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Federico Barbarossa e i comuni italiani

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L’evento di cui parleremo oggi  risale alla seconda metà dal XII secolo, quando i comuni lombardi, fieri della loro libertà, si unirono in un’alleanza militare con l’obiettivo di respingere l’Imperatore Federico I Hohenstaufen, denominato Barbarossa. È importante sapere che l’imperatore era allo stesso tempo Re di Germania e d’Italia, per via di una bizzarria costituzionale sopravvissuta allo sfacelo dell’Impero Carolingio.

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L’Imperatore Federico I Hohenstaufen (1122-1190), denominato Barbarossa

Come tutti i suoi predecessori, il giovane Barbarossa si doveva recare a Monza per cingere la corona ferrea di Re d’Italia e, in seguito, affrontare la calura mediterranea e discendere fino a Roma dove il Papa lo avrebbe nominato successore di Augusto e di Costantino, quindi Imperatore. I predecessori del Barbarossa si accontentavano di una loro autorità nel Regno d’Italia poco più che nominale. Era già faticoso mantenere il proprio status quo in Germania e, per quanto concerne l’Italia, sarebbero mancate le forze sufficienti. Agli imperatori era da sempre bastato trovare, al loro arrivo in penisola, le strade sgombre e pulite e i mercati ben forniti, in cambio avrebbero lasciato libertà alle città di autogestirsi nella raccolta delle tasse, nel difendersi e nell’esercitare la giustizia. Il giovane Barbarossa però, faceva parte di una nuova generazione di sovrani: non voleva più che tutto ciò continuasse, percepiva che il mondo stava cambiando e desiderava diventare un degno protagonista di tali mutamenti.

In tutto il mondo cristiano, fin dai tempi della lotta alle investiture, si era discusso della creazione di una res publica superiore ai bisogni individuali ed alle velleità autonomiste. A Bologna diveniva sempre più numerosa la comunità di studenti (l’Università) provenienti da tutta Europa per studiare il diritto romano. In tutto ciò gli studenti notavano che una sola era la fonte del potere” e che tale facoltà era gestito dal garante del benessere pubblico, ossia l’imperatore. Inoltre questi sono anni di rifioritura economica: le zecche erano in difficoltà col battere la moneta necessaria per soddisfare le esigenze dei mercati, i pedaggi e gabelle salirono alle stelle, rimpinguando così le casse del monarca e permettendogli di meditare a progetti più ambiziosi. Federico, infatti, pensò che fosse giunto il momento di ristabilire il potere e la pace del Re, là dove le autonomie locali e l’anarchia stavano trionfando. Gli altri re cristiani nutrivano lo stesso parere a riguardo ed intorno a questo pensiero iniziarono a sorgere dei prototipi d’apparati di governo: i nonni di quello che sarà lo Stato moderno.

Come abbiamo già detto, a causa di una particolarità ereditata dall’Impero carolingio, Federico regnava su due territori e per di più poco comunicanti tra loro. In Germania veniva eletto dai duchi e dai vescovi tedeschi col rischio di essere deposto al primo passo falso. Pensò di avere la “forza” sufficiente di legittimare il suo potere anche in Italia, incurante che la sfida dovesse essere gettata non a principi e vescovi locali, ma alla nuova e sconosciuta figura che incarnava maggiormente il potere, ovvero i Comuni. La Lombardia, termine con cui si designava tutta la pianura bagnata dal fiume Po, era una regione di città. Ovunque si potevano vedere torri e campanili, strade e acquedotti, mura e fortificazioni. Inoltre le città erano distanti a sole poche ore di cammino, non come in Germania divise da giornate di marcia, paludi e boschi. Quando il giovane Federico si affacciò al Brennero, vide un mondo di tante piccole e fortissime entità. Col tempo, molti comuni avevano acquisito la forza per potersi dichiarare guerra e, grazie alla noncuranza di tanti imperatori, qualche comune fu legittimato a battere moneta propria. I lombardi si sentivano gli eredi dei romani e per questo chiamarono i loro magistrati con l’antico nome di console. A parere di Ottone (lo zio di Federico) tutta questa sicurezza li sprofondava nella barbaria, poiché non riconoscevano più l’autorità delle leggi e dell’imperatore. Ma molte piccole città si erano già accorte di questo dettaglio. Como, ad esempio, rischiava di essere divorata dalle grandi città come Milano. Tutte queste piccole città che percepivano lo strapotere di quelle più grandi, in cuor loro non sarebbero state tanto dispiaciute se l’imperatore fosse tornato a riportare un po’ di ordine. I milanesi invece avevano tutto da guadagnare da questa grossa assenza di leggi e di limiti imperiali. Grazie alla loro forza, ai loro soldi e alla loro propaganda (storicamente Milano restò una delle città più autorevoli di tutta la pianura padana) convinsero molte città, alcune entusiaste mentre altre completamente in disaccordo, di unirsi in una Lega (la Lega lombarda)  per poter affrontare la calata del futuro imperatore.

