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Flemma britannica

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UK General Election 2017: i risultati dei primi tre candidati Theresa May (1956), Jeremy Corbyn (1949) e Nicola Sturgeon (1970)
UK General Election 2017: i risultati dei primi tre candidati Theresa May (1956), Jeremy Corbyn (1949) e Nicola Sturgeon (1970) – Fonte: Wikipedia

Poco più di un mese fa, la valanga di voti presi dai Tories e la disfatta del Labour Party alle Elezioni Amministrative, lasciava presagire che le Elezioni Politiche anticipate – indette a due anni dalle ultime – si trasformassero in quel mandato forte che Theresa May voleva per condurre le trattative della Brexit e per ridefinire l’identità del Regno Unito, una volta fuori dall’Europa e dal suo alveo normativo.

Ma l’8 Giugno proprio questa prospettiva deve aver spaventato gli elettori e, insieme ad errori madornali nella comunicazione compiuti dalla May e dai conservatori, ha portato ad un verdetto elettorale radicalmente diverso da quello del 4 Maggio, data delle Amministrative. I conservatori, che si sentivano forti del mandato popolare, avevano presentato un manifesto, un programma elettorale, che non faceva mistero della volontà di procedere con ulteriori tagli al welfare. Al punto addirittura di proporre una dementia tax, una tassa per la gestione degli anziani che avrebbe pesato sulle loro stesse spalle e su quelle dei familiari. Ma in seguito, su questo e altri punti, i conservatori hanno fatto clamorose inversioni a U che hanno minato la loro affidabilità. Il timore di un hard Brexit, cioè di un’uscita a tutti i costi dal mercato unico, con conseguenze disastrose per l’economia, e non solo, ha accresciuto le paure.

Dall’altra parte Jeremy Corbyn, nonostante l’handicap del fuoco amico contro la sua leadership (giudicata troppo socialista) e nonostante l’ostilità dei mezzi di informazione che lo hanno sottostimato e qualche volta addirittura insultato, ha saputo giocare bene le sue carte, da vecchia volpe della politica. Innanzitutto ha spostato l’attenzione dalla Brexit ai timori degli ulteriori tagli allo Stato sociale e ai servizi (già ridotti al lumicino dai tempi di Margaret Thatcher e poi da Tony Blair, autore della svolta liberista del New Labour). La paura quindi di emergenze più concrete, come quella dei tagli alla scuola e alla già disastrata sanità britannica, ha spinto l’elettorato a ridimensionare i Tories. Corbyn ha infatti  saputo mettere da parte temporaneamente la questione Brexit (un oggetto misterioso anche per i suoi stessi fautori), sulla quale il suo partito mantiene diverse ambiguità. Ha inoltre attratto al voto settori di elettorato, quello giovanile, che invece nelle ultime tornate – compreso il referendum sull’UE – si era tenuto lontano dalle urne.

I giovani sono ritornati protagonisti della politica e hanno espresso così la loro posizione contro il voto delle vecchie generazioni, più legate ai conservatori, e indifferenti o scettici verso l’Europa. È servita allo scopo la promessa di Corbyn di cancellare le onerosissime tasse universitarie che significano per gli studenti rette annuali parecchio alte. I due attentati terroristici di Manchester e di Tower Bridge a Londra, hanno messo sotto accusa la politica dei tagli. La May, infatti, Ministro dell’Interno per sei anni, ha a suo tempo autorizzato tagli sostanziosi agli organici della polizia, motivati da politiche di risparmio, che però danneggiano i servizi destinati alla collettività. All’indomani dell’attentato al Tower Bridge a Londra, non è servito dire che la polizia ha freddato gli attentatori dopo soli otto minuti dalla strage e che potevano essere anche «cancellate» le garanzie dei diritti civili per perseguire con più decisione i colpevoli. La strage c’è stata, e le carenze dell’organico nella polizia investigativa hanno giocato il loro ruolo. Gli agenti potranno essere stati anche efficientissimi nella repressione, ma il problema era a monte, nelle falle dell’attività investigativa prima che succedessero le stragi. A dir di più va detto che in genere le stragi e il clima di terrore contribuiscono a stabilizzare il Governo al potere (come sappiamo bene noi italiani dall’esperienza degli Anni di piombo), ma la May non ne ha beneficiato, anzi ne ha ricavato ulteriore danno.

