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Da Friedrich Nietzsche a Karl Marx: il viaggio dello spirito apollineo e dello spirito dionisiaco

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Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900) è stato un filosofo, poeta, compositore e filologo tedesco. “La Nascita della Tragedia dallo Spirito della Musica” (1872) è considerata come la sua prima vera opera filosofica

Ne La Nascita della Tragedia dallo Spirito della Musica, il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche introduce due concetti, apparentemente antitetici: quello di apollineo e quello di dionisiaco. L’aggettivo apollineo (dal latino apollineus-a-um, «di Apollo», con riferimento al dio Apollo, divinità greca del sole, della giovinezza, della bellezza e dell’arte) è applicabile a tutto ciò che è perfettamente equilibrato, razionale ed armonioso. Viceversa, l’aggettivo dionisiaco (dal greco dionysiakós, «di Dioniso», con riferimento al dio Dioniso, divinità greca del vino e dunque dell’ebbrezza) indica ciò che è caotico, irrazionale, eccessivo e frenetico.

Nietzsche, nel corso dell’opera, distingue due diverse “epoche” dell’Ellade: un’età pre-socratica, in cui trionfano i valori vitalistici che inneggiano alla vita, propri del dionisiaco; e un’età post-socratica in cui, invece, vengono celebrati valori schiavili come la mitezza, la povertà, e l’obbedienza, con il trionfo dunque dell’apollineo. Una vigorosa accettazione della vita e un’esaltazione generale della vitalità sono caratteristiche proprie della tragedia greca classica, in cui Nietzsche ritrova il trionfo del connubio apollineo-dionisiaco.

Con l’arrivo del «so di non sapere» socratico, delle “idee” platoniche e dei “concetti” aristotelici, la ragione ha poi fatto il suo ingresso nel mondo, a detta di Nietzsche, eclissando quasi completamente lo spirito dionisiaco: l’intelletto e la morale prendono il posto dell’istinto e delle passioni, Euripide – in ambito drammaturgico – soppianta completamente l’elemento vitalistico e passionale a favore di quello apollineo. Con lui, infatti, si ha per la prima volta il predominio quasi assoluto del lógos sulla parte desiderante. L’opera nietzschiana, tuttavia, si rivolge esclusivamente alla grecità, spingendosi fino agli anni immediatamente successivi all’avvento della filosofia socratica. Ma cosa succederebbe se – compiendo una sorta di “esperimento mentale” – si provasse ad ampliare l’analisi del filosofo in senso cronologico, applicandola in particolare a quelle correnti artistiche e filosofiche dell’ultimo quarto del XIX secolo, contemporanee cioè all’uscita de La Nascita della Tragedia, e dimostrare come lo spirito dionisiaco e quello apollineo, apparentemente inconciliabili, siano in realtà inscindibili ed interdipendenti?

 

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“Impressione, levar del sole” (in lingua francese: “Impression, soleil levant”, 1872) ad opera del pittore francese Claude Monet (1840-1926) – olio su tela, 48×63 cm – Musée Marmottan Monet, Parigi

 

A partire dalla seconda metà del XIX secolo, tre sono le correnti artistiche a contendersi la scena nel Continente europeo: l’Impressionismo, il Simbolismo e il Naturalismo. La prima è una tendenza esclusivamente legata alle arti figurative, ed in particolare alla pittura. È proprio nello stesso anno di pubblicazione de La Nascita della Tragedia che Claude Monet realizza quel dipinto che conferirà il nome alla tendenza di cui quest’artista è considerato il massimo esponente: Impressione, levar del sole. L’artista, infatti, ha preso ispirazione per il suo soggetto dal porto di Le Havre al momento dell’alba; tuttavia, la località non è chiaramente riconoscibile, in quanto le pennellate veloci e “virgolettate” dell’artista non si soffermano con gran precisione sui contorni degli oggetti. La sua tecnica pittorica appare completamente dionisiaca in quanto, con l’utilizzo di pennellate sommarie e sbrigative, si pone in aperto contrasto con i canoni neoclassici di Johann Joachim Winckelmann e dunque con l’arte apollinea, equilibrata, razionale, che esclude ogni traccia di pathos dall’opera e che si basa sull’uso del colore locale, steso fluidamente e in maniera studiata, per isolare e definire i volumi delle figure.

