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Entropia, droni e Apocalisse: il mondo secondo i Muse

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Da sinistra verso destra: Dominic Howard (1977), Matthew Bellamy (1978) e Chris Wolstenholme (1978), i tre componenti del gruppo musicale britannico Muse

Se una persona qualunque vi parlasse di cospirazioni planetarie e vaneggiasse di un futuro popolato da uomini ridotti a droni comandati dalla tecnologia, probabilmente gli passereste il contatto di un bravo psichiatra. Eppure c’è qualcuno che, da anni, veicola queste tematiche attraverso la musica, le sviluppa e fa cantare questi testi deliranti dai pubblici di tutto il mondo.

Con una carriera ormai quasi ventennale, i Muse sono oggi una delle realtà più solide e di successo del panorama della musica mondiale. Ne è passato di tempo da Showbiz, loro primo album, datato 1999, quando Matthew Bellamy cantava «I have played in every toilet». Ora a quel bagno si sono sostituiti i festival più importanti e frequentati di tutto il mondo e stadi interi che si riempiono per ogni data dei loro tour. Ma qual è la formula magica del loro successo? Il primo ingrediente è senza dubbio uno stile musicale cangiante e in continua evoluzione, frutto del desiderio irrefrenabile di sperimentare e di andare oltre i limiti. Ascoltando i primi pezzi del trio e confrontandoli con i successi di oggi potrebbe quasi sembrare di ascoltare due gruppi diversi. Ci sono ovviamente degli elementi costanti, come il falsetto inconfondibile di Bellamy e le manie di grandezza che portano il trio a partorire pezzi molto strutturati, barocchi e venati innegabilmente da una certa dose di megalomania. Tuttavia, ripercorrendo le tappe che ne hanno scandito la discografia, è evidente la trasformazione che il suono del gruppo ha subito.

Da uno stile iniziale vicino al rock alternativo dei Radiohead e imperniato sul classico trio chitarra-basso-batteria si è passati attraverso le sperimentazioni sonore di Origin of Symmetry (in Screenager è stato registrato e inciso il suono di Dominic Howard, il batterista, che suona con delle ossa animali), la magniloquenza di Absolution (a partire dal pezzo d’apertura, intitolato non a caso Apocalypse Please), le prime avvisaglie di influenze dell’elettronica in Black Holes and Revelations, il rock sinfonico e i tributi ai Queen che la fanno da padrone in The Resistance, la folle commistione di generi di The 2nd Law, fino ad arrivare ad una specie di ritorno alle origini con Drones.

Questa continua mutazione si lega indissolubilmente con il secondo ingrediente che ha permesso ai Muse di conquistare le classifiche di tutto il mondo: la follia. Ogni album è infatti un caleidoscopio di generi e suggestioni. Può capitare di ritrovarsi ad ascoltare pezzi imponenti, colmi di riffoni puramente rock da scuotimento selvaggio di testa, come Supremacy – inizio ideale per qualsiasi concerto e per tutte le playlist per correre – per ritrovarsi poi catapultati nelle atmosfere funky e scanzonate di Panic Station, concepita per far dimenare e sculettare le folle. Cose da far venire la labirintite.

 

 

D’altronde, il bello dei Muse sta proprio qui. Sembra che il loro scopo principale sia non dare punti di riferimento, scombussolare, sorprendere – e, va detto, ci riescono molto bene. Quale altro gruppo potrebbe permettersi di suonare un brano dubstep sulla seconda legge della termodinamica, inserendovi un coro e delle parti di musica classica (si parla ovviamente di Unsustainable)? Pura follia. Eppure questo strano mix, questa macedonia di suoni, influenze e generi che raccontano di strani futuri immaginari e robot assassini funziona e piace. Piace eccome. Ai piedi del palco solcato da Matt, Dom e Chris Wolstenholme si accalcano centinaia di migliaia di persone, pronte a farsi investire da questa ondata di eccentricità declinata in musica.

