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Donald J. Trump: il nuovo sogno americano (che pare un incubo)

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The White House

L’America è davvero il Paese in cui tutto è possibile, dove il sogno diventa realtà. Il sogno di un outsider che con un enorme svantaggio di mezzi finanziari e organizzativi, con l’opposizione di tutto il mondo dell’informazione e di quasi tutta la classe dirigente del suo partito, vince prima le primarie, poi le elezioni generali e diventa Presidente. L’altro sogno, quello del ragazzo afroamericano orfano dei genitori, che partendo da una condizione di povertà riesce a laurearsi ad Harvard, diventa senatore e poi primo inquilino di colore della Casa Bianca abbattendo muri di pregiudizio e discriminazione in piedi da secoli, ha fatto il suo tempo ed è ora di metterlo in soffitta. L’American Dream nuova edizione è questo, e ha il volto di Donald J. Trump, il 45° Presidente degli Stati Uniti.

Il messaggio su cui si fonda questo sogno è chiaro. Non importa se insulti le donne (e le molesti pure), se offendi i musulmani e gli ispanici, sfotti i tuoi compagni di partito, te la prendi con i genitori di un soldato ucciso: tu ce la puoi fare, yes you can. La favola del 2016 è questa, quella del primo candidato senza alcuna esperienza politica o militare che entra alla Casa Bianca. Non quella – la favola progressista per eccellenza – che avrebbe voluto la prima Presidente donna succedere al primo Presidente di colore. E in maniera surreale, come in ogni fiaba che si rispetti, il Paese che quattro anni dopo aver rieletto quel Presidente nero con una straordinaria mobilitazione di quella maggioranza di minoranze che costituisce la nuova America, elegge con una mobilitazione altrettanto straordinaria della vecchia America bianca, maschia, rurale, un Presidente che rappresenta tutto il suo contrario!

L’Obama coalition, la vasta compagine etnico-sociale che ha portato alle ultime due vittorie democratiche, non ha aiutato Hillary Clinton a conquistare i duecentosettanta grandi elettori necessari per ottenere la presidenza. La sua sconfitta è stata il frutto di una somma di sconfitte, alcune negli Stati in bilico che si credeva potesse conquistare, altre, inaspettate, in quelli che i sondaggi le assicuravano con un alto grado di sicurezza. L’ex Segretario di Stato ha perso il New Hampshire, Stato considerato favorevole ai democratici e che anche fra i repubblicani tende a  scegliere quelli più moderati nelle primarie. Ma quest’anno, già in quell’occasione, il New Hampshire aveva dato un segnale sorprendente assegnando la vittoria al controverso tycoon.

Persino l’Ohio, che dal 1964 vede vincere il candidato che si aggiudica le elezioni generali, ha voltato le spalle alla Clinton. Così anche il Wisconsin, democratico dal 1988. La Florida, lo Swing State per eccellenza, con un peso elettorale di ben ventinove delegati, nel 2000 fu determinante per la vittoria di George W. Bush, che pure aveva ottenuto meno voti a livello nazionale rispetto al suo avversario Al Gore. Nel 2012 fu vinta per un pelo, meno dell’1% dei voti, da Obama. Questa volta la partita è stata assai meno incerta, e il successo di Trump è diventato ben presto evidente. La nuova Florida è stata però il Michigan, che da che doveva essere un bottino sicuro per la Clinton è rimasto in bilico fino all’ultimo, prima di tingersi di rosso confermando definitivamente l’affermazione di Trump. I democratici se lo sono aggiudicati ad ogni elezione dal 1992 in poi. Nessuna sorpresa invece dal Sud, tradizionale serbatoio di