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Fidel Castro senza il mito di Fidel Castro

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Da sinistra verso destra: il rivoluzionario, scrittore e medico argentino Ernesto Guevara (1928-1967) e il rivoluzionario e politico cubano Fidel Alejandro Castro Ruz (1926-2016)

La sera del 7 Luglio del 1955, in una casa di Città del Messico, in Calle Emparon 49, si incontrarono per la prima volta l’avvocato cubano Fidel Alejandro Castro Ruz ed il medico argentino Ernesto Guevara.

I due parlarono tantissimo, secondo alcuni addirittura per dodici ore, della situazione politica e sociale dei Paesi dell’America Latina, e in particolare di Cuba, dalla quale Fidel Castro, insieme al fratello Raul, era stato esiliato in quanto leader del movimento insurrezionale denominato 26 de Julio. Obiettivo del movimento era quello di rovesciare, militarmente, il Governo cubano di Fulgencio Batista, a sua volta conquistato con un colpo di Stato nel Marzo del 1952. Ci volle più di un anno per organizzare l’operazione: partiti dalle sponde del fiume messicano Tuxpan i ribelli, con una carretta galleggiante lunga tredici metri e larga cinque – battezzata Granma – approdarono sulle coste cubane il 2 Dicembre del 1956, alle cinque del mattino, a Las Coloradas, nei pressi dei monti della Sierra Maestra. Erano in tutto ottantadue e con Fidel, Raul e Guevara c’era anche un italiano: Gino Li Donni o Gino Donè Paro. Ha inizio così quella che passerà alla storia come la Rivoluzione cubana.

Dopo tre anni di guerriglia, con un esercito che si ingrandiva con il passare dei giorni e dei mesi, soprattutto grazie al sostegno di parte della popolazione contadina, l’8 Gennaio 1959 Castro faceva il suo ingresso trionfale nella capitale L’Avana e in un Paese ormai privo di Governo dopo la fuga di Batista nella notte di capodanno. Da quel giorno Fidel Castro sarà, ininterrottamente, il detentore del potere nell’isola fino al 2008, quando il fidatissimo Raul prenderà ufficialmente il suo posto.

Protagonista di quasi cinquant’anni di vita politica di Cuba e dell’America Latina, Castro è diventato un vero e proprio mito contemporaneo. Per i suoi sostenitori, egli ha incarnato (al pari del “Che” Guevara) gli ideali della lotta di liberazione nazionale contro lo strapotere economico e militare dell’imperialismo americano, e da Salvador Allende a Nelson Mandela, in tutto il mondo ogni leader politico che guidava un movimento volto all’autodeterminazione dei popoli e all’emancipazione dei più deboli gli ha tributato onori e simpatie. Per i suoi oppositori è stato invece un dittatore feroce e spregiudicato, accanito persecutore di avversari politici e fautore di misure discriminatorie nei confronti degli omosessuali, e, per gli USA, uno dei suoi nemici giurati.

Ora che il Líder Máximo, nella serata del 25 Novembre 2016, all’età di novant’anni, si è spento, è forse possibile tentare una lettura demitizzata della sua vicenda umana e politica, scevra dall’ideologia e da demonizzazioni. Anche perché lo stesso Castro non amava particolarmente l’ideologia: non è stato un grande teorico e non ha scritto molto. Era un grande oratore, questo sì: sono proverbiali i suoi lunghissimi discorsi, che spesso duravano anche alcune ore, nelle piazze e nei luoghi pubblici di Cuba. Esperto timoniere che «naviga a vista», ha invece usato l’ideologia come pezzuola per coprire questa o quest’altra sua mossa, spesso modificando o addirittura ribaltando le sue posizioni originarie, cambiando più volte alleati e fronti di battaglia.

 

 

Prendiamo la Rivoluzione cubana, ad esempio. Essa non nasce come una Rivoluzione comunista, e non è nemmeno lontanamente paragonabile alla Rivoluzione russa del 1917 e alla Rivoluzione cinese del 1949. La Rivoluzione cubana nasce come Rivoluzione nazionalista: il suo scopo non era l’abolizione della proprietà privata, ma cacciare il Governo filo-statunitense di Batista. E i primi alleati di Castro non furono i sovietici, ma proprio gli USA, che pensavano di trovarsi dinanzi ad un semplice cambio di Governo, nel discutibile ma tutto sommato tradizionale stile sudamericano fatto di colpi di Stato più o meno violenti,  e di aver trovato un nuovo partner con il quale continuare a fare affari. Tanto è vero che nei mesi successivi al Gennaio del 1959, Castro si recò in visita alla Casa Bianca e fu ricevuto dal vice Presidente Richard Nixon.

