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E’ Tangentopoli, baby! La recensione di “1992”

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, Settima Arte

Da qualche anno sembra che una sorta di corrente autoriale si sia divertita a riscoprire il lato oscuro del nostro Paese, attraverso la reinterpretazione delle sue figure negative. Così, a contrastare la tv generalista dei primi anni Duemila, dominata da opere seriali incentrate sulle forze dell’ordine (Carabinieri, Distretto di Polizia, R.I.S., Squadra Antimafia), sono piombati i cattivi. Da Romanzo Criminale a Faccia D’Angelo, fino a giungere a Gomorra, le serie tv targate Sky hanno letteralmente ribaltato la visuale di partenza (e di conseguenza l’estetica).

1992 si pone sullo stesso filone, spostando lo sguardo sulla più internazionale tra le città italiane (Milano) e su un periodo storico gravido di conseguenze politiche.

Stefano Accorsi, qui insieme a Irene Casagrande, interpreta Leonardo Notte
Stefano Accorsi, qui insieme ad Irene Casagrande, interpreta Leonardo Notte

Ad animare i dieci episodi vi sono vari personaggi molto diversi tra loro. C’è il cinico pubblicitario dalle idee potenzialmente esplosive. C’è il reduce di guerra che si candida al parlamento con la Lega Nord. La valletta affamata di successo. I giovani poliziotti dal passato nebuloso. La ricca ereditiera ribelle. E poi Di Pietro, Dell’Utri, Berlusconi, Bossi, Craxi: tutta la carrellata delle personalità pubbliche che hanno caratterizzato gli anni ’90 (e non solo) in Italia. Sì, perché lo spunto, nemmeno troppo celato, è la grande inchiesta nota come Mani Pulite, cominciata con l’arresto di Mario Chiesa il 17 Febbraio del 1992.

Chiariamo subito un punto: 1992 è una serie imperfetta. Imperfetta, prima di tutto, nel senso che è scritta in maniera tutt’altro che impeccabile. La premiata ditta Fabbri-Rampoldi-Sardo, dopo il mezzo pasticcio de Il Ragazzo Invisibile di Salvatores, lavora su un’altra sceneggiatura confusionaria. Le storylines che si alternano in ogni puntata sono fondamentalmente cinque, ma nessuna di esse sembra sapere dove andare a parare. Ciò è evidente dopo poche ore di visione, quando il fascino dell’incipit è ormai esaurito e i racconti faticano ad assemblarsi naturalmente tra di loro. Gli attori che si muovono in questo ricostruito passato recente interpretano soggetti sopra le righe, costantemente in bilico sopra il baratro del grottesco. E va pure bene così a tratti, visto che alcune scelte stilistiche funzionano alla grande. Pensiamo al lavoro svolto con Di Pietro: Antonio Gerardi è fenomenale nel caratterizzare l’ex magistrato (tutt’altro che un’icona cool) come una specie di rockstar giuridica. L’intera atmosfera della serie è come pervasa da una coloratissima iconoclastia. Non c’è niente di positivo in ciò che vediamo, dal sesso all’amore, dal lavoro alla famiglia: come in una versione più sottile e teatrale di Gomorra, se vogliamo.

Il problema maggiore è che nessuno dei personaggi subisce una vera e propria evoluzione. Non ci sono crescite, sviluppi che trasmettano un minimo di credibilità. A farne le spese è principalmente Leonardo Notte (Stefano Accorsi). Tralasciando il fatto che il suo passato sessantottino è quanto di più implausibile si possa presentare. Tralasciando la sua evidente onnipotenza sessuale e la freddezza da robot che gli permette di commuoversi quasi a comando. Ma che un uomo, praticamente da solo, sia in grado di condizionare ad un tale livello la politica di un Paese: qui si sfiora il superomismo.

