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Friedrich Nietzsche non è solo le didascalie delle vostre foto

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Pathos, Recenti

foto_360-650x245Il fenomeno delle didascalie profonde, partorite dalla penna di autori che talvolta non si conoscono neanche, appioppate senza criterio e pudore a fotografie che di profondo hanno ben poco se non un’oscenità senza precedenti, è oramai divenuto inarrestabile, ma oggi – fortunatamente – non siamo qui per parlare di questo.

Il mio obiettivo è quello di strappare la figura di Friedrich Nietzsche all’improponibile visione stereotipata che molti giovani, meramente sulla base di qualche frase scopiazzata da Google, se ne costruiscono. Tale punto a mio parere potrebbe considerarsi deleterio e altresì benefico, poiché se da una parte non si può circoscrivere la rilevanza di una figura di tale calibro alle sue frasi trite e ritrite, oltretutto sovente soggette ad erronee interpretazioni, d’altro canto mi preme sottolineare quanto sia proprio l’apparente – e sottolineo apparente – semplicità di esse a far ritenere che chiunque possa accostarsi ad una lettura ed analisi impeccabile della filosofia del suddetto. Ebbene, credere di conoscere Nietzsche avendo come unico termine di giudizio quelle quattro citazioni famose messe in croce cui prima mi riferivo – vogliamo fare un esempio? «Senza la musica la vita sarebbe un errore», alzate la mano se l’avete sentita almeno una volta – sarebbe un po’ come affermare di conoscere Meryl Streep solamente perché l’abbiamo incrociata di sfuggita al banco surgelati del supermercato.

La cosa più grave è che non sono solamente certe citazioni ad essere travisate: condividono la stessa sorte, spesso e volentieri, anche quei concetti fondamentali che della filosofia nietzschiana costituiscono il cardine e che andrebbero affrontati, per una comprensione effettiva, previa lettura delle sue opere e delineazione di una prospettiva pressoché generale concernente gli sviluppi del suo pensiero.

 

  • DIO È MORTO

140026914-0224e4d5-a1df-4b5e-976b-c702d546e7d7Tra i concetti spesso mal interpretati e oggetto delle divagazioni più fantasiose mi sembra d’obbligo inserire quello della morte di Dio. Diciamolo una volta per tutte: il “Dio è morto”, ravvisabile negli aforismi 108, 342 e 125 de La Gaia scienza non fa di Nietzsche un convenzionale ateo e se si scaglierà contro la religione, lo farà nella misura in cui la questa non si consideri come volta ad incoraggiare la creatività umana. Dall’aforisma 108, Nuove battaglie: «Dopo che Buddha fu morto, si continuò per secoli ad additare la sua ombra in una caverna – un’immensa orribile ombra. Dio è morto: ma stando alla natura degli uomini, ci saranno forse ancora per millenni caverne nelle quali si additerà la sua ombra.  E a noi – a noi non resta che vincere anche la sua ombra!».

Cosa vuole dirci qui Nietzsche? Non di certo che Dio sia fisicamente morto. Il riferimento al mito della caverna di Platone è evidente, ove, se ricordiamo, le ombre venivano scambiate per elementi reali che tendono ad ingannarci nella nostra ingenuità nel frangente del processo conoscitivo. Dal mito della caverna Nietzsche per il suo aforisma trae solamente il contesto; tra le righe possiamo leggere difatti che le ombre di Dio non sarebbero altro che delle oggettivazioni dell’uomo stesso. È proprio l’uomo a continuare a ravvisare nella conoscenza la presenza di dio. Nell’aforisma 539 di Aurora – Sapete voi quel che volete – è contenuta la chiave per la lettura di quello precedentemente citato: la conoscenza – dice Nietzsche – è il mezzo che l’uomo adotta per ridurre il mondo alla propria misura.  Detto questo abbiamo dunque ricomposto il puzzle: l’ombra di Dio non costituisce altro che quella dell’uomo che si esterna e si oggettiva in una forma assoluta, nella quale non è più possibile poi trarre la natura autentica della conoscenza come risposta al proprio bisogno;  le ombre sopracitate  sono quegli errori che ci portano a divinizzare la natura, sono proiezioni di matrice puramente umana che implicano il credere che si possa giungere ad una conoscenza ultima delle cose, che esistano delle leggi di natura.

