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Dovremmo avere più fiducia nel metodo scientifico

Pubblicato il Pubblicato in Eureka, Recenti, Scienza e Salute
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Eleonora Bottaro, appena diciottenne, morta a causa della leucemia

In questi giorni sono successi due avvenimenti che mi hanno portato a riflettere ancora sul rapporto che le persone hanno con le discipline scientifiche e che tipo di fiducia quest’ultime nutrono nei confronti della medicina. I due esempi che ho in mente riguardano entrambi fatti impegnativi, in cui esprimere opinioni personali è poco ragionevole. Pendiamo la cosa da lontano, quindi, tracciando comunque un contesto: un fatto è collegato al recente terremoto che ha colpito il Centro Italia provocando più di 290 morti e l’altro alla morte di un’adolescente diciottenne in Provincia di Padova, a causa di una leucemia.

Nel primo caso mi riferisco a un tweet molto ripreso della Regione Marche, in cui si rendeva noto che assieme ai farmaci tradizionali sarebbero stati distribuiti alle popolazioni terremotate anche cure alternative omeopatiche. La comunità scientifica cerca da sempre di sottolineare come l’omeopatia non abbia alcun tipo di efficacia clinica dimostrabile; nel 2015 un meta-studio condotto dall’Australia’s National Health and Medical Research Council – l’ultimo in ordine cronologico, ma non l’unico – ha rilevato ancora una volta quello che già si sapeva: un farmaco omeopatico ha lo stesso effetto di un placebo.

Generalmente un farmaco omeopatico si ottiene diluendo un principio attivo (la sostanza responsabile di un effetto all’interno del corpo umano) in una soluzione acquosa. Dopodiché l’operazione viene ripetuta un certo numero di volte: dal composto viene estratta una piccola quantità di soluzione variabile a seconda del farmaco in questione. La piccola parte di composto estratto viene nuovamente diluita in acqua per un certo numero di volte, seguendo delle apposite sigle (CH o DH le più comuni, ad esempio. Per approfondire, qui). Questo procedimento può avvenire anche fino a cento volte e oltre. Da un punto di vista chimico nel composto finale non è possibile rinvenire nemmeno una molecola del principio attivo di partenza perché questo è andato perduto in seguito a tutte le diluizioni che ha subito.

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“Cure” omeopatiche

Nonostante queste evidenze, molte persone preferiscono le cure omeopatiche a quelle “tradizionali”, con tutti i rischi che questa scelta comporta. Non è semplice trovare una spiegazione immediata e banale di questo fenomeno, perché c’è in gioco tutta la complessità dell’essere umano. Nel caso estremo di un post-terremoto ci troviamo di fronte, però, ad alcune domande: perché dovremmo negare dei farmaci, che in un momento pesante come quello attuale in Centro Italia, potrebbero essere in linea con le scelte personali delle persone, dando loro giovamento? Davvero possiamo criticare questa scelta in nome del rigore scientifico? Ecco, queste due argomentazioni a favore dell’omeopatia, per quanto ragionevoli, risultano riduttive.

Consideriamo che stiamo parlando di scelte individuali (quando si sceglie un farmaco omeopatico) e la Regione Marche è un ente pubblico: in linea di principio, se una persona è libera di scegliere che cura seguire, non è altrettanto scontato che una pubblica amministrazione debba investire dei soldi su rimedi che sono stati ampiamente dimostrati come inefficaci. Non è corretto inoltre perché da un punto di vista politico si continuerebbe ad alimentare il messaggio (ben spiegato qui) per cui l’omeopatia è una valida alternativa alla medicina tradizionale, in quanto, purtroppo, non lo è.

È difficile avere il senso della misura quando si pensa alla salute umana e non vi è ragionamento scientifico che regga di fronte all’emotività che deriva dalla malattia; in questo senso il fatto che una ragazzina sia morta di leucemia perché i genitori hanno scelto cure alternative alla medicina tradizionale è un altro esempio complicato ed emblematico del rapporto che le persone hanno con la scienza. Se in questo caso i rimedi omeopatici non centrano, l’attenzione è posta comunque su una cura alternativa; come alternativa appunto viene concepita l’omeopatia.