Alessandro Roja, che già aveva interpretato il Dandi in 'Romanzo Criminale - La Serie', è Rocco Venturi
Alessandro Roja, che già aveva interpretato il Dandi in “Romanzo Criminale – La Serie”, è Rocco Venturi

E’ invece nei momenti antieroici che il tutto funziona, quelli in cui mostra un certo divertimento e una notevole vena critica. Una rivisitazione filosofica di Non è la Rai all’insegna della crudeltà e della disillusione. L’intelligente apparizione di un personaggio famigerato all’interno di un bagno pubblico. La corruzione inevitabile di un uomo ingenuo e bestiale. In fondo è proprio il parlamentare Pietro Bosco, interpretato da Guido Caprino, a brillare come il personaggio meglio riuscito del gruppo: l’unico ad attraversare un percorso ben definito, come protagonista di una parabola amarissima.

Che vi fossero aspettative molto alte era noto da tempo (almeno dalla presentazione dei primi due episodi alla 65esima Berlinale). Che queste aspettative siano state disattese è un fatto altrettanto ovvio, in questi tempi di gogna mediatica e sociale (nel senso di social network). Cosa radicalmente diversa è paragonare, come qualche critico ha fatto, la serie prodotta da Wildside ad alcune delle fiction nostrane più longeve, per qualità complessiva della narrazione. 1992 si innalza due spanne sopra qualsiasi prodotto Rai o Mediaset degli ultimi venti anni, anche limitandosi ad un semplice fattore: il linguaggio cinematografico. C’è una repentina esplosione di violenza sul finire del nono episodio, dopo almeno mezz’ora di calma, che spiega al meglio questa grandezza. Nessuna fiction italiana ha mai avuto una tale gestione del tempo narrativo, né un simile coraggio nel mostrare i demoni dell’essere umano.

Peccato allora che spesso si preferiscano gli immancabili e didascalici spiegoni alla potenza silenziosa delle immagini, e che ci siano tante di quelle citazioni (Pasolini, Mao Zedong, Goethe) pronunciate a sproposito. In effetti non si contano i momenti in cui qualcuno dice la frase sbagliata al momento giusto, soltanto perché di grande effetto (<<Le famiglie felici servono solo a vendere i biscotti>>, <<Se non ci fossero cattive persone non ci sarebbero bravi avvocati>>, <<La vita è troppo breve per bere prosecco>>). Una tale prolissità, in una serie tv che poteva rivelarsi devastante per la capacità di mettere a nudo il marciume del sistema partitico italiano, è a dir poco inutile. Perché 1992, checché se ne dica, non parla di Tangentopoli, e neanche della nascita di Forza Italia. Parla della malattia di un popolo, esplicata a meraviglia già nel primissimo episodio: <<Gli anni Ottanta sono uno stato mentale>>. Come dire che si può fare soldi senza lavorare e ignorando la legalità, sempre e comunque. E’ questo un concetto dal peso specifico enorme, che la serie purtroppo non scarnifica fino in fondo. Mancanza di audacia? Può darsi: sicuramente l’ultimo, profetico fotogramma lascia con sé il dispiacere di un’occasione sprecata.

Capitolo recitazione. Come avrete capito, nonostante i fiumi di caratteri che hanno bagnato il web negli ultimi giorni, questo non è il problema più fastidioso di 1992. E possiamo spingerci oltre, sostenendo che il milanese biascicato di Tea Falco (su cui ormai le parodie si sprecano) è assolutamente coerente con le vesti dell’odiosa Bibi Mainaghi. Il difetto sta nell’aver delineato personaggi quanto mai statici. La figlia dell’imprenditore, ad esempio, rimane una drogata piena di spocchia, che sia a capo dell’impero di famiglia o meno. Così come lo spregevole Rocco Venturi risulta dall’inizio alla fine una figura priva di scopo, a prescindere dagli sforzi di Alessandro Roja.

Per concludere, 1992 soffre di una catena di ineliminabili magagne, riscontrabili a monte (nella penna) più che a valle (nella cinepresa). Vive inoltre di un paradosso che irriterà ancora di più i critici: tra le serie prodotte da Sky è sicuramente la meno amata, e al contempo quella più certa di avere un seguito.

Prepariamoci all’arrivo di 1993 e 1994.

 

L'ex Miss Italia Miriam Leone interpreta Veronica Castello
L’ex Miss Italia Miriam Leone interpreta Veronica Castello

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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