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Federico Fellini e la trilogia della redenzione

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La realizzazione di tre film a metà degli Anni Sessanta segna l’emancipazione di Federico Fellini (19201993) dalle sue origini neorealiste. Ne La strada (1954), Il bidone (1955) e Le notti di Cabiria (1957), spesso citati in gruppo come la trilogia della redenzione, appare evidente l’allontanamento del regista dal Neorealismo e l’approdo a una sorta di individualismo fantastico. Si tratta di racconti altamente simbolici che hanno per tema l’innocenza tradita e come protagonisti degli emarginati in cerca di salvezza spirituale.

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Giulietta Masina nei panni di Gelsomina, nel film “La strada” (1954) diretto da Federico Fellini

La strada era stato inizialmente concepito da Fellini come il seguito de Lo sceicco bianco (1952), ma il regista non era riuscito a trovare un accordo con il primo produttore in merito agli interpreti. Questa favola dal tono lirico, scritta a quattro mani con Tullio Pinelli, parla di Gelsomina (Giulietta Masina), contadinotta venduta dalla famiglia a Zampanò (Anthony Quinn), un brutale artista del circo. Gelsomina viene presto inserita nel numero del forzuto (che spazza catene gonfiando il petto) e i due viaggiano in coppia per la provincia italiana. Lungo la strada, la ragazza impara l’arte della commedia diventando un bravo pagliaccio e cerca in tutti i modi di creare un legame affettivo con Zampanò che, tuttavia, è incapace di ricambiarla. Assalita dallo sconforto e dalla nostalgia di casa, tenta la fuga, ma viene riacciuffata e malmenata. Le abitudini violente di Zampanò riemergono quando la coppia si unisce a un circo, e il forzuto finisce in prigione per un’aggressione al Matto (Richard Basehart), un funambulo. Uscito di prigione, lo assale nuovamente e questa volta lo uccide sotto gli occhi di Gelsomina. Sconvolta dall’accaduto e terrorizzata da ciò che il forzuto è capace di fare, la donna si chiude in se stessa. Zampanò improvvisamente conto di ciò che provava, vinto dalla solitudine e dai rimpianti, crolla vicino al mare.

Magico e talvolta troppo sentimentale, La strada fu girato tra Viterbo, Bagnoregio e Ovindoli. Come suggerisce il titolo, è in parte un road movie e in parte un racconto picaresco sulla falsariga de Il grido (1957) di Michelangelo Antonioni. Il film prefigura un altro viaggio spirituale, quello de La dolce vita (1960): Fellini prediligeva la struttura picaresca, poiché attraverso gli incontri significativi dei suoi eroi itineranti, poteva osservare modi di vita e sistemi di valori diversi. I film successivi mantengono il ritmo de La strada, con la sua alternanza di scene vivaci e pacate, di episodi diurni e notturni. Sottraendosi a quella critica di classe che ha contribuito alla notorietà del neorealismo, La strada è un dramma umano universale, in cui si tenta di mettere in atto ciò che Fellini descriveva come l’esperienza che lega un uomo all’altro uomo. Questa fiaba, incentrata sulla solitudine, conserva reminescenze de La bella e la bestia, ma rivela anche valori cristiani tradizionali. Questi ultimi emergono in modo particolare nel rapporto con Zampanò e Gelsomina, che cerca di insegnare all’uomo a ragionare col cuore.

Fellini descriveva La strada come un catalogo del suo mondo mitico e il film è infatti pervaso da un linguaggio potente e spesso ironico. Il simbolismo cattolico riverbera in tutto il film, con l’angelica Gelsomina che viene più volte dipinta come una figura religiosa: in una scena è inquadrata davanti a un poster con la scritta Madonna Immacolata. Anche il Matto, ritratto mentre spiega una parabola a Gelsomina, viene presentato come la figura del Cristo. Gelsomina restò il personaggio preferito del regista. Entusiasta di quell’interpretazione, il pubblico chiese a gran voce un seguito. Fabbricanti di bambole e di dolci cercarono di procurarsi i diritti sul personaggio, si parlò persino di un cartone animato ma Fellini rifiutò le offerte. Il film fu un grande successo, anche di incassi in Italia, e la colonna sonora di Nino Rota venne premiata con una grande popolarità. Fellini ricevette nuovamente il Leone d’Argento a Venezia e il suo primo Oscar per il Miglior Film Straniero. La pellicola, in seguito utilizzata per un balletto di scena a Milano, si aggiudicò in tutto più di cinquanta premi.

I riconoscimenti, però, non agevolarono la ricerca di fondi per la realizzazione del nuovo progetto, Il bidone. I produttori volevano ancora Gelsomina ma, nonostante le molte allettanti proposte, Fellini non volle ricorrere ai suoi personaggi di successo. Per il nuovo film, scelse di nuovo protagonisti che provenivano dai più bassi gradini della scala sociale. Il bidone, girato tra Maggio e Luglio del 1955, parla di un gruppetto di piccoli truffatori simili all’imbroglione de La strada.

