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Estrema unzione: sempre alla paura, mai alla speranza

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fiaccola_35300_1176È difficile. È tremendamente difficile scrivere d’argomenti che, dopo la trafila di tragici eventi che hanno costellato questo Luglio di sangue, potrebbero benissimo essere considerati frivoli e fuori luogo, ma sosterrò sempre che l’arte, la cultura, la letteratura, anche un breve articolo o pensiero, qualunque cosa possa distoglierci, sebbene anche solo per brevi istanti, dal panorama tristo e cupo che ci si para davanti da qualche anno a questa parte, abbia la sorprendente capacità di sortire nei nostri confronti un effetto oserei dire terapeutico; grazie a ciò, almeno per qualche secondo, è possibile dimenticare l’indimenticabile, prendere una boccata d’aria da questo panorama claustrofobico se si parla di libertà, immensamente vasto se di paura.

Il leader dei Negramaro, celebre band italiana, Giuliano Sangiorgi, in seguito ai fatti di Nizza scrisse un post che nella sua brevità mi colpì profondamente: <<oggi ho il mal di mondo>>. 
Reazione perfettamente condivisibile. Il mal di mondo lo abbiamo tutti e continueremo ad averlo fintantoché non verrà scoperto un antidoto che possa trascinarci fuori da quella maledetta paura che intorpidisce le nostre menti, che ci paralizza, che ci fa sentire così tremendamente vulnerabili, una piccola goccia in un mare di sconsideratezza, crudeltà e orrore.
 Alla luce di ciò che è accaduto ho dunque deciso che, nelle circostanze attuali, non avrei potuto scrivere d’altro, poiché forse, ho pensato, l’unico modo per esorcizzare la paura è parlarne ed evitare che nella sua viscidità, nel suo meschino assorbire senza ritegno alcuno la nostra felicità, serenità, i nostri lieti pensieri, possa costituire un ostacolo. A cosa? Alla vita in sé, poiché non c’è nulla che più della paura e della tristezza possa continuamente esercitare su di noi tutta quell’opprimente forza negativa che solo un peso di indistruttibile matrice può possedere.

Vi chiederete, embè? Che cosa me ne frega di una paura astratta, delineata sillaba dopo sillaba, quando mi basta accendere la televisione ogni mattina ed assistere ad un notiziario-tipo, guardare la carrellata di angoscianti notizie che si sussegue ad un ritmo travolgente, in una sequenza che non fornisce neanche il tempo di prendere fiato, di metabolizzare? 
Siamo soliti poi recarci in ufficio, a scuola, a tentare di condurre un’esistenza pressoché ordinaria, percependo perennemente quella sensazione che altro non è se non un commisto di pericolo e di tristezza, stati d’animo che annichiliscono la spensieratezza, che ci invitano ad inchinarci al terrore, a rassegnarci, a sguazzare miseramente nella mediocre considerazione che forse tutto è oramai perduto, che anche il mondo ha il mal di mondo e che non si tratta di un dolore passeggero, bensì di un maledetto ed inguaribile cancro. Quasi, insomma, dovessimo dare l’estrema unzione al nostro pianeta, sederci davanti alla scrivania e dire <<mi dispiace, Lei ha un male incurabile e non sappiamo quanto ci vorrà per il trapasso, ma sappiamo solo che avverrà, perciò si prepari, perché andrà sempre peggio. Arriverà poi un momento in cui chiuderà gli occhi, tutto s’interromperà. Dopo l’ennesimo kamikaze, l’ennesima esplosione, l’ennesimo attentato, sparatoria, massacro? Non lo sappiamo, ci dispiace>>.

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Il triste scatto del corpo di una bambina che giace inerme sul lungomare di Nizza – 14 Luglio 2016

È facile annegarci, nella paura, più difficile invece è sbracciarsi nel disperato tentativo di rimanere a galla, di evitare che la negatività intorpidisca le nostre membra e ci trascini giù, laddove la serenità e l’equilibrio costituiscono due concetti a loro stanti, sicuramente non fatti per gli umani.
Tante cose ultimamente sembrano non essere fatte per gli umani: sentimenti, per esempio, che non mi capacito possano appartenere ad un uomo fatto di carne ed ossa, probabilmente perché non riesco ad accettare che la cattiveria possa radicarsi sin là dove diventi impossibile estirparla; dinanzi al notiziario-tipo rimango inerme ed oltre allo sgomento, puntualmente, affiora la rabbia, perché se studiando la storia ho compreso che l’uomo persevera sempre nel compiere gli stessi errori, ad oggi ne ho la piena conferma. 
Mi viene difficile pensare che la cattiveria, un sentimento così meschino, possa spingersi ad un tal punto di non ritorno, mi viene difficile pensare che esistano menti talmente accecate dal disprezzo, e della vita, e delle persone, e dell’universo, e di tutto ciò che non riguardi stupidi ideali, ridicoli fanatismi, altrettanto infondate psicosi, da permettere simili scempiaggini, da permettere che il corpo di una bambina giaccia inerme sul lungomare di Nizza piuttosto che saltare, correre, con accanto una semplice bambola a testimoniare che sotto quel telo scuro una volta c’era la vita, c’era l’infanzia, c’erano i giochi e i sogni di chi, adesso, sognare non può più. E c’era la vita prima di tante altre catastrofi, di tante altre guerre, di tante altre piaghe dell’umanità che hanno martoriato i figli della Terra nei più crudeli dei modi. 
Ciononostante la paura va combattuta, così come l’odio, e l’unico metodo che abbiamo è quello di farci portavoce di una speranza che affondi le radici nell’intramontabilità.