Le cose cambiarono quando Castro, tornato dal suo viaggio negli Stati Uniti, decise di avviare una riforma agraria che colpiva direttamente il monopolio esercitato dalla compagnia statunitense United Fruit sulla coltivazione della canna da zucchero, principale risorsa dell’isola. Il Governo USA manifestò allora un inevitabile atteggiamento ostile e Castro, con uno scaltro voltafaccia, cambiò interlocutore: concluse un vantaggioso accordo con l’URSS, che si impegnò ad acquistare lo zucchero cubano a prezzi molto superiori a quelli del mercato internazionale. A sancire definitivamente la nuova alleanza, Castro orientò la sua politica interna sul modello sovietico: fu istituito il monopartitismo e l’economia fu in grandissima parte statalizzata. È solo a questo punto, e quindi per motivi legati al commercio internazionale e alla politica estera, che Castro iniziò a dichiarare che i suoi provvedimenti stavano portando Cuba nella direzione del socialismo. Questa scelta di campo, in netto senso filo-sovietico, ha dato a Cuba un peso di gran lunga non proporzionato alle dimensioni territoriali, demografiche ed economiche di una piccola isola dell’arcipelago delle Antille, e non poteva essere tollerata dagli USA nella logica della Guerra Fredda: uno Stato filo-sovietico così vicino rappresentava una minaccia, che rischiava di contagiare l’intera America Latina.

È in questo complesso intreccio di alleanze in blocchi contrapposti che si colloca la questione delle basi missilistiche, che rende evidente che Castro era ormai diventato una semplice pedina di un gioco molto più grande di lui. Nel 1961, J.F. Kennedy appoggiò l’invasione di Cuba da parte di alcuni gruppi di esuli anticastristi, che sbarcano alla Baia dei Porci e tentarono di provocare un’insurrezione. La sommossa venne efficacemente repressa da Castro e l’URSS offrì assistenza economica e soprattutto militare, installando a Cuba una base di lancio per missili nucleari. L’incubo di Washington si stava realizzando: il nemico era davvero alle porte. La contromossa degli USA fu quella del blocco navale attorno a Cuba per impedire alle navi sovietiche di raggiungere l’isola, e questa partita a scacchi, nei sei drammatici giorni che andavano dal 16 al 21 Ottobre 1962, sembrava potesse trasformare la Guerra Fredda in guerra guerreggiata. Alla fine, Nikita Kruscev cedette e acconsentì a smantellare le basi missilistiche in cambio dell’impegno americano ad astenersi da azioni militari contro Cuba.

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Il simbolo del Partido Comunista de Cuba (PCC), fondato il 3 Ottobre 1965

Da questo momento in poi, Cuba si trasformò nella provincia più lontana dell’impero sovietico, e Castro non poteva far altro che amministrare i lauti aiuti economici provenienti da Mosca, che rappresentavano quasi 1/4 del PIL nazionale. Il socialismo di Castro era soltanto una piccola, e anche un po’ casareccia se vogliamo, riproduzione in scala di quello sovietico, con tanto di elementi folkloristici come le divise verde militare e le folte barbe dei dirigenti del partito e delle più alte cariche dello Stato. La Costituzione del 1976 (riformata nel 1992 senza significativi cambiamenti) affidava al Partido Comunista de Cuba la direzione politica del Paese e il segretario del partito era contemporaneamente Capo di Stato e Capo di Governo. Il potere legislativo era esercitato dall’Assemblea del Poder Popular, un Parlamento di 614 membri eletti ogni cinque anni. Ovviamente nessun partito politico era autorizzato a proporre candidati e a fare campagna elettorale e l’esercizio del diritto di parola non poteva entrare in contrasto con le superiori esigenze dello Stato.