 

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“I giocatori di carte” (1890-1895), ad opera del pittore francese di origine italiane Paul Cézanne (1839-1906) – olio su tela, 47×56 cm – Musée d’Orsay, Parigi

 

Nonostante quest’apparente prevalenza del dionisiaco, un aspetto tendente maggiormente al razionalismo e all’armonia è ravvisabile nell’utilizzo che essi fanno del colore: la tecnica del colore puro prevede l’utilizzo di colori non miscelati, con il rifiuto di qualsiasi contaminazione tra un tono e l’altro. Questa tecnica evidenzia la volontà di questi artisti di non sporcare la percezione che deriva loro dal mondo sensibile, poiché essi vorrebbero rappresentarla nella maniera più immediata possibile, così da non lasciarsela sfuggire.

Non sono di quest’ultimo avviso, invece, i post-impressionisti, termine col quale si indicano tutti quegli artisti che, nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, si scostano dalla poetica impressionistaPaul Cézanne si serve del dionisiaco per esprimere l’apollineo: è affascinato dall’idea di arrivare a rappresentare non semplicemente una percezione derivata dal mondo sensibile, ma la sua essenza più pura, profonda, geometrica. A detta dell’artista, infatti, è la geometria che permea tutte le cose e a cui tutto può e deve essere ricondotto, se si vuole comprendere la natura nella sua essenza più intima. Si veda ad esempio I giocatori di carte, dove le figure dei due amici intenti a giocare a carte in un bar sono ricondotte alla loro essenza più pura – il cilindro.

 

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“Te tamari no Atua” (in lingua italiana: “La nascita di Cristo”, 1896), ad opera del pittore francese Paul Gauguin (1848-1903) – olio su tela, 96×131 cm – Neue Pinakothek, Monaco di Baviera

 

Con Paul Gauguin questo rovesciamento è ancora presente, ma reso in maniera differente. Egli ritiene che la realtà non sia solamente quella esterna, percepibile con i sensi, ma soprattutto quella onirica ed immaginifica. Un chiaro esempio è Te tamari no Atua, in cui la figura della donna gestante in primo piano è frutto di un sogno dell’artista, mentre la scena sullo sfondo, con immagini tratte dalla Natività di Cristo, appartiene alla sfera del ricordo, perciò resa con toni bassi e simili. Le tematiche, dunque, appaiono dionisiache. Lo spirito apollineo in Gauguin si ritrova con la tecnica pittorica del cloisonnisme; elimina dunque le pennellate convulse e scomposte degli impressionisti e di Cèzanne, facendo ritornare una sorta di tranquillità ed equilibrio compositivo. Tranquillità che però non è destinata a raggiungere il suo perfetto compimento: Gauguin utilizza infatti il colore simbolico, soggettivo, innaturale, anticipando quella che sarà la tendenza Fauves del primo Novecento.

 

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“Campo di grano con volo di corvi” (1890), ad opera del pittore olandese Vincent van Gogh (1853-1890) – olio su tela, 50×100 cm – Van Gogh Museum, Amsterdam

 

«Più divento dissipato, malato, vaso rotto, più io divento artista, creatore… con quanta minor fatica si sarebbe potuto vivere la vita, invece di fare dell’arte». Con queste parole, Vincent van Gogh mostra perfettamente quella che è la sua condizione mentale: soffre di bipolarismo. Si può dire che l’artista olandese anticipi quello che sarà il movimento dell’Espressionismo; infatti egli tende a concretizzare le sue emozioni e i suoi stati d’animo turbolenti e contrastanti attraverso la pittura. Uno dei dipinti che meglio evidenziano questa sua tendenza è Campo di grano con volo di corvi. La tela è uno straziante grido di dolore, accentuato dal ritmo vorticoso delle pennellate che, come tipico dell’artista, tendono a seguire uno schema preciso (nelle spighe di grano hanno un andamento obliquo ed orizzontale; nel cielo obliquo e vorticoso, nelle tre biforcazioni dei viottoli bordati di verde esse seguono lo snodarsi della stradicciola) e che rappresentano l’elemento apollineo in quel tornado di pulsioni dionisiache che è l’animo dell’artista.

