THE HAGUE, NETHERLANDS - MARCH 15:  Dutch Prime Minister Mark Rutte gestures to a supporter after making a speech following his victory in the Dutch general election on March 15, 2017 in The Hague, Netherlands. Dutch voters have gone to the polls in one of the most tightly contested general elections in recent years.  (Photo by Carl Court/Getty Images)

Elezioni olandesi 2017: l’efficienza del proporzionale nella battaglia per l’Europa

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17391959_758842460937762_2117004180_nA poco più di tre giorni dalle elezioni legislative del 15 Marzo, la Nazione Orange si appresta a ridefinire gli equilibri parlamentari e di Governo a fronte di uno scenario politico rimodellato dalla recente tornata elettorale. I risultati, nonostante si siano rivelati piuttosto simili agli ultimi sondaggi ed exit poll, hanno ugualmente segnato una tappa fondamentale nell’evoluzione politica di quest’Europa sempre più in crisi. Gli elementi cardinali di questo processo di rinnovamento delle componenti parlamentari olandesi sono dunque riassumibili in una visione organica e logicamente ordinata.

Procedendo in ordine, da destra a sinistra, possiamo partire direttamente dal nocciolo della questione, ossia lo spauracchio della possibile vittoria di Geert Wilders, leader destrorso del Partij voor de Vrijheid (PVV, trad: Partito della Libertà). Come noto, la formazione di Wilders ha fatto un buco nell’acqua nonostante il lauto bottino (venti seggi) derivante dal 13,1% dei consensi, che le hanno permesso di configurarsi come secondo partito più forte nel Paese. Fa specie, tuttavia, l’infamante campagna di demonizzazione mediatica subita da Wilders per mano dei media progressisti di tutt’Europa: nessuno mette in dubbio la radicalità del suo programma politico o l’esplicito richiamo a Donald J. Trump e alle destre reazionarie del Vecchio Continente. Ciononostante, la consapevole omissione di alcuni dettagli sul suo curriculum politico hanno avuto, a mio avviso, l’amaro sapore della mistificazione: figlio di padre olandese e madre indonesiana, scissionista ex-VVD, seguace del controverso Pim Fortuyn, Wilders si definisce un liberalconservatore antifascista, laico e anti-islamista, favorevole a policies liberali (matrimoni omosessuali, eutanasia, liberalizzazione delle droghe leggere, prostituzione) e più vicino al monetarismo neoliberale e classista di Margaret Thatcher che al populismo di destra di Marine Le Pen, Matteo Salvini e del fu Jörg Haider.

Andando oltre al PVV, la vittoria più netta è stata – in definitiva – quella dell’attuale forza di Governo, il Volkspartij voor Vrijheid en Democratie (VDD, trad: Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia), che pur perdendo ben otto seggi (da quarantuno a trentatré) rimane lo schieramento politico più votato nell’arco parlamentare, col 21,3% dei consensi totali. Impossibile, dunque, non pensare ad un continuum dell’attuale Governo targato Mark Rutte, ormai giunto al terzo mandato consecutivo.

Le probabili stampelle politiche saranno il Christen-Democratisch Appèl (CDA, trad: Appello Cristiano Democratico) e il partito liberalsocialista Democraten 66 (trad: Democratici 66), pronti a mettere a disposizione diciannove seggi cadauna (a fronte di due risultati pressappoco similari, 12,5% per i primi e 12,0% per i secondi). Passando finalmente dal lato opposto, si possono distinguere senza difficoltà alcuna i segni tangibili di un terremoto che ha rimodellato in senso sostanziale le forme e i confini geografici della nuova sinistra parlamentare.

Prima nota saliente è senza dubbio la quasi completa pasokizzazione del Partij van de Arbeid (PvdA, trad: Partito del Lavoro), laburista di centro-sinistra, che ha pagato carissima la collaborazione a larghe intese coi liberalconservatori di Rutte durante il precedente mandato. Dall’enorme quota di ventotto seggi, il PvdA è così passato al magro bottino di nove seggi, terzo partito dell’emisfero mancino del Parlamento dietro a GroenLinks (GL, trad: Sinistra Verde) e Socialistische Partij (SP, trad: Partito Socialista). Se nel 2012 VVD e PvdA si spartivano il territorio in due enormi zone d’egemonia, oggi il partito laburista ha perso tutte le sue antiche e consolidate roccaforti, specialmente nel Nord, una volta compattamente colorato di rosso ed oggi smembrato in micro-zone di influenza da CDA, Partito Socialista e Partito della Libertà.