Come sempre tento di immaginare le domande che vi balenano in testa mentre queste righe scorrono dinanzi ai vostri occhi, e una di queste questioni probabilmente riguarderà il come io, alla stregua di tanti altri, possa continuare a portare avanti questa demagogia della speranza, quest’oratoria intrisa di un positività accecante, forse addirittura illusoria. Ebbene signori miei, vorreste delucidarmi su un eventuale risultato scaturito dal portare avanti la campagna, schifosamente becera, di un odio senza confini? Oltre alla speranza vorreste elencarmi cosa rimanga davvero in un mondo ove la fiducia nel genere umano tramonta a suon di spari, di stragi d’innocenti? Qualora entrassimo nel circolo vizioso del terrore senza volerne più uscire, quale sarebbe, ulteriormente, la via di fuga più conveniente? In questo perpetuo naufragare di certezze barricarsi nelle proprie insicurezze non ci condurrà verso giovamento alcuno, e questo è tanto lapalissiano quanto semplice da comprendere. Vedo esseri umani usare la retorica del occhio per occhio, dente per dente, fomentare un disprezzo la cui potenzialità dovrebbe renderci consapevoli delle mostruosità di cui siamo capaci.
 Perché è vero, siamo dei mostri alle volte, ma siamo capaci certamente anche di molto altro; in casi come questi, però, non certamente del perdono, dal momento che la scenografia del teatro degli orrori cui siamo stati posti di fronte conserva in sé un che di abominevole. 
Cerchiamo piuttosto di perdonare noi stessi, perdoniamoci se abbiamo paura, paura di recarci in un teatro, in un cinema, di effettuare quel viaggio tanto agognato, sognato. 
Perdoniamoci se in questo mondo è tutto sbagliato, perdoniamoci se siamo stati proprio noi, noi uomini, la causa prima di tutti questi errori.

Se c’è invece una cosa che non possiamo e non dobbiamo perdonarci, questa è la perdita di aspettative. 
L’estrema unzione diamola sempre alla paura, alla crudeltà, alla scelleratezza, ma mai alla speranza, perché se già atti come quelli verificatisi nel globo intero ci portano a perdere fiducia nel genere umano e ci allontanano sempre più dalla nostra condizione di uomini, la perdita della speranza d’altro canto significherebbe la rottura di quel filo che ci permette di rimanere noi, di rimanere vivi, nella nostra concretezza, nella nostra umanità, di non diventare una personificazione in carne ed ossa del terrore, della malvagità. 
Forse la speranza e le parole non ci salveranno, forse abbiamo di fronte qualcosa ben più grande e profondo delle nostre capacità, delle nostre forze, ma volendo utilizzare e modificare il senso di una citazione di uno dei più grandi fisici al mondo, Stephen Hawking, <<finché c’è vita, c’è speranza>>, potremmo dire che <<finché c’è speranza, c’è vita>>.

E così perpetuamente sarà, fintanto che avremo il coraggio di lottare, fintanto che crederemo, magari ingenuamente, che il bene trionferà sul male, perché così è stato detto, così è stato scritto, e alle volte così è stato anche fatto, e magari, in un futuro più o meno prossimo, potrà davvero continuare ad essere, ma fondamentale rimane l’ardore con cui, ciascuno di noi, deve portare avanti questa battaglia. Perché dobbiamo portarla avanti questa battaglia, perché non dobbiamo avere paura o essa finirà per logorarci, passo dopo passo, strage dopo strage. Non perdiamo mai la voglia di vivere, di viaggiare, di scoprire, di amare. 
L’odio e la paura finiranno le proprie munizioni e si trinceranno dietro se stesse, in tutta la loro insignificante e ripugnante mole, e su questo mondo non splenderanno di certo i colori della pace, sarebbe un pensiero eccessivamente utopico: finché sarà l’uomo ad abitare questa Terra martoriata, ci saranno sempre altre guerre, altri interessi in ballo, altre scempiaggini.


Sta a noi fungere da cordone sanitario perché anche quella briciola rimanente di bellezza, di speranza, venga preservata, per non lasciare che anch’essa cada in balia di quell’odio che alimenta solo altro odio, altre guerre, altri disastri, che rendono una giungla questo universo e tragedie le nostre vite.

 

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About Sara Campisi

REDATTRICE | Siracusana, innamorata della sua terra, classe 1996. Frequenta la triennale di Filosofia presso l'Università degli Studi di Bologna. Visionaria, irrimediabilmente e perennemente distratta, lettrice camaleontica con uno spiccato interesse per la fisica. Ama i viaggi, la musica classica ed il mare.

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