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I Muse in concerto allo Stadio Olimpico di Roma – 6 Luglio 2013

Sarebbe però impossibile comprendere il successo dei Muse senza tenere conto della loro furbizia. Il fil rouge della loro produzione è la mutazione, la capacità di cambiare pelle e rinnovarsi, ma strizzando comunque sempre l’occhio ai gusti del grande pubblico. La virata commerciale degli ultimi anni è, infatti, innegabile: si comincia con Starlight, passando per Madness e finendo con Dead Inside, pezzi notevoli ma che scontano indubbiamente il desiderio di soddisfare platee sempre più ampie. Tuttavia, proprio qui sta il segreto del successo e dell’universalità dei Muse: saper innovarsi e ingraziarsi fette consistenti di pubblico pur non rinnegando le proprie peculiarità. Ogni disco infatti, accanto ai pezzi da hit, contiene qualche chicca che sarà di difficile fruizione per l’ascoltatore comune perché meno easy listening, ma farà godere come un riccio chi è alla ricerca di qualcosa di più profondo. E allora ecco che troviamo, in ordine sparso, le varie The Globalist, Hyper Chondriac Music, Endlessly, Unnatural Selection, Apocalypse Please. Pezzi degni di una band che vuole restare nella storia del grande rock.

Ultimo ingrediente della formula di casa Bellamy&co. è la qualità dei live. Quando salgono su un palco, questi tre ragazzi del Devon sprigionano un’energia incredibile che, sommata ad un gusto particolare per la teatralità, li porta a dividere la scena con attori, robot giganti, ballerine e palloni aerostatici, dando vita ad un vero e proprio spettacolo. Anche in questo ambito, l’accoppiata megalomania-follia risulta vincente: durante il tour di The 2nd Law, il palco era un’enorme nave spaziale con delle ciminiere che sputavano fuoco a ritmo di musica. In definitiva, che sia un festival da qualche parte in Europa, un teatro in cui sfoggiare una versione acustica di alcuni grandi successi o uno stadio stracolmo da far scatenare, i Muse faranno partire ogni singolo spettatore per un viaggio scandito dalla loro musica, portando tutti a concludere che forse parlare di buchi neri, droni ed entropia non è una scelta poi così bizzarra.

A un anno e mezzo dall’uscita di Drones, non si sa ancora quali piani abbia in mente il gruppo per il futuro. Molto probabilmente proveranno ad alzare ulteriormente l’asticella della sperimentazione, inventando qualcosa di nuovo e regalandoci altri pezzi da ascoltare e riascoltare. Personalmente, attendo un nuovo album con fiducia, riascoltando Citizen Erased, una delle loro canzoni che preferisco. Il brano rappresenta perfettamente quel miscuglio di suoni e idee di cui si è parlato più sopra: riff graffiante all’inizio, sintetizzatori potentissimi, falsetto straziante e caos generale, prima di una sterzata melodica e dolcissima, che precede un’altra incursione nell’hard rock. E, infine, una coda di piano che rilassa e conclude degnamente un pezzo a mio parere fenomenale.

Un classico esempio che dimostra come il cliché «genio e follia» un fondo di verità, alla fine, ce l’ha.

 

 


 

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About Martino Ferrari

REDATTORE | Classe 1990, laureato in Giurisprudenza, nasce e vive a Trento, dove lavora. La sua passione per la lettura ha fatto nascere, durante gli anni del liceo, quella per la scrittura. È convinto che scrivere sia un modo per evadere, creare e dare libero sfogo al proprio mondo interiore. Negli anni si è occupato di attualità, cinema e musica - altro suo grande interesse - ed ha scritto alcuni racconti. Con il lavoro il tempo da dedicare a se stessi è sempre meno, ma per lui basta avere sempre carta e penna a portata di mano: una suggestione, un'idea, anche una sola parola vanno appuntate, affinché non si perdano. Benzina fondamentale per la creatività è il viaggio: quando può, infatti, cerca sempre di visitare posti nuovi ed immergersi in culture e lingue diverse dalla sua, per confrontarsi e crescere.

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