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L’insostenibile leggerezza dell’Europa, in campo internazionale (e non)

Pubblicato il Pubblicato in Human Rights, Politica ed Economia, Recenti

«L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto».

(Robert Schuman – Ministro degli Esteri francese)

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Carta dell’Unione Europea con gli anni di adesione di ciascun Stato

Il 9 Maggio è giorno noto come la Festa dell’Europa in ricordo della Dichiarazione Schuman che pose, il 9 Maggio 1950, le basi per la nascita della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (nota con l’abbreviativo CECA), primo passo fondamentale per arrivare all’Unione Europea che oggi tutti noi conosciamo. In questo giorno, in maniera più assidua degli altri giorni, politici e analisti si interrogano sullo stato di salute del nostro Vecchio Continente, alcuni lo fanno in maniera propositiva, ribadendo il loro credo europeo, come Guy Verhofstadt, leader dell’Alliance of Liberals and Democrats for Europe Party (ALDE, trad: Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa). Altri invece, come il nostro Matteo Salvini o la francese Marine Le Pen, ne approfittano ancora una volta per condannare le istituzioni europee, ree (tra le tantissime cose per cui vengono accusate) di averci derubati della nostra sovranità e di aver favorito il terrorismo islamico.

Chi scrive è una convinta europeista, una che crede in un’Europa unita e che vorrebbe festeggiare degnamente il 9 Maggio. Ma chi scrive non ci riesce proprio a festeggiare un’Europa che si è trasformata in un Golia burocratico e tecnocrate, sempre più distante da quei valori etici e morali che avrebbero dovuto essere i pilastri del suo avvenire. Parliamoci chiaro: tanto la CECA, quanto i suoi successivi sviluppi istituzionali (con l’allargamento ai vari Stati membri) furono voluti per ragioni economiche e geostrategiche con l’intento di poter contare nello scacchiere internazionale dominato da Stati Uniti, Russia e l’emergente Cina. L’unione fa la forza, certamente. Ma di quale unione stiamo veramente parlando? Di un’unione monetaria? Di un’unione fatta di diktat per cui «vi aiutiamo a risanare il debito a patto che tagliate sulla spesa pubblica» com’è stato per la Grecia?

Europa
La vignetta di Mauro Biani sulla gestione europea della crisi migratoria

Se parliamo di unione in termini di condivisione di valori politici e propriamente umani – come il rispetto della dignità umana e della libertà di espressione – siamo uniti quanto Tyrion Lannister lo è con sua sorella Cersei (Game of Thrones docet sempre). Prendiamo il caso Ungheria, un Paese il cui livello di democrazia è in diminuendo sotto la guida del Presidente Viktor Orbán. Vengono chiuse istituzioni accademiche straniere, come la Central European University fondata dall’imprenditore George Soros, giudicate come luoghi eversivi dove viene insegnato ad obbedire ai poteri forti di Bruxelles e a ripudiare la propria patria. Per le strade di Budapest sono comparsi cartelli incitanti al boicottaggio delle istituzioni europee, segno del clima che da un paio di anni circola in Ungheria. Ma la libertà di espressione non è la sola ad essere stata dimenticata dal padre-padrone Orbán: sono stati allestiti lungo i confini ungheresi dei campi di detenzione dove i migranti vengono rinchiusi fino a contrordine. Inutile dire come questi campi rimandino ad altri su territorio europeo tristemente famosi e a cui si disse «mai più». Bruxelles condanna, ma non fa nulla, perché la gestione della crisi migratoria è stata uno dei suoi più grandi fallimenti politici e umani.

Volevamo contare qualcosa nello scacchiere internazionale, ma davanti a USA e Russia che fanno con i loro veri alleati il bello e il cattivo tempo in Siria, abbiamo abbassato il capo e annaspato nelle acque del Mediterraneo, siglando un patto criminale con la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. Ci siamo appigliati a scaramucce, a dettagli, mentre la gente annegava in mare, davanti alle nostre coste.

È difficile dare credibilità all’Europa come baluardo dei diritti umani, all’Europa che rimane silente e immobile dinanzi alla guerra in Yemen, dove ogni giorno innocenti muoiono di fame o sotto le bombe di questa o quell’altra fazione. Difficile pensare all’Europa sostenitrice della parità di genere se poi alcuni dei suoi Paesi votano a favore dell’ingresso dell’Arabia Saudita nella Commissione ONU per i diritti alle donne, che è un po’ come far partecipare i produttori dei video poker ad una Commissione sul problema del gioco d’azzardo. Ma si sa, l’Arabia Saudita è ricca e il suo petrolio fa gola a tutti, oltre che ad essere uno Stato rilevante in Medio Oriente. Poco importa se alle donne è proibito guidare e sono sottomesse alla volontà di un tutore maschile: l’Arabia Saudita può dire la sua persino in materia di uguaglianza di genere, perché secondo chi l’ha votata ne ha le competenze. È difficile credere in un’Europa che ha una guerra in casa sua, in Ucraina, dove gli stupri sono all’ordine del giorno e dove si cammina nell’incertezza del domani. Ci si chiede il motivo di avere un Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, se a discutere seriamente del conflitto ucraino sono alla fine sempre Russia e USA.

L’Unione ha promosso programmi di mobilità europea (e non solo), come il famoso programma Erasmus che ha dato nome e vita ad un’intera generazione. Ha creduto nella libertà accademica e nei suoi giovani che partivano per conoscere il mondo, ma poi ha voltato le spalle ad uno di quei giovani, Giulio Regeni, non facendo alcuna pressione all’Egitto per ottenere delle reali spiegazioni sul suo omicidio. Lui credeva nell’Europa libera e senza frontiere, l’Europa credeva bene non fosse necessario chiedere per lui verità e giustizia.

Non abbiamo smesso di sperare in un’Europa come casa per/di tutti, una casa che si erge a fortezza del rispetto dell’essere umano. Vogliamo solo che le istituzioni comunitarie se lo ricordino e agiscano di conseguenza.

 

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About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Attualmente vive in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

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