Come si potrà leggere nell’aforisma seguente, il numero 109, Stiamo in guardia, «quand’è che potremo iniziare a naturalizzare noi uomini insieme alla pura natura, nuovamente scoperta, nuovamente redenta?». Misurando l’universo secondo i nostri canoni, non facciamo altro che umanizzarlo e riempirlo di astrazioni; sono così erronei i riscontri che intrecciano bellezza e finalità nell’universo: «solo l’uomo è bello e su questa ingenuità si basa ogni estetica» (Nietzsche). Il mondo, nel presente aforisma, viene delineato come mancante di «ordine, articolazione, forma, bellezza, saggezza, e comunque si chiamino tutte le nostre estetiche umanizzazioni. A giudicare dal punto di vista della nostra ragione, i lanci sbagliati sono di gran lunga la regola». Dirà infatti nella terza parte di Così parlò Zarathustra, nel canto Sì e Amen«perché la Terra è un tavolo divino, fremente per nuove parole creatrici e per divini lanci di dadi»; la Terra sarebbe dunque un tavolo sul quale Dio lancia i suoi dadi, ed il tutto avverrebbe per una combinazione casuale. Cosa sono i dadi? Nient’altro che le parole. «Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος» recita il prologo del Vangelo di Giovanni, ossia «In principio era la parola», poiché è tramite le parole che secondo il sacro testo Dio pone il mondo.  Sulla base di queste ultime affermazioni dunque per il Nostro non esistono leggi di natura: il mondo si crea di continuo uguale a se stesso.

Dove sono quindi da cercare le ombre di Dio? Certamente in seno alla scienza del tempo, la quale si basava su presupposti dogmatici che affondavano le radici nella teologia. La “morte di Dio” va interpretata come uno slancio alla libertà, alla capacità di potere rinnovarsi, di potersi spogliare del peso del passato per acquistare una leggerezza nuova che funga come trampolino di lancio per divenire diversi, creativi, non più ancorati a precetti vecchi e gravosi che tappano le ali e spingono alla passività. Dio non è nient’altro che il simbolo di tutte le fedi e di tutte le metafisiche cui l’uomo si attacca nel disperato bisogno di credere in qualcosa per dare un senso alla propria esistenza, per credere nella favola piuttosto che accettare la cruda realtà.

 

  • L’ETERNO RITORNO

cv5ip6m«Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!» (Aforisma 341 de La Gaia Scienza). L’ultima frase è molto suggestiva e non capita di rado che la si utilizzi in occasioni che con la Filosofia c’entrano ben poco. Insomma, potrebbe essere considerata una frase romantica, un po’ come per dire «qualora fosse vero che tutto debba tornare, ripetersi perpetuamente, io sceglierei sempre te»Vomitevolmente dolce, ottimo da utilizzare a San Valentino o nei biglietti dei Baci Perugina, ma non è sicuramente questo il punto. Non deve essere solamente questo il punto. In questo aforisma, forse uno dei più noti della suddetta opera, Nietzsche espone la celeberrima teoria dell’eterno ritorno dell’eguale che si ricollega direttamente al concetto di oltreuomo.