17393077_758842464271095_781517353_nLa ragione principale della perdita degli ex-feudi rossi del centro-sinistra è stata la tacita connivenza con le politiche neoliberiste della destra liberale olandese, assolutamente avverse alla classe di riferimento del PvdA eppure da esso stesso supportate.

Ad approfittare della crisi del Partito del Lavoro sono state due forze non convenzionali dello scenario politico nederlandese, GL e SP. I primi, specialmente, hanno rappresentato la vera sorpresa della recente tornata elettorale. Nel ruolo di scomodi outsider, i rosso-verdi di Jesse Klaver sono riusciti a raggiungere l’ammirevole vetta di quattordici seggi (8,9% dei voti), pressoché quintuplicati. Interessantissima la storia di questa piccola formazione, all’improvviso irrotta alla ribalta nello scenario politico nazionale: verdi di sinistra ed ecosocialisti, sono nati nel 1991 dalla confluenza di quattro formazioni politiche radicalmente diverse tra loro, Communistische Partij Nederland (CPN, trad: Partito Comunista dei Paesi Bassi), Pacifistisch Socialistische Partij (PSP, trad: Partito Socialista Pacifista), Politieke Partij Radikalen (PPR, trad: Partito Politico dei Radicali) e Evangelische Volkspartij (EVP, trad: Partito Popolare Evangelico).

Diretto competitor di GL è stata la sinistra radicale del Partito Socialista, che nonostante il nome equivoco si attestano su posizioni piuttosto decise: diminuzione dell’età pensionabile, ripristino del servizio sanitario nazionale pubblico, euroscetticismo. Nati nel 1971, anche i socialisti di SP derivano da una storia interessante, e precisamente dalle correnti maoiste scissioniste del lungo ’68, che tramite un durevole processo di elaborazione e innovazione politica sono giunte all’adesione al gruppo del Groupe Gauche Unitaire Européenne/Gauche Verte Nordique (GUE/NGL, trad: Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica) e all’accettazione piena della competizione parlamentare liberaldemocratica. Forte di una propaganda ben agita e di una strategia politica attentamente strutturata, il Partito Socialista è stato il partito più votato a sinistra, con il 9,2% dei consensi e ben quattordici seggi, attestandosi sugli stessi livelli mediani delle precedenti elezioni.

17351174_758842467604428_1323837818_nPer carpire la differenza distintiva tra GL ed SP bisogna fissare il punto focale sul gruppo sociale di riferimento dei due schieramenti: i rosso-verdi, marcatamente plasmati da un’ottica del tutto liberaldemocratica, sono stati (insieme al D66) la formazione più votata da gioventù e studenti universitari; al contempo, i socialisti radicali si sono messi in competizione sullo stesso terreno non dei liberali, ma di Geert Wilders, tentando di ri-egemonizzare quegli strati sociali operai disillusi dal voltafaccia dei laburisti e sostituirsi definitivamente al PvdA nel compito di rappresentanza sociale della classe lavoratrice olandese. Missione compiuta a metà, si potrebbe dire, sia per GroenLinks che per il Partito Socialista: la leadership del PvdA è di certo stata intaccata, ma c’è ancora tanta strada da fare per costruire a sinistra un’opposizione efficace allo strapotere parlamentare della destra radicale e dei liberal-conservatori.

Passando infine ai partiti minori, sono da segnalare le affermazioni – seppur minoritarie – di formazioni quali ChristenUnie (CU, trad: Unione Cristiana, centro, cinque seggi), il Partij voor de Dieren (PvdD, trad: Partito per gli Animali, animalista, cinque seggi), il movimento 50Plus (organizzazione centrista per la tutela delle pensioni, quattro seggi), lo Staatkundig Gereformeerde Partij (SGP, trad: Partito Politico Riformato, destra evangelica e conservatrice), FvD (trad: Forum per la Democrazia, euro-scettici populisti di destra, due seggi) e il Denk (gruppo di rappresentanza della minoranza turca socialdemocratica, tre seggi).