I genitori di questa ragazza seguivano la filosofia del metodo di cura definito The Germanic New Medicine, ideato da Ryke Geerd Hamer, medico radiato dalla professione proprio per questa invenzione. Le idee di fondo sono controverse e contraddittorie, ma la principale è che la malattia umana derivi da un trauma non superato da parte dell’individuo. Nonostante i dati raccolti mostrino come siano state a centinaia i pazienti morti per aver scelto le cure singolari che Hamer propone, ciò non ferma le persone dal continuare a compiere ancora questa scelta. In questo caso, secondo i genitori, la morte prematura del fratello della ragazza sarebbe stata la causa della sua leucemia. È ancora più complesso elaborare una reazione di fronte alle dichiarazioni dei medici, i quali davano una possibilità di guarigione dell’80%.

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Ryke Geerd Hamer (1935) è un medico tedesco, non più abilitato all’esercizio della professione. È noto per aver elaborato, a partire dal 1981, una medicina alternativa denominata “Nuova Medicina Germanica” (NMG)

Vorrei però spostare l’attenzione lontana dal giudizio riservato ai genitori. Quello che mi interessa toccare sono aspetti più umani, legati al senso di sfiducia che troppe persone hanno nei confronti della medicina tradizionale, ritenendo che per forza, da qualche parte, ci debbano essere delle valide alternative. Ritengo sia naturale pensare che non ci sia un’unica spiegazione di un singolo fenomeno, che ci possano essere vari punti di vista di fronte alle questioni della vita; ma questo solo in parte è vero.

Quando parliamo di scienza, purtroppo, queste generalizzazioni risultano scorrette perché non tengono a mente quale sia il reale funzionamento del metodo tramite cui la scienza si costruisce. La comunità scientifica, lo si sente dire spesso, non è democratica. E questo è un fatto difficile da accettare in un contesto sociale sfocato, abituato a difendere costantemente il significato di questa parola. Se qualcosa è presentato come non democratico la prima reazione è di indignazione, non di comprensione, e questo è già di per sé un problema. Inoltre il linguaggio della scienza è tutt’altro che rassicurante: ci sono sempre probabilità di successo delle terapie, mai certezze del 100% che qualche cura sarà efficace o meno.

Di fronte a situazioni gravi è difficile affidarsi a chi parla per “percentuali di successo”; molto più sicuro è provare con chi propone una valida alternativa senz’altro efficace. E un problema ulteriore riguarda la difficoltà generale che la comunità scientifica risente nel farsi capire dalle persone. Anche in casi come questi l’impressione che ho è che essa non faccia altro che rafforzare se stessa nei confronti di sé, piuttosto che aiutare il suo pubblico a meglio comprenderla, portando avanti una comunicazione efficace al suo esterno.. È un circolo vizioso, ben spiegato in un articolo del The Guardian, in cui le denunce di episodi inaccettabili non fanno altro che contribuire a una polarizzazione che vede gli “illuminati dal metodo” da una parte e gli “ignoranti creduloni” dall’altra. La responsabilità di questo è anche della scienza che non trova ancora un modo efficace di parlare di sé a chi non ha gli strumenti per capirne fino in fondo il suo funzionamento.

Personalmente, non credo di avere una soluzione al problema per la comunicazione scientifica, ma l’invito è quello a pensare seriamente alla condizione umana, da un punto di vista biologico. Alla precarietà del corpo umano, al fatto che non siamo neanche lontanamente delle macchine perfette, all’invecchiamento che non tarderà per nessuno, ai piccoli problemi che sempre ci saranno, alla complessità che ci costituisce, ma soprattutto invito a fuggire da spiegazioni semplicistiche. La medicina è complicata e nessuno può pretendere di diventare un esperto leggendo in cinque minuti una spiegazione approssimativa. Al momento essa è la miglior spiegazione che abbiamo nei confronti delle vicende organiche dell’uomo. Miglior spiegazione non significa ovviamente unica spiegazione, ma questo non legittima automaticamente delle alternative, che per di più sono state continuamente confutate.

Dovremmo accettare che al momento la medicina ufficiale è l’unico metodo valido e reale per curare i nostri mali, fino a prova contraria.

E la prova contraria ancora manca, per quanto ingiusto ci sembri.

 

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About William Zancan

COLLABORATORE | Vive in Provincia di Treviso, laureato alla magistrale in Scienze Filosofiche presso l'Università degli Studi di Padova. Nutre svariati interessi tra cui la musica, il gaming, la scienza e lo sviluppo tecnologico. Vorrebbe esserci quando il primo uomo atterrerà su Marte.

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