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Il fascino dell’eccesso: la follia sbrigliata nell’arte

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Ippocrate (460-377 a.C.) è stato un medico, geografo e aforista greco antico. Fece avanzare lo studio della medicina clinica grazie alla summa delle conoscenze mediche del tempo, conosciuta come “Corpus Hippocraticum”

Che la follia sia patologica o frutto di una semplice tendenza dell’artista, è innegabile che eserciti un certo fascino sui fruitori dell’opera. Ciò che si annida nei meandri più reconditi della psiche umana spaventa e, al contempo, attira, repelle e attrae, disgusta e interessa. Quando si parla di «eccesso», «follia», «eccentricità», del resto, è impossibile non citare nomi come Gabriele D’Annunzio, Salvador Dalí, Erasmo da Rotterdam, Filippo Tommaso Marinetti, Alda Merini, Friedrich Nietzsche, Vincent van Gogh, e la lista potrebbe proseguire all’infinito. Innumerevoli sono i personaggi che, già a partire dall’antichità – basti pensare alle lettere del padre della medicina Ippocrate sulla follia di Democrito – hanno trattato del “lato oscuro della forza”, talvolta naufragando nel delirio essi stessi.

«Gli uomini mi hanno chiamato pazzo; ma nessuno ancora ha potuto stabilire se la pazzia è o non è una suprema forma d’intelligenza». Con queste parole il poeta statunitense ottocentesco Edgar Allan Poe, in Racconti del terrore (1841), fa luce su uno dei topos letterari più controversi di sempre: l’inscindibile legame tra genio e follia; l’immagine dell’artista funambolo, in bilico sulla fune-sanità e pronto a scivolare in qualsiasi momento nel baratro-pazzia. Questo tema permea le opere della poetessa Alda Merini, interessata personalmente dall’esperienza dell’ospedale psichiatrico che, ne La terra santa, assimila metaforicamente alla vicenda storico-religiosa che interessò il popolo ebraico durante l’esodo in Terra Santa di cui narrano i primi libri dell’Antico Testamento:

«Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da argenti
della divina follia».

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Sigismund Schlomo Freud (1856 -1939) è stato un neurologo, psicoanalista e filosofo austriaco, nonché celebre fondatore della psicoanalisi, la più famosa tra le correnti teoriche e pratiche della psicologia

Ma cos’è la follia? La follia, direbbe il signor Sigmund Freud, emerge dalla liberazione dell’inconscio dalle catene della censura o rimozione, mentre nel mondo classico essa era addirittura legata alla sfera sacra mediante i responsi dell’oracolo (il cui termine greco corrispondente è manteias, ovvero divinazione, che ricorda molto maneis, che significa impazzito, furioso). Secondo le testimonianze, infatti, la Pizia vaticinava sotto l’effetto di suffumigi e sostanze inebrianti, che la facevano entrare in uno stato di trance estatica, nel corso della quale diveniva lo strumento materiale mediante il quale la divinità poteva parlare agli uomini. Nel Medioevo il folle diventò invece il rappresentante terreno del demonio, da esorcizzare mediante pratiche apposite. Fu solo nel Rinascimento che la visione del folle subì un radicale mutamento: grazie all’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, in quest’epoca il folle venne considerato una persona diversa, sia per i valori sia per la sua filosofia di vita, e quindi lo si doveva rispettare e lasciare in libertà, dato che la follia è insita nell’uomo fin dalla nascita come sua inseparabile compagna di vita. In sintesi, non esiste una definizione univoca di follia, anzi, essa assume significati e accezioni differenti a seconda del contesto socio-storico-culturale in riferimento al quale viene considerata.

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“Il sacrificio di Isacco” (1603), ad opera del pittore italiano Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571-1610), olio su tela, 104×135 – Galleria degli Uffizi, Firenze

Un altro topos letterario legato alla follia riguarda lo scottante conflitto tra fede e intelletto: se la ragione, talvolta, non lasciasse spazio all’irrazionalità, come sarebbe possibile credere nelle verità rivelate della religione? Questo, infatti, sarebbe possibile solo tramite il cosiddetto “salto della ragione” di cui parlava il filosofo danese Søren Kierkegaard. Fede e ragione sono due realtà inconciliabili; se si vuole possedere la prima, bisogna inevitabilmente sospendere la seconda. Come sarebbe stato pensabile, altrimenti, per il “Cavalier della fede” Abramo, sacrificare il figlio Isacco, se non grazie a una spregiudicata fiducia nell’immensità di Dio, che gli avanzò una richiesta così folle per provare la sua fede? «Ci furono uomini grandi per la loro energia, per la saggezza, la speranza o l’amore. Ma Abramo fu il più grande di tutti: grande per l’energia la cui forza è debolezza, grande per la saggezza il cui segreto è follia, grande per la speranza la cui forza è demenza, grande per l’amore che è odio di se stesso».

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“Le violon d’Ingres” (1924), una delle opere più celebri del pittore e grafico statunitense Man Ray (1890-1976), stampa su gelatina d’argento

Del resto, la pazzia attrae solo se è controbilanciata dal suo opposto, la razionalità; questi due aspetti devono convivere e continuamente lottare per affermare la propria supremazia l’uno sull’altro affinché l’opera d’arte e il suo autore possano effettivamente esercitare un qualche fascino sul pubblico. Le maggiori opere del filosofo tedesco Nietzsche, si specula, sembrerebbero il frutto di una infezione sifilitica che, con l’avanzare degli anni, consumò avidamente la sanità mentale e fisica dell’autore: «Tra un paio d’anni governerò io il mondo; perché ho deposto il vecchio Dio» (dalla lettera a Carl Fuchs del 14 Gennaio 1889).

E laddove l’eccesso si ferma un centimetro prima del labile confine con la pazzia, si ha l’eccentricità; autori controversi come il dadaista statunitense Man Ray, la pittrice messicana surrealista Frida Kahlo, persino, compiendo un tuffo nell’attualità, le cantanti Lady Gaga e Miley Cyrus, che hanno dato non poco scandalo grazie alle loro mise non sempre adatte ad un pubblico di minori o di… vegani.

Insomma, la normalità, dopo un po’, annoia: il lato oscuro dell’uomo, ciò che egli inibisce e non può far emergere per timore di sanzioni e repressioni, esercita un’attrattiva senza eguali in ambito artistico proprio perché, grazie ai vincoli materiali imposti dall’arte, può essere esibito pubblicamente senza nuocere né all’osservatore né all’artista.

Entrambi, infatti, attraversano una sorta di processo “catartico”: il fruitore nel vedere rappresentate le angosce e inquietudini dell’altro, nelle quali può ritrovarsi parzialmente o completamente, mentre l’artista può sfogare il proprio folle inconscio senza il rischio di subire alcuna ripercussione.

 

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About Beatrice Furini

REDATTRICE | Classe 1996, originaria di uno sperduto paesino della brumosa Pianura Padana, dove ha lasciato il cuore, frequenta la triennale di Filosofia presso l’Università degli Studi di Bologna. Attualmente vive ad Utrecht. Irriducibile sognatrice, viaggia per scoprire e scoprirsi. Scrive per necessità e non smette mai di meravigliarsi.

Un pensiero su “Il fascino dell’eccesso: la follia sbrigliata nell’arte

  1. “Tutti coloro che scrivono sono un po’ matti. Il punto è rendere interessante questa follia”. E tu ci riesci alla grande, Beatrice!
    Non smettere mai di scrivere, sarebbe una follia!
    Ti auguro di essere follemente felice!

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