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Da sinistra verso destra: Broderick Crawford (Augusto), Richard Basehart (Picasso) e Franco Fabrizi (Roberto), nel film “Il bidone” (1955) diretto da Federico Fellini

L’azione del film si sviluppa in cinque giorni e i personaggi principali sono di nuovo tre: Augusto (Broderick Crawford), Picasso (Richard Basehart), e Roberto (Franco Fabrizi), furfantelli che con una serie di sfrontati raggiri si impadroniscono del denaro dei loro ingenui compaesani. In uno dei loro piani si travestono da preti estorcendo alle vittime un obolo in cambio di una messa per i loro cari estinti e in un altro si intascano i risparmi di alcuni sfollati come anticipo per nuovi appartamenti mai costruiti. Il trio vive sulla corda, non diversamente dal funambolo de La strada, ma è inevitabile che alla fine uno di loro cada. Se i bidonisti ricordano i vitelloni non è soltanto per via della doppia interpretazione di Fabrizi: anche i tre truffatori sono bambini troppo cresciuti che cercano di sottrarsi alle responsabilità e alla realtà; come un branco, ubriachi; in entrambi i film, inoltre, Fabrizi rappresenta il donnaiolo impertinente.

La mentalità del branco viene sottolineata dal palese bisogno di un leader. Se i vitelloni consideravano Fausto la loro “guida spirituale”, Augusto è il “nonno spirituale” dei bidonisti. Coltivano, però, anche ambizioni romantiche: il desiderio di Picasso di farsi un nome come pittore o quello di Roberto di diventare cantante, ricordano il sogno di Leopoldo (Leopoldo Trieste ne I vitelloni) di sfondare come sceneggiatore. I personaggi di Fellini aspirano continuamente al miglioramento. Per Fellini i volti erano il paesaggio umano dei film. Secondo la consuetudine, Fellini presenta Augusto come vittima e carnefice allo stesso tempo, muovendo la compassione del pubblico attraverso una serie di scene chiave in cui la macchina da presa fa una panoramica sul personaggio, sottolineandone la solitudine nel contesto. Fellini fu costretto ad apportare numerosi tagli a Il bidone per la presentazione a Venezia e lottò contro il tempo insieme a due squadre di montaggio per dare al film la migliore forma possibile. Ma se l’anno prima, nel 1954, era stato l’eroe del festival, quell’anno sarebbe stato additato come perdente per eccellenza. Il bidone fu accolto freddamente, messo in ombra da Le amiche (1955) di Michelangelo Antonioni e da La parola (Ordet, 1954) di Carl Theodor Dreyer. Molti vedevano nella nuova pellicola troppi richiami ai lavori precedenti, ma senza la loro efficacia emotiva.

Il fallimento de Il bidone non aiutò il regista nella ricerca di un produttore per Le notti di Cabiria, un nuovo film scritto per la Masina (il personaggio di Cabiria, una coraggiosa prostituta romana, era già apparso in un cameo come confidente di Ivan ne Lo sceicco bianco). Diversi produttori si tirarono indietro di fronte all’idea di un film incentrato sulla vita di una prostituta. Alla fine fu Dino De Laurentiis che consentì al regista di realizzare la pellicola offrendogli un contratto per cinque film. Trovato il denaro, Fellini si tuffò nel progetto, vagando in macchina per le periferie della capitale dove le prostitute adescavano i clienti, in cerca del soggetto; lo accompagnava Pier Paolo Pasolini, giovane autore che aveva raggiunto la fama con il romanzo Ragazzi di vita. Poeta dei bassifondi romani, Pasolini collaborò alla sceneggiatura del film. Per Fellini, Cabiria era una Gelsomina che aveva imboccato la via della perdizione. Sia Cabiria che Gelsomina ricordano Chaplin e il clown Augusto, e incarnano i classici tipi della commedia dell’arte tanto cari al pubblico italiano. Nonostante il suo mestiere, Cabiria pare asessuata quanto Gelsomina. Cabiria è maliconica, maltrattata, tuttavia energica, instancabile e autosufficiente, tanto da rifiutare un protettore.

Nel Le notti di Cabiria riecheggiano le tematiche cristiane che già avevano attraversato La strada. Tornando alla sua baracca, Cabiria incontra un misterioso gentiluomo che distribuisce cibo ai senzatetto. L’uomo col sacco è per lei un confessore che comprende la sua solitudine. All’uscita del film questa sequenza di sette minuti venne tagliata. La rappresentazione di un uomo chiaramente non di fede che tuttavia compiva gesti di natura religiosa scatenò non poche polemiche.

La reputazione del film presto si estese anche a tutti gli Stati Uniti, specialmente dopo l’Oscar come Miglior Film Straniero nel 1958.

 

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Giulietta Masina nei panni di Cabiria, nel film “Le notti di Cabiria” (1957) diretto da Federico Fellini

 

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About Enrico Riccardo Montone

REDATTORE | Classe 1993, è laureato in Comunicazione. Amante del cinema, è recensore di film. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2014 ha scritto il libro "A ciascuno il suo cinema". Nel 2017 pubblica il suo secondo libro dal titolo "Birdman o (Le imprevedibili relazioni tra cinema e teatro)". Tale lavoro, frutto della rielaborazione della tesi di laurea, ha come oggetto lo studio dei rapporti tra cinema e teatro, un argomento che attiene a diversi aspetti e che suscita più di una problematica e molteplici connessioni.

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