Ciò che chiaramente emerge dallo scenario appena descritto è che nessuno fra D66, CDA, PvdA, SP, CU e GL è disposto ad allearsi col PVV per formare una coalizione di Governo col PVV di Wilders; allo stesso modo, il leader dei socialisti Emile Roemer ha dichiarato l’indisponibilità del suo partito a qualsiasi forma di alleanza coi liberalconservatori di Rutte, quale che sia la conseguenza. Meno risoluta la posizione di Jesse Klaver (GL), potenzialmente corteggiato dal partito pivotale, il VVD, che probabilmente si appoggerà, in caso di diniego, al supporto di democristiani, liberalsocialisti e CU.

Da tenere conto, per concludere, che queste elezioni hanno dimostrato la validità di una serie di teorie ampiamente sostenute da studiosi e politologi illustri tra i quali, nonostante, lo spassionato proporzionalista olandese Arend Lijphart. Le elezioni legislative olandesi del 2017 danno prova, infatti, che la governabilità, la continuità e l’efficacia di Governo sono assolutamente possibili con un sistema proporzionale (probabile terzo mandato a Rutte, ndr), ma non solo.

Gli indici di rappresentatività e partecipazione politica sono infatti i più alti di tutto il Continente nonostante il declino della politica europea e la crisi che affligge tutti gli Stati dell’UE. Si è infatti passati da un’affluenza mediana del 74,57% nel 2012 al soddisfacente 80,40% di quest’anno. Oltre al rendimento macroeconomico e alle politiche di parità e bilanciamento del Paese, si può dire infine che la frammentazione del sistema partitico, tanto demonizzata dal dogma maggioritarista dominante in Europa, può avvantaggiare la formazione di Governi stabili preservando la rappresentatività e proporzionalità pura del voto democratico dei cittadini. La regola della formazione delle coalizioni minime a quattro partiti mitiga infatti l’effetto iper-proporzionalizzante del «quoziente naturale e dei più alti resti» e della soglia implicita di sbarramento fissata solitamente alla media dello 0,67%.

A dimostrazione di queste tesi, basti pensare che soltanto tredici delle ventotto liste presentate per le elezioni ha passato il vaglio del voto ed ha avuto accesso al Parlamento. Lo scenario emerso dalle votazioni dipinge un quadro partitico omogeneo, rappresentativo e ben distribuito. L’individuazione di maggioranza e opposizione è assolutamente elementare e unilaterale, così come l’individuazione dei nuclei centrali dei nuovi assetti politici. La governabilità e la formazione di coalizioni stabili è possibile secondo differenti approcci quantitativi e qualitativi, includendo sia l’affinità ideologica, l’affinità programmatica per le politiche pubbliche e i ragionamenti di massimizzazione del potenziale politico sulla base delle coalizioni minime.

Questa tornata elettorale si è dunque conclusa con un risultato che sicuramente rassicura l’Europa, ma non ne risolve minimamente l’impasse. Punto d’arresto e stagnazione che, del resto, sono state proprio le forze liberaldemocratiche a creare con l’applicazione sconsiderata di politiche d’austerità e macelleria sociale alle economie più deboli dell’Eurozona. C’è dunque da gioire per l’efficienza e la buona salute dei meccanismi tecnici della democrazia sensuale olandese, modello che sicuramente aiuterebbe molto Paesi in crisi di legittimazione e privi di alternative politiche come l’Italia. Ma giusto per quello.

La battaglia per l’Europa – per un’Unione riformata, o per una nuova Europa sociale al di fuori di un’UE ormai fatiscente – continua; ma il suo sentiero deve necessariamente mutare, perché non ci si può ancora accontentare di questi verdi e acerbi frutti.

 

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Cartina politica dei Paesi Bassi

 


 

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About Guglielmo Migliori

COLLABORATORE | Classe 1996, nato e cresciuto a Bologna, dove studia Scienze Internazionali e Diplomatiche. Corrispondente dall’Estero per "La Voce del Gattopardo", collabora anche con alcuni blog politici e giornali online (Capitano Ludd, Geopolitica.info, Millennials Press, La Città Futura).

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