Una mappa dei risultati in tutto il Regno Unito
Una mappa dei risultati in tutto il Regno Unito

Stupisce dopo il voto la reazione flemmatica della stessa May. La Prime Minister aveva indetto le Elezioni anticipate avendo una maggioranza assoluta in Parlamento di diciassette seggi, che però lei riteneva troppo esigua per avere un mandato pieno. Si è così andati al voto che però ha avuto come esito un «hung Parliament» (trad: Parlamento sospeso) nel quale i conservatori non hanno più la maggioranza assoluta (318 su 650, la maggioranza è 326), perdendo quindi seggi e dovendo allearsi. Di fronte all’insuccesso del voto anticipato, la May è andata avanti intavolando immediatamente le trattative per un Governo di coalizione con il Democratic Unionist Party nord-irlandese (DUP, trad: Partito Unionista Democratico) che ha conquistato  dieci deputati: una formazione di ultradestra religiosa protestante. In tutto Tories e DUP avrebbero una maggioranza di 328/650, con pochissimi voti di scarto sull’opposizione. Nel suo stesso partito è stata definita «dead woman walking» dall’ex Cancelliere dello scacchiere (cioè il super-Ministro delle Finanze e terza carica dello Stato) George OsborneBoris Johnson, riconfermato Ministro degli Esteri, che apparentemente sembra sostenerla, si dice sia pronto a sostituirla. Ruth Davidson, leader dei conservatori scozzesi, che hanno avuto un clamoroso successo in Scozia, conquistando seggi allo Scottish National Party (SNP, trad: Partito Nazionale Scozzese), ha già detto che teme l’alleanza con il DUP, partito omofobo, in rotta di collisione con la tolleranza dei Tories in materia di same sex marriage (la stessa Davidson sposerà la sua compagna a breve). Ma alla riunione/resa dei conti dei conservatori tenutasi al ridosso del voto (12 Giugno, ndr), i Tories non se la sono sentita di sconfessare apertamente la May: meglio aspettare il tavolo delle trattative sulla Brexit, al quale nessuno vorrebbe bruciarsi, lasciando l’incombenza alla May.

I DUP, inoltre, pongono non pochi problemi, tutti noti agli stessi Tories che mugugnano. Molti dei deputati DUP eletti sono iscritti all’Ordine d’Orange, quello famoso per le sfilate di provocazione nei quartieri cattolici; sono favorevoli alla Brexit in modo da mantenere ancora di più le distanze dalla confinante Repubblica d’Irlanda, e anzi sarebbero a favore di un vero confine. Il fronte nord-irlandese, inoltre, si sta scaldando per i crescenti attriti tra lo Sinn Féin (trad: Noi Stessi/Noi Altri Soli, partito cattolico filo irlandese e filo UE, che pure ha conquistato sette seggi al Parlamento di Westminster ma che, come da tradizione, non li occuperà mai per protesta) e lo stesso DUP. I due maggiori partiti nord-irlandesi, infatti, non hanno ancora raggiunto un accordo per il Governo locale, ormai a quattro mesi dalle ultime Elezioni Amministrative in Irlanda del Nord. In caso di mancato accordo scatterà l’home rule, cioè il ritorno del controllo diretto di Londra sul Governo locale, cosa che acuirebbe gli attriti tra i protestanti e i cattolici.

A tutto questo la May reagisce con la proverbiale flemma britannica, che però vira verso una faccia tosta che molti del suo stesso partito non credono le gioverà per molto. Ma ci sono altri risultati delle Elezioni Politiche che si ripercuoteranno sul futuro dell’UK. La leader dello SNP, Nicola Sturgeon, ha visto drasticamente ridimensionato il bottino di seggi conquistato due anni fa (da 56/59 a 35/59). Questo mette un’ipoteca seria sul secondo referendum per l’indipendenza della Scozia. Un altro risultato clamoroso è la sparizione dell’UK Independence Party  (UKIP, trad: Partito per l’Indipendenza del Regno Unito), che era stato il principale fautore della Brexit. I voti dell’UKIP, che i Tories pensavano di assorbire per intero, sono invece andati anche ai Labour, che ha una posizione ambigua sulla Brexit.

A tirar le somme, dunque, il voto recente nel Regno Unito sconfessa le prospettive separatiste (UKIP per uscire dall’UE) e SNP (per sganciarsi dal Regno Unito, anche se l’SNP propone un’adesione all’UE). Sembra che l’elettorato si sia spaventato per tutte queste uscite, e dagli ennesimi e paventati tagli alla spesa pubblica.

Quello che si prevede a stretto giro è che, se la May riuscisse a mettere in piedi un fragile Governo con il DUP, questo non durerebbe più di qualche mese aprendo la strada all’ascesa di un altro candidato Tory, o forse a un nuovo passaggio elettorale. In tutto questo la Brexit, soprattutto la hard Brexit, sembra annacquarsi e perdere il consenso dell’opinione pubblica.

Forse ci si sta rendendo conto che, sia essa hard o soft, sarà comunque un insuccesso?

 

 


 

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