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Fargo: la neve e il sangue, di nuovo

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La serie antologica sembra ormai diventata, ufficialmente, l’ultima frontiera del piccolo schermo. Non si tratta di una sperimentazione recente (l’idea di un simile format risale addirittura agli anni ’40), quanto di una vera e propria riscoperta all’interno di un contesto in perenne crescita. I motivi sono essenzialmente due.

Primo, banalissimo: tale forma permette di creare storie autoconclusive senza badare troppo alla gestione dei tempi narrativi. In una decina di episodi l’intreccio nasce, evolve e si conclude, travolgendo alla base la necessità di <<inventare situazioni nuove per personaggi vecchi>>. In poche parole, con una nuova stagione tutto ricomincia da capo.

Secondo motivo: gli attori. Sì, perché l’opportunità di non rimanere legati agli stessi protagonisti permette rapide variazioni del cast. In questo modo, è possibile scegliere sempre l’attore o l’attrice più adatti all’interno di una lista variegata, senza la necessità di bloccarli per un tot di stagioni.

Billy Bob Thornton in una scena di 'Fargo'
Billy Bob Thornton in una scena di “Fargo”

True Detective ci è riuscito alla grande con i primi otto episodi, American Horror Story ha vissuto pochi alti e molti bassi, Black Mirror è stata la sorpresa degli ultimi cinque anni.

Arriviamo così a Fargo, produzione targata FX ideata e scritta da Noah Hawley. Subito una prima considerazione: trarre un’intera serie tv da un film di successo è cosa diversa dal lavorare su un testo di partenza (cosa che aveva fatto, tra le altre, anche Romanzo Criminale-La Serie). E se il film si intitola Fargo e ha ricevuto sette nomination agli Oscar (portandosi a casa due statuette) la faccenda diventa inevitabilmente più interessante e complicata.

I fratelli Coen nel 1996 dettero alla luce un capolavoro dall’estetica unica. Cos’è Fargo? Un thriller di provincia? Una commedia nerissima? Un dramma familiare? Tutte e tre le cose, ma non solo. E’ una piccola esperienza grottesca in un piccolo universo grottesco, ma allo stesso tempo credibile. Si ride e si inorridisce in egual misura, assistendo alle disavventure di William H. Macy, velenoso venditore di automobili di Minneapolis. E’ una formula che i Coen riprenderanno anche in lavori successivi (uno su tutti, Burn After Reading) senza mai riuscire a replicare una simile efficacia.

Martin Freeman interpreta Lester Nygaard, uno dei protagonisti della serie
Martin Freeman interpreta Lester Nygaard, uno dei protagonisti della serie

Ora, pretendere di raccontare la medesima storia di Fargo ampliata in dieci episodi, avrebbe comportato un fallimento in partenza. Semplicemente perché il film è già perfetto così com’è, nella sua confezione, affilato come un pugnale e divertentissimo. Così, con una mossa quanto mai intelligente, la serie comincia nello stesso ambiente ma da presupposti diversi. La prima stagione narra le parabole dell’assicuratore Lester Nygaard, del vice-sceriffo Molly Solverson e dell’agente Gus Grimly, in un Minnesota sconvolto dall’arrivo del criminale Lorne Malvo. Personaggi differenti, atmosfera riconoscibile. Fargo è una tormenta di neve che gela il cuore, una sequela fantasiosa di cadaveri, un lupo solitario che si aggira nell’inverno stravolgendo vite umane.

Fargo è ancora “Una storia vera”, come recita la scritta in sovrimpressione dell’incipit. Una delle più clamorose beffe alla cosiddetta sospensione dell’incredulità. E’ fin troppo ovvio che non siamo davanti a fatti reali, né i creatori pretendono di guadagnare la nostra fiducia con un trucchetto da quattro soldi: è proprio nel paradosso, nella menzogna, che la serie (come il film) vive e luccica. Anche nella scelta dei titoli: The Crocodile’s Dilemma, Who Shaves The Barber?, Morton’s Fork (la forcella di Morton, dal nome del noto arcivescovo di Canterbury). Tutti controsensi, antinomie, situazioni senza via di uscita. Quelle in cui incappano i personaggi, indirizzati da un Dio-burattinaio crudele (ma con uno spiccato senso dell’umorismo). Uno su tutti, Stavros Milos, scalatore sociale sui generis aiutato dalla sorte e poi distrutto dalla stessa. La medesima fortuna (nell’accezione latina del termine) che porterà Nygaard a ribaltare la propria esistenza di sottomesso, realizzando sogni preclusi dalla barriera della legalità.

Ma a spiccare costantemente in mezzo a questa selva, vero e proprio motore di situazioni ed eventi, c’è sempre lui, Billy Bob Thornton. In poche parole, il diavolo in persona. L’ex marito di Angelina Jolie si conferma uno degli attori più sottovalutati degli ultimi tempi: il suo Lorne Malvo è molto più di un villain vecchio stile. Più che un tagliagole, un profeta sanguinario. E non è il solo a uscirne trionfante: Fargo offre interpretazioni straordinarie, in cui sequenze di logorrea si mescolano alla gestione magistrale dei momenti di silenzio. Martin Freeman ormai lo conosciamo alla perfezione (Guida Galattica per Autostoppisti, Sherlock, Lo Hobbit), e forse ad oggi nessuno sa calarsi meglio di lui nelle nevrosi di un uomo inetto e maligno. Oliver Platt è sempre una bella presenza: se riesce a brillare dentro pellicole mediocri, figuratevi cosa può combinare con le spalle coperte da un bravo sceneggiatore. Poi c’è Colin Hanks, che è il sosia ancora più amichevole del padre Tom, ma rappresenta comunque una scelta esatta. Infine Allison Tolman, la meno nota del cast, anche lei impressionante per il modo in cui si tuffa in un universo tanto armonioso.

Fa parte del cast anche Colin Hanks, figlio del premio Oscar Tom Hanks
Fa parte del cast anche Colin Hanks, figlio del premio Oscar Tom Hanks

Inoltre non possiamo non citare la colonna sonora del giovane Jeff Russo, abile nello svariare dall’ansia delle percussioni a un tema epico e freddissimo, perfetto per le lande al confine con il Canada.

Nel suo essere, come ha evidenziato lo stesso Noah Hawley, <<un film di dieci ore>>, Fargo coinvolge con i mezzi più imprevedibili che ha a disposizione. Conscio di ciò che lo spettatore si attende, sterza spesso e volentieri nella direzione opposta. Quindi accelera e frena a suo piacimento, gioca con i flashback e manda avanti il tempo di un anno come se nulla fosse, per poi concludere il tutto con un’appendice dolceamara. Non vuole soddisfare tutti i palati, ma è certamente un ottimo piatto, raffinato e (soprattutto) coerente.

L’ennesimo esempio di come l’espressione piccolo schermo sia diventata obsoleta, una volta per tutte.

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Classe 1991, toscano. Si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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