Fidel Castro era quindi, innegabilmente, un dittatore: nel sistema politico monopartitico da lui instaurato, nessuno poteva contendergli la guida dello Stato. Non era possibile promuovere la formazione di partiti politici diversi dal PCC e offrire ai cubani programmi politici ed economici alternativi. Stampa, TV, radio ed editoria erano sottoposte a censura governativa. Una stretta così forte e duratura sulle libertà e sui diritti civili dei cubani, venne in qualche modo compensata con provvedimenti che fecero acquistare al regime un indiscutibile consenso popolare, un po’ come avvenne nell’Italia di Benito Mussolini fino alla metà degli Anni ’30: non esistevano, e non esistono ancora oggi, altri Paesi dell’America Latina che possono competere con il sistema pubblico di istruzione e assistenza sanitaria di Cuba.

Il crollo dell’URSS sancì uno spartiacque per Castro e lo costrinse a fare i conti con la dura realtà dell’economia: senza gli aiuti economici del gigante sovietico e con l’embargo imposto dagli USA sin dagli Anni ’60, il suo regime era destinato a tramontare. Dichiarò quindi che il Paese stava affrontando un «periodo speciale» e che pertanto erano necessari alcuni cambiamenti.

Ed ecco che Castro fece la sua seconda rivoluzione, meno conosciuta ma importante quanto la prima: per non essere travolto dal crollo del socialismo, decise di dialogare con il capitalismo. Negli Anni ’90 varò gradualmente una politica economica di parziale transizione al libero mercato, che continua tutt’oggi sotto Raul: legalizzazione delle libere professioni e dei mercati agricoli, apertura verso investimenti stranieri in larga misura nel settore turistico e alberghiero, accordi commerciali con Canada e Paesi europei in materia di nichel, tabacco, biotecnologie e industria farmaceutica. Proprio come il Lenin della Nuova Politica Economica del 1921 e il Deng Xiaoping del Socialismo con caratteristiche cinesi degli Anni ’80, Castro si rese conto che la realpolitik trionfa sempre sull’ideologia. Per sancire questo nuovo corso e il ritorno di Cuba alla normalità, nel 1998 Papa Giovanni Paolo II si recò in visita a Cuba. Molto probabilmente, quando anche Raul lascerà, Cuba completerà la sua transizione verso il libero mercato, magari con un marcato interventismo statale, e giungerà inevitabilmente alla democrazia parlamentare.

È qui che finisce la parabola di Fidel Castro, camaleontico e istrionico statista: nazionalista agli inizi della sua carriera, comunista ai tempi della Guerra Fredda, liberista dopo la dissoluzione dell’URSS. Fidel Castro senza il mito di Fidel Castro è stato dunque questo: un a-ideologico uomo del potere. Con lui muore anche quell’ultimo pezzo di storia del Novecento legato al sogno, tanto romantico quanto irrealizzabile, di costruire una società migliore a colpi di rivoluzione e dittatura del proletariato. Nel caso specifico di Castro e di Cuba, quel sogno fu sposato non per convinzione ma per convenienza.

Il risultato finale, comunque, non cambia: la sveglia, per quanto in ritardo, è suonata lo stesso.

 

(FILES) This file photo taken on January 20, 1998 shows Cuban President Fidel Castro(R) looking at his watch as he and Pope John Paul II(L) walk on the tarmac of the Jose Marti international airport in Havana 21 January moments after the Pope arrived for a five-day four-city tour of the island-nation. After surviving more than 600 assassination attempts, defying 10 US presidents and shaping half a century of history, Fidel Castro celebrates his 90th birthday Saturday. / AFP PHOTO / MICHEL GANGNE / TO GO WITH AFP STORY
Papa Giovanni Paolo II (1920-2005) in visita nell’isola di Cuba – 20 Gennaio 1998

 


 

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About Danilo Ferrante

COLLABORATORE | Classe 1985, siciliano. Laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Catania con una tesi in materia di Diritto del Lavoro, esercita la libera professione di avvocato ed è consulente legale di numerose fondazioni e associazioni che operano nei settori del no profit e della promozione di attività culturali. Amante della letteratura e della storia, coltiva anche la passione per la politica. Da studente universitario è stato militante e dirigente di Rifondazione Comunista, partito dal quale uscirà successivamente dopo aver maturato una visione autocritica nei confronti della sinistra radicale ed extraparlamentare italiana. Oggi si definisce un libero pensatore di sinistra, che guarda al socialismo democratico europeo e, in particolare, alla socialdemocrazia scandinava. Il suo motto è «sono nato in un secolo che mi odia».

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