Come? Ebbene, giusto per non riportare l’ennesima citazione testuale andiamo al dunque: come reagireste se qualcuno vi dicesse che tutto ciò che avete vissuto, tutto, ma proprio tutto, gioie, sofferenze, vostra suocera, i brufoli adolescenziali, ogni singolo esame dalla quinta elementare alla senilità, momenti più o meno piacevoli insomma, dovesse infinitamente tornare? Sulla base della vostra reazione Nietzsche vi collocherebbe in due categorie: o siete oltreuomini o siete uomini comuni. Come reagirebbe un uomo comune? «Non ti getteresti a terra e non digrigneresti i denti e non malediresti il demone che così ha parlato?»; ecco, esattamente così, ossia non accoglierebbe certamente con entusiasmo, quanto con disperazione, la cattiva novella. Un oltreuomo risponderebbe «tu sei un dio e mai ho udito qualcosa di più divino», proprio come cita il testo. Ciò che contraddistingue il superuomo in questo caso è la sua abilità di dire Sì alla vita, di essere ben disposti nei confronti della vita e di se stessi tanto da non desiderare altro al di fuori di un eterno ritorno di essa; è altresì un forte sintomo di attaccamento alla vita, quel quid che ci trasporta verso la piena accettazione dell’esistenza, sempre e comunque.

E il Nostro? Ci credeva nell’eterno ritorno? Non possiamo dirlo con certezza, sappiamo solamente che un frammento tardo riporta un’ipotesi a livello fisico di esso, affermando che gli elementi che compongono la realtà costituiscono un numero finito di enti. Stando a questa prospettiva, l’universo dovrebbe essere finito e dunque quando il numero finito delle combinazioni degli elementi tenderebbe ad esaurirsi, allora l’universo, come in una sorta di reset, si ripeterebbe all’infinito secondo le stesse combinazioni. Le conoscenze scientifiche del nostro tempo però ci allontanano completamente da quella che, a quanto pare, è destinata a rimanere solamente un’ipotesi: sappiamo che la combinazione degli elementi è infinita e che anche l’atomo, la cui etimologia ci riporta al suo concetto, ossia a-tomos, indivisibile, è adesso capace di ulteriori scissioni. Questo smonta definitivamente l’ipotesi fisica dell’eterno ritorno.

 

  • LA CONOSCENZA

«Il modo più consueto di ingannare se stessi e gli altri consiste appunto nel presupporre, nella conoscenza, qualcosa in quanto già noto,o nel farselo andare bene così comè». Parole sante, ma non sono di Nietzsche, bensì di Hegel, eppure si avvicinano molto alla concezione che egli possiede di conoscenza, esposta nell’aforisma 355, Origine del nostro concetto di conoscenza, uno dei più complessi e ambigui dell’intera opera. Se in un primo momento difatti questi affermi quanto il conoscere, nel sentimento comune, venga inteso come quel processo volto a riportare al noto l’estraneo – oltre che essere una risposta all’istinto della paura, cui l’uomo risponde cullandosi con la sicurezza apportata dalla conoscenza –  d’altro canto «il noto è ciò che è abituale, e l’abituale è la cosa più difficile da riconoscere, ossia da vedere come problema». La somiglianza con Hegel è impressionante, sebbene Jonas Kaufmann, studioso di Nietzsche, non manca di far notare che Nietzsche non fosse uno studioso di Hegel e che probabilmente non conoscesse neanche la precedente citazione. In ogni caso in questo aforisma assistiamo ad un ribaltamento bello e buono: la conoscenza nella prima parte di esso risulta il portare l’estraneo al noto, eppure nel segno di tale processo forse non ci accorgiamo quanto invece sia «insensato voler prendere in generale a oggetto il non-estraneo».

