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Euroleague Final Four: l’epica del basket europeo

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Una grossa fetta dei motivi che hanno contribuito all’immagine di Eurolega che la mia mente riproduce: le due bestie di quel Panathinaikos BC festeggiano con Dīmītrīs Diamantidīs, nella bolgia dell’O.A.K.A. Olympic Indoor Hall

Nell’immaginario di un ragazzino che si affaccia ad una novità, si affollano fantasie di mille generi sull’effetto che questa nuova scoperta produrrà nella sua vita.

E nel mio immaginario da ragazzino, spettatore neofita della pallacanestro europea, l’Euroleague Basketball aveva le sembianze di una mappa mitologica del basket continentale, sulla quale erano segnate in rosso ed immediatamente riconoscibili le bolge in cui avevano casa le squadre da tener d’occhio, con quei nomi così insoliti ed i mostri sacri ad affollarne i rosters, i cui talenti mi sembravano ingenuamente moltiplicarsi per il semplice fatto che portavano un cognome esotico e giocavano in una squadra dalla denominazione quasi di discendenza epica: ecco che ad esempio Mario Kasun dell’Efes Pilsen SK mi sembrava una bestia inarginabile sotto canestro, senza che nemmeno avessi mai visto un singolo minuto del – pur ottimo – lungo croato. Certo, la meravigliosa theme song della competizione e la verve con cui i telecronisti approcciavano le partite contribuiva notevolmente a questa mia costruzione mentale: continui riferimenti al gergo della guerra mediante l’utilizzo ripetuto di termini come battaglie, “pretoriani e la costante identificazione della fenomenale coppia di big men del Panathinaikos BC di quegli anni composta da Nikola Peković e Mike Batiste come “le due bestie” hanno contribuito a dare ai primi ricordi che ho della competizione più i contorni sfocati, dorati e drammatici che attribuisco a Il Gladiatore di Ridley Scott con Russell Crowe, che i pur focosi ma più lucidi ricordi legati ad una manifestazione sportiva.

E’ così che, dunque, la massima competizione cestistica europea continua ad essere rappresentata dalla mia mente: un poema epico più che un torneo, l’annuale riproposizione continentale delle guerre romano-barbariche più che un semplice tabellone da completarsi. Ma in fondo l’Eurolega, giunta alla sua ultima edizione nella sua forma attuale, non ci si discosta neanche tanto. Fondamentalmente le corazzate da battere sono sempre le solite quattro o cinque super-potenze, ricche, capaci di accaparrarsi i migliori giocatori europei e americani volenterosi di giocare per un riconoscimento tanto prestigioso, che di anno in anno si trovano a fronteggiare l’ascesa di nuove potenze emergenti e le proprie stesse crisi generazionali. Non una storia così diversa da quella millenaria del nostro Continente. Dall’anno prossimo le super-potenze europee dovranno respingere un numero minore di avversari in questa competizione targata ULEB, dato il restringimento programmato della competizione a sole sedici squadre (la metà delle attuali 32), ma tutto ciò non è andato giù alla FIBA, che sta seriamente osteggiando il progetto, proponendo una propria Champions League autonoma e procedendo a suon di squalifiche comminate o minacciate nei confronti dei Paesi che hanno appoggiato il progetto della nuova Eurolega. La parola su cui la competizione fa ruotare il proprio fascino è “devotion”, presente tanto nella tagline dell’evento (<<Euroleague Basketball: I feel devotion>>) quanto nella coinvolgentissima sigla della competizione; verrebbe però da chiedersi quanto questi organizzatori e burocrati della palla a spicchi internazionale sentano questa devozione. Senza volerci soffermare troppo su questo becero scontro di posizioni fondato sulla nuova ripartizione dei guadagni, che probabilmente troverà una conclusione prima di dover riproporre la soluzione estrema del 2001, anno in cui l’Europa incoronò due campioni (Maccabi Tel Aviv BC campione in FIBA Suproleague e Virtus Pallacanestro Bologna nella ULEB Euroleague), ricostruiamo ora un quadro di come la competizione sia giunta alle Final Four.

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L’indimenticabile squadra bolognese Campione d’Europa nel 2001, guidata da Ettore Messina: tra i tanti campioni un giovanissimo Emanuel David “Manu” Ginóbili, eletto MVP delle Final Four

Proprio nell’anno in cui la Virtus Bologna – ultima squadra italiana campionessa della competizione – subisce l’onta della retrocessione in LegaDue, gli italiani tornano ad essere protagonisti della pallacanestro europea: Alessandro Gentile della Pallacanestro Olimpia Milano è il miglior realizzatore della fase a gironi con oltre 20 punti di media, Daniel Hackett gioca una stagione solidissima sui due lati del campo con l’Oympiacos BC , Nicolò Melli è il completissimo leader indiscusso del Brose Baskets Bamberg (allenato da Andrea Trinchieri) e Luigi Datome del Fenerbahçe BK diventa di diritto uno dei nuovi volti della pallacanestro continentale, guadagnandosi addirittura l’inserimento nel secondo Miglior Quintetto della competizione e sfiorando il primo. Un’annata solida per l’Italia? Le eliminazioni nella prima fase della grande speranza italiana rappresentata dall’EA7 Milano e di quella che doveva essere la nuova sensazione tricolore, il Dinamo Basket Sassari, lasciano senza dubbio la nostra pallacanestro nello stato di latente depressione dal quale però sta, non senza grandi sforzi, tentando di riemergere attraverso le competizioni minori ed una Nazionale dalle enormi potenzialità.

