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“Fortunata”: la Mouchette contemporanea

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L'attrice Jasmine Trinca (1981) in una scena del film
L’attrice italiana Jasmine Trinca (1981) in una scena del film

I romanzi di Margaret Mazzantini nascono da forti motivazioni sociali e morali. Con i suoi volumi, ella vuole dare la parola agli ultimi, quelli che non hanno voce nella nostra società, che occulta la miseria con lo strepitio e il luccichio della ricchezza e dell’apparenza. Ma non si tratta più degli sfruttati strutturali all’organizzazione capitalistica del lavoro. Non esiste il lavoro organizzato in uno spazio e in una comunità o in una città identificati. I nuovi proletari costituiscono una nuova classe sociale, inclassificabile perché senza storia e privi di un ubi consistam. È in questa situazione disperante che Sergio Castellitto (marito della Mazzantini) sente la necessità etica di rifondare lo sguardo del cinema sull’uomo, un uomo senza orizzonti. In questo senso, Fortunata è il film più estremo e compiuto degli ultimi anni. Un film privo di barriere e di distanze ma carico di umori.

Fortunata (Jasmine Trinca) è una donna sulla trentina che sta crescendo da sola la figlia Barbara (Nicole Centanni) di otto anni in un quartiere degradato di Roma. È Agosto, la città è semivuota, e Fortunata va di casa in casa a fare (in nero) messe in piega e shatush ad amiche e vicine, coltivando il sogno di aprire un suo negozio di parrucchiera e conquistare così un minimo di indipendenza economica. Franco (Edoardo Pesce), il marito allontanato da casa, da cui Fortunata non è ancora separata legalmente, la tormenta con visite inaspettate, insulti gratuiti e aggressioni sessuali. Chicano (Alessandro Borghi), il suo migliore amico, è un tossico con una madre straniera, Lotte (Hanna Schygulla), che sta scivolando nel buco nero dell’Alzheimer. L’incontro con uno psicoterapeuta infantile, Patrizio (Stefano Accorsi), cui è stato affidato dai servizi sociali il sostegno psicologico a Barbara, si presenterà a Fortunata come l’opportunità di cambiare la propria vita. Ma non tutti sanno sfruttare le buone occasioni, soprattutto se a guidare le loro azioni è una cronica mancanza di autostima e una sfiducia nella capacità (o il diritto) di essere, nella vita, fortunati.

Alessandro Borghi (1986) e Jasmine Trinca in una scena del film
Gli attori italiani Alessandro Borghi (1986) e Jasmine Trinca in una scena del film

Fortunata si muove in uno spazio destrutturato, fra periferie anonime che ormai si assomigliano tutte, assurte alla dimensione sociologica dei non-luoghi esterni alle città (non solo centri commerciali e autogrill, il non-luogo è ormai il modello comune) e lo spazio aperto, il camping, il deserto fra discariche a cielo aperto e campagna. Nella cornice desolata di una periferia inospitale tutto diventa uguale, l’unica legge è quella della sopravvivenza cui sacrificare ogni privilegio. Il fronte della città si restringe sensibilmente in Fortunata, allorché lo sguardo della macchina da presa sembra poter contenere solo la riottosa giovinezza della protagonista, impegnata in un estenuante corpo a corpo con lo spazio e il tempo dei suoi anni. Quando è per strada Fortunata rivela la sua natura guerresca, i suoi passi seguono una linea rigorosa, obbediscono a un ordine prestabilito, quasi avesse una mappa degli obiettivi da raggiungere e dei sentieri da percorrere, anche se poi la meta è una sola e si chiama lavoro. È questa la desolata geografia del film, un reticolato di solitudine e inganni dentro cui si muove, ora implacabile ora esausta, la giovane protagonista.

L’apertura ai tempi morti della quotidianità, in cui sembra non accadere nulla, propria della scelta cronachistica zavattiniana, è estranea al modo di confrontarsi col reale di Castellitto, per il quale il découpage e il montaggio, pur cronologici, giocano un ruolo importante nel determinare il ritmo incalzante del film, con pause studiate. Il rischio della deriva recitativa è scongiurato grazie al ruolo trainante della Trinca e al maniacale lavoro degli altri attori e del regista, dando al film un impatto di documentazione realistica tesa a evitare il narcisismo di attori incapaci di entrare in una medesima tensione collettiva. Nel film il montaggio oscilla tra il tempo reale e lo sbriciolamento in sequenze frante. C’è un tempo reale povero, che amplifica un momento inessenziale della narrazione e c’è un tempo reale sostanziale, che si limita a rispettare un momento fondamentale della narrazione, rappresentandolo per quello che è, un istante di vita. Ogni scelta tecnica, nelle fasi di ripresa o di montaggio, concorre così alla coerenza della narrazione, alla sua credibilità. E permette una precisa aderenza alla realtà socioeconomica che vuole raccontare. Si parte dalla realtà. E alla realtà si ritorna, per mezzo del racconto, della narrazione di una storia. Alla realtà si torna, per mezzo del cinema. È in questo modo che lo stile di regia si piega ai temi rappresentati, dà loro autenticità e forma sincera di realismo.

Il concetto stesso di prigione è diverso da come lo intendiamo comunemente. Per il regista e sceneggiatore francese Robert Bresson esistono due tipi di prigione. La prima, quella più terribile, è la prigione metafisica che è la vita contemporanea, rappresentata cinematograficamente dalla casa spoglia nella quale Fortunata passa con la figlia le sue giornate. Paradossalmente, il carcere vero e proprio coincide con la libertà interiore. Anche per Fortunata il carcere significa libertà, ma la vera prigione non è (solo) di natura esistenziale, bensì socioeconomica. Politica, nel senso più ampio del termine. La salvezza di Fortunata dipende dall’estrema ricomposizione dell’antinomia tipica bressoniana fra libero arbitrio e necessità. In questo film è Fortunata stessa a spezzare le catene. La sua salvezza dipende in primo luogo dalla sua volontà. Quello che Castellitto mette in scena è un doppio processo di formazione. Da rotella elementare dell’ingranaggio socioeconomico, Fortunata acquista coscienza di sé e del valore delle proprie azioni nella società degli uomini (Franco, Chicano, Patrizio). Nessuna Redenzione, quindi. Non esiste l’Oltre in Fortunata. Esiste solo questo marcio mondo terreno che non è il migliore dei mondi possibili, anzi, forse è uno dei peggiori. La salvezza, però, in un certo senso è possibile.

E anche se la società appare irrimediabilmente votata al precipizio, sta alla coscienza del singolo prodursi per agire eticamente. Nonostante tutto.

 

 


 

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About Enrico Riccardo Montone

REDATTORE | Classe 1993, laureato in Comunicazione. Amante del cinema, è recensore di film. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2014 ha scritto il libro "A ciascuno il suo cinema".

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