Qual è il messaggio che passa? Quella di una conoscenza che non deve mai smettere di porsi domande, di dubitare anche sul noto, di non dare mai nulla per certo, poiché è sguazzando nella certezza che ci fossilizziamo in essa: è erroneo far divenire il certo una verità incontrovertibile. Riallacciandoci al titolo dell’opera cui sono tratti gli aforismi illustrati, Gaya Scienza è proprio quella scienza che ride delle pretese d’assoluto della conoscenza umana; la posizione di Nietzsche è quella di uno scetticismo quasi afasico, sfociante in una sorta di impronunciabilità sulla realtà. È questo il messaggio di cui è indirettamente imbevuto l’aforisma 374, Il nostro nuovo infinito: la nostra conoscenza è prospettica ed essendo rinchiusi nella nostra prospettiva «non possiamo girare con lo sguardo il nostro angolo», siamo chiusi nella nostra prospettiva e non riusciamo a vedere le altre prospettive«È una curiosità senza speranza voler sapere quali altre specie di intelletto e di prospettiva possano ancora esserci».

 

  • I CREDENTI E IL LORO BISOGNO DI FEDE (AFORISMA 347)

img_262072958Questo passaggio è da considerarsi come lo squarcio di quel velo che, secondo Nietzsche, cela i pretesti della nostra fede, da estendere all’ambito non solo religioso, ma altresì politico e concernente in generale tutti gli ideali, le fedi, in cui ci piace rispecchiarci. Perché abbiamo bisogno di credere a tutti i costi? La fede è richiesta laddove vi è un deficit di volontà, intesa come l’affezione causataci dal comando: essere affetti dal comando è il contrassegno decisivo della padronanza di sé e della forza. Nietzsche si rifà all’espressione «affekt des defehls» (passione del comando). Non dimentichiamo però il significato originario del nostro termine passione: la radice è la medesima del termine “passivo” che deriva dal verbo latino patior, ossia sopportare; dunque qui si parla di passione nella misura in cui siamo passivi nei confronti di determinate cose, di una persona che ha capacità di resistere, di sopportareAffetti dal comando, quasi si parlasse di una malattia. L’obiettivo è quello di evidenziare la disposizione passiva ravvisabile nell’ attitudine al comando: l’essere affetti da esso, subirlo passivamente, evidenzia una passività nel sottoporsi ad esso; la passività del comando inteso come affezione consiste, nella sua origine, nel saper comandare se stessi.

È evidente il legame con il concetto di volontà: l’affermazione della volontà consiste nel comandare a se stessi e nell’obbedire al proprio comando e non nel lasciarsi solamente comandare. Se la passività non si riesce ad esercitare nei confronti di se stessi, si rischia di subire quella dell’altrui imposizione. In questo Nietzsche e Immanuel Kant hanno in comune più di quanto potremmo aspettarci: il concetto di comando di se stessi è ascrivibile ancora allo spirito illuministico, cui si contrappone ogni forma di religione che presuppone passività; non per nulla il motto dell’Illuminismo è «Sapere aude!», ossia «Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto!», e non per lo stesso nulla difatti il Buddhismo e il Cristianesimo sono viste da Nietzsche come religioni della castrazione della volontà«Quando un uomo giunge alla convinzione fondamentale che gli devono essere dati degli ordini, egli diventa credente», sentenzia.

Qual è pertanto il rimedio? La libertà del volere attraverso la quale uno spirito prende congedo da ogni fede, ogni desiderio di certezza. Si arriva quasi ad un elogio del dubbio che incorona l’incertezza come la condizione spirituale di chi è autenticamente forte: lo spirito che rivendica la libertà del volere è libero par excellence.

E allora? Nietzsche è ancora solamente l’autore delle didascalie di foto talvolta poetiche, altre talmente indecenti (specialmente se riguardano figure umane dalla dubbia discrezione) da meritare il trattamento «non ti curar di loro, ma scorri la home di Facebook/Instagram e passa?».

Io non credo proprio, e voi?

 

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About Sara Campisi

REDATTRICE | Siracusana, innamorata della sua terra, classe 1996. Frequenta la triennale di Filosofia presso l'Università degli Studi di Bologna. Visionaria, irrimediabilmente e perennemente distratta, lettrice camaleontica con uno spiccato interesse per la fisica. Ama i viaggi, la musica classica ed il mare.

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