posizioni, i Sette saranno in grado di generare un documento organico, questo potrà solo aumentare il loro peso nel dibattito internazionale ma difficilmente rappresenterà una vera svolta. Si tratta infatti di fenomeni complessi, con radici locali ed effetti globali, che sfuggono al controllo dei singoli Stati. Per trovarvi una soluzione, è necessario che essa sia condivisa dalla stragrande maggioranza degli attori locali, regionali ed internazionali. Per questo l’Italia ha deciso di porre come obiettivo principale della sua Presidenza il recupero della fiducia reciproca, senza la quale il documento prodotto sara’ inevitabilmente solo vuota retorica.

Questo gruppo estremamente sfaccettato rappresenta insomma, per molti versi, lo specchio delle contraddizioni della globalizzazione. Una globalizzazione che i Grandi Sette hanno incoraggiato e di cui ora hanno perso il controllo.

 

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About Giada Negri

REDATTRICE | Classe 1994, lombarda. Studentessa di Studi internazionali presso l'Università degli Studi di Trento, è un'irrimediabile ottimista. Appassionata di geopolitica, ama conoscere nuove culture attraverso le storie della gente. Risiede attualmente a Londra.

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