Il Simbolismo e il Naturalismo sono altre due tendenze che rivestono un’importanza primaria nella seconda metà dell’Ottocento. I poeti simbolisti prediligono l’utilizzo di termini particolarmente ermetici, ambigui, simbolici appunto, dal momento che ritengono che le misteriose «Corrispondenze» presenti in Natura possano essere rivelate agli uomini comuni dal poeta-vate solo attraverso l’utilizzo di un linguaggio altrettanto complesso ed enigmatico. Sul piano tecnico-stilistico, i simbolisti prediligono l’utilizzo di forme metriche tradizionali ed equilibrate, come ad esempio il sonetto. Dunque, per quanto riguarda la forma, sembrerebbe prevalere l’aspetto apollineo. Se si concentra la propria attenzione sulle tematiche trattate da questi autori, tuttavia, si noterà invece che non escludono affatto la componente passionale, irrazionale, dunque vitalistica, ed anzi la impiegano al suo livello più elevato. Il poeta e saggista Valerio Magrelli utilizza a questo proposito l’espressione «morbo e marmo» in riferimento alla poetica baudeleriana, laddove «morbo» simboleggia la tensione emotiva e la componente pulsionale dell’autore, «marmo» l’utilizzo di metri definiti classici per canalizzare ed esprimere lo stesso «morbo».

 

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Charles Pierre Baudelaire (1821-1867) è stato un poeta, scrittore, critico letterario, critico d’arte, giornalista, filosofo, aforista, saggista e traduttore francese

 

In contrapposizione alla figura del poeta-vate simbolista, il Naturalismo elabora quella dello scrittore-scienziato. Il poeta, non avendo più alcuna utilità pratica nella civiltà industrializzata e massificata del XIX secolo, può recare qualche beneficio alla società solo nel momento in cui si limita a descrivere oggettivamente ed impersonalmente, in maniera quasi chirurgica, la realtà del suo tempo. L’artificio dell’impersonalità è per questo motivo l’espediente stilistico attraverso il quale le situazioni e i personaggi vengono presentati ai lettori. Il genere che prediligono è quello del romanzo ottocentesco, dunque strutturato secondo un prologo, uno svolgimento e una conclusione. Una struttura che è ordinata e diligentemente rispettata. Dunque, ad un’analisi esclusivamente stilistica, i naturalisti sembrerebbero in tutto e per tutto apollinei, estremamente razionali e scientifici. Bisogna però ancora tenere in conto le tematiche trattate, i personaggi e gli intrecci messi in scena da questi autori.

Hippolyte Taine, filosofo positivista, elabora infatti quella teoria secondo la quale gli uomini e le loro stesse azioni sono condizionate da tre elementi: la race, (la razza), il milieu, (il contesto sociale) e il moment (il contesto storico) da cui provengono. Così i naturalisti compongono romanzi in cui mettono in scena personaggi provenienti dai bassifondi e dalle periferie di città, in quanto li ritengono gli unici luoghi dove la natura umana si manifesta nella sua più sincera brutalità e perversione. Dunque, nei contenuti, i romanzi naturalisti appaiono più dionisiaci che mai.

 

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“L’origine delle specie” (titolo originale: “The origin of species”), opera del naturalista inglese Charles Darwin (1809-1882), è una tra le opere cardine nella storia scientifica nonché una delle più eminenti in biologia e pubblicata, per la prima volta, il 24 Novembre 1859

 

La tematica della natura violenta, brutale, selvaggia, è una delle questioni alla base del Darwinismo, ed in particolare della lotta per la sopravvivenza e della teoria evoluzionistica del naturalista inglese Charles Darwin. I presupposti da cui Darwin parte nel suo saggio L’origine delle specie sono completamente dionisiaci: egli ritiene che, nel corso dei secoli, per ragioni legate all’ambiente e alla specie di appartenenza, gli animali, tra cui l’uomo, siano stati spinti a una continua lotta per la sopravvivenza, nel corso della quale solamente quegli individui che possiedono caratteristiche per loro vantaggiose riescono a imporsi. Ma, ancor di più, lo spirito dionisiaco si manifesta nel modo in cui queste caratteristiche vantaggiose vengono acquisite: esse sono il frutto di mutazioni genetiche completamente casuali che compaiono nel genoma di alcuni individui di una determinata specie. La prole, dunque, presenterà all’interno del proprio DNA queste modificazioni casuali e le quali, nel corso dei secoli, accumulandosi, daranno vita a nuove specie. Il Darwinismo sociale, sublimazione in ambito sociale delle teorie del naturalista inglese, si può ritrovare anche in un’altra corrente filosofica della metà del XIX secolo: il Marxismo.