 

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Dipinto che ritrae la feroce battaglia di Legnano, avvenuta il 29 Maggio del 1176

 

Iniziò così un lunghissimo periodo di guerre tra Federico (che rappresentava il potere imperiale) e la Lega Lombarda (rappresentante delle autonomie comunali italiane). Questo lungo periodo di guerre si concluse con la storica e leggendaria battaglia di Legnano, avvenuta il 29 Maggio del 1176. Leggendaria poiché si fantasticò molto su tale evento con la presenza di Alberto da Giussano alla guida della “Compagnia della morte”. Si dice che l’esercito imperiale, intento a terminare lo scontro con un cruento assalto al carroccio (un carro a quattro ruote che trasportava araldi ed insegne comunali). Le milizie della Lega Lombarda si schierarono in tre cerchi concentrici a difesa del carroccio. Ma quando i primi due cerchi caddero e si iniziò a pensare che pure il terzo ed ultimo avrebbe fatto la stessa fine, giunse in loro soccorso la Compagnia della morte (la cavalleria composta da 900 cavalieri d’élite) capitanata da Alberto da Giussano, che respinse e sbaragliò l’armata imperiale. I cronisti raccontarono che, nella foga della battaglia, il Barbarossa fu disarcionato dal suo cavallo e cadde al suolo. I suoi soldati lo diedero per morto e per questo motivo, presi dalla paura e dalla disorganizzazione, si ritirarono in una fuga drammatica, ove molti morirono annegati nel Ticino. Federico, invece, riuscì a fuggire a piedi dal campo di battaglia.

Non sappiamo se Alberto da Giussano fosse veramente esistito. Le fonti non raccontano nulla di lui e, essendosi distinto come il salvatore della Lega Lombarda, si presume che un minimo di letteratura epica, di omaggi e quant’altro fosse dovuta; non disponiamo invece di nessuna fonte che ne osanni le gesta. Il tutto si risolse con la Pace di Costanza, ove Federico Barbarossa concesse moltissime libertà ai Comuni dell’Italia settentrionale. La battaglia di Legnano, nei secoli successivi, non restò nella memoria degli italiani poiché non vi era ancora un’appartenenza nazionale. Ritornò in auge solo nel XIX secolo quando la nostra penisola venne attraversata dai fermenti patriottici atti a cacciare la presenza austriaca dal suolo italiano, tanto da essere citata nel testo integrale dell’Inno di Mameli. E lo stesso Giuseppe Garibaldi, ad unità ormai completata (1862) visitò Legnano (in Provincia di Milano) e parlò ai suoi cittadini, incitandoli ad erigere un monumento a tale scontro affinché non si perdesse più dalla memoria nazionale.

 

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Monumento ad Alberto da Giussano, realizzato da Enrico Butti (1897-1900), Legnano (MI)

 

Oggi resta da chiedersi se sia stato un bene o un male che i Comuni siano usciti vittoriosi da questi scontri, ritardando così di parecchi secoli la costituzione di uno Stato Nazionale, che i colleghi del Barbarossa avevano già avviato altrove (basti pensare alla Francia o all’Inghilterra). L’Italia dovette aspettare fino al XIX secolo e, ironicamente, affibbiare nell’imperatore tedesco il peggiore di tutti i sovrani.

Fonti

Lezione prof. A. Barbero

P. Grillo, Le guerre del Barbarossa: i comuni contro l’Imperatore

F. Cardini, Barbarossa e l’Italia dei comuni

About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Si è laureato in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

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