Cosa resta dunque all’appassionato italiano, privato del piacere di tifare una squadra made in Italy? Semplicemente il più grande spettacolo su 28 metri che il vecchio Continente possa imbastire. La stagione ha visto spadroneggiare due grandi dominatrici, il Fener di Gigi Datome e l’armata rossa del FBK CSKA Moskow del difensore dell’anno Kyle Hines e soprattutto della coppia da sogno composta da due dei migliori cinque giocatori d’Europa: Nando De Colo (MVP e capocannoniere della competizione) e Miloš Teodosić. Turchi e russi, due facce della stessa medaglia, due compagini opposte nello stesso poema epico: la nuova potenza in vertiginosa ascesa, alla seconda Final Four (consecutiva) della propria storia guidata dal leggendario otto volte campione europeo Želimir “Željko” Obradović  e la grande armata consolidata, piazzatasi tra le migliori quattro del Continente quindici volte nelle ultime sedici edizioni e guidata da Dīmītrīs Itoudīs, che crescendo sotto l’ala protettiva proprio del generale serbo ha vinto 5 Euroleghe da secondo in carica in quel di Atene .Le due squadre hanno avuto il merito di riportare o confermare in Europa alcuni dei più grandi talenti della pallacanestro mondiale, e hanno espresso una netta prevalenza sul resto delle compagini, compito reso più semplice dai processi di più o meno evidente ricostruzione delle due superpotenze greche e del Maccabi oltre che dalle grosse delusioni delle spagnole FC Barcelona Bàsquet e Real Madrid Baloncesto. La compagine madrilena, addirittura capace di vincere tutti i trofei in palio nelle competizioni a cui ha preso parte la scorsa stagione, è stata eliminata con un netto 3-0 nei play-off della competizione dalla compagine proveniente dalla parte asiatica di Istanbul, nella riproposizione moderna del dominio ottomano sulla Spagna mentre gli eterni rivali blaugrana si sono arresi – dopo una serie tesissima che designava quale Nazione tra Spagna e Russia sarebbe stata in grado di portare due club all’atto conclusivo della stagione – ad una squadra che si sta rapidamente imponendo in campo europeo: il PBK Lokomotiv-Kuban Krasnodar, potenza russa esordiente che raggiunge per la prima volta le Final Four nel corso della propria ancor giovane storia, guidata in panchina da uno dei due migliori coach di questa stagione, Giōrgos Mpartzōkas. E in campo dalla nuova stella dell’Eurolega: Malcolm Delaney, dotato di carisma e attributi tali che persino l’attrice a luci rosse Lola Taylor vorrebbe girarci un video in caso di vittoria europea della squadra russa. Tra i quattro finalisti poi ovviamente c’è il CSKA Mosca, impostosi per 3-0 sulla tenace KK Crvena Zvezda di quest’anno, con un risultato che non rende giustizia all’impegno della compagine serba e all’equilibrio delle partite disputate. Chiude a sorpresa il parterre dei finalisti il Laboral Kutxa (CD Saski-Baskonia SAD) che per storia (è alla quinta Final Four) è un club più vicino ad essere una potenza storica del basket europeo che una new entry, ma quest’anno certamente non figurava tra i favoriti; il club di Vitoria è però guidato in campo da Iōannīs Bourousīss alla miglior stagione della sua pur ottima carriera e in panchina da Velimir Perasović, altra metà della coppia di migliori allenatori della stagione.

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Il Miglior Quintetto d’Eurolega della stagione: Malcolm Delaney, Nando De Colo, Miloš Teodosić, Jan Veselý e Iōannīs Bourousīss

In questo quadro che somiglia più ad un tramonto sui vecchi imperi del basket europeo che ad una stagione di transizione verso il nuovo format della manifestazione, trova spazio un ritiro di cui abbiamo già parlato, quello di Dīmītrīs Diamantidīs – che ha intonato il suo canto del cigno nella sfida contro i baschi di Perasović – e la peggior stagione in carriera dei suoi pari sul trono d’Europa: Juan Carlos Navarro e Vasilīs Spanoulīs, quasi irriconoscibili per rendimento, ma a turno ancora capaci di regalarci alcuni momenti in cui il tempo pareva fermarsi e loro tornavano i giovani e fieri principi di questa manifestazione. Il tempo però scorre inesorabile. E’ il momento di De Colo e Teodosić, condottieri dell’armata rossa che proveranno a scrollarsi di dosso l’immagine di magnifici perdenti, o forse è giunto il tempo di Datome, Jan Veselý, Ekpe Udoh, Pero Antić e Bogdan Bogdanović giunti o restati in Turchia rinunciando all’NBA a causa di una fame insaziabile di vittorie? O magari ci sarà un nuovo Davide capace di sconfiggere ben due Golia liberando il suo popolo da una carestia di titoli?

Malgrado tutto ciò che gravita attorno al campo, anche quest’anno è tempo di devotion. Con qualche lacrima in più tra gli spettatori, le ultime quattro legioni si muovono verso Berlino, in direzione Mercedes-Benz Arena. Nuovi mostri sacri stanno per affollare le ultime righe di questo poema epico, nuovi Re son pronti a sedere sui troni vacanti: Do you feel Devotion?

 

 


 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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