 

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Il “Manifesto del Partito Comunista” (titolo originale: “Manifest der Kommunistischen Partei”) fu scritto da Karl Marx (1818-1883) e Friedrich Engels (1820-1895) fra il 1847 e il 1848 e pubblicato a Londra il 21 Febbraio del 1848

 

Karl Marx, filosofo, economista e storico tedesco, nel suo libretto propagandistico Manifesto del Partito Comunista presenta il concetto di lotte di classe (tra classi sfruttate e classi sfruttatrici) come legge che regola il progresso dell’umanità e il passaggio da un’epoca storica alla successiva. In questo consiste la componente dionisiaca del Marxismo. Ma l’impostazione che Marx dà alla sua scienza è completamente apollinea: ritiene che vi sia una legge immanente la storia (appunto, quella delle lotte di classe), dunque che la realtà stessa sia strutturata in maniera razionale e precisa, e che la ragione umana possa arrivare a comprenderla. Questo tratto della scienza marxista si ritrova anche nel pensiero positivista. È infatti proprio sul piano puramente filosofico che il Positivismo elabora una delle più profonde celebrazioni dello spirito apollineo. Esso trova espressione nel razionalismo nomologico di questo movimento, ovvero nella sua smisurata fiducia nell’onnipotenza della ragione umana, la quale può arrivare a conoscere le leggi più intime che regolano i fenomeni naturali.

Alla luce di ciò, sembrerebbe che i positivisti escludano completamente la componente dionisiaca. Tenendo presente che lo stesso Naturalismo e Simbolismo (e, in Italia, la Scapigliatura), in cui l’elemento dionisiaco è ben presente, sono le maggiori tendenze dello stesso periodo in cui il Positivismo nasce e si diffonde, per ritrovare lo spirito dionisiaco è necessario porsi una domanda: perché i positivisti sentono l’impellente necessità di ricondurre tutti i fenomeni sensibili a leggi precise?

A questa domanda si può rispondere solamente con congetture. Il caos dei fenomeni potrebbe averli spinti, secondo un impulso che è connaturato alla natura umana, a tentare di ricondurli a ragione; l’uomo infatti sente da sempre l’esigenza di arrivare a comprendere le cause prime e i meccanismi della realtà, e qualora non vi riesca inizia a percepirli come un possibile pericolo per la propria incolumità. È proprio così che la scienza, la matematica e la fisica nacquero. Ancora oggi queste discipline si basano su osservazioni, ipotesi e sperimentazioni; molte teorie sono quasi arrivate ad assumere valenza universale, ma il fantasma di una clamorosa smentita è sempre dietro l’angolo.

«Il metodo della scienza è razionale: è il migliore che abbiamo. Perciò è razionale accettare i suoi risultati; ma non nel senso di confidare ciecamente in essi: non sappiamo mai in anticipo dove potremmo essere piantati in asso» (Karl Popper, Poscritto alla logica della scoperta scientifica).

In definitiva, lo spirito apollineo e quello dionisiaco sembrerebbero essere governati da quel sehnsucht proprio del sentimento romantico, ovvero un doloroso struggimento conseguente all’impossibilità di raggiungere l’oggetto del desiderio. Quest’inseguimento perpetuo ed eterno ha permeato la materia sensibile sin dalla sua creazione, rendendo possibile quella varietà di fenomeni e situazioni di cui facciamo quotidianamente esperienza mediante i nostri sensi.

Nessuna delle due componenti, dunque, può essere percepibile né lontanamente immaginabile come avulsa dalla sua complementare alterità.

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About Beatrice Furini

REDATTRICE | Classe 1996, originaria di uno sperduto paesino della brumosa Pianura Padana, dove ha lasciato il cuore, frequenta la triennale di Filosofia presso l’Università degli Studi di Bologna. Attualmente vive ad Utrecht. Irriducibile sognatrice, viaggia per scoprire e scoprirsi. Scrive per necessità e non smette mai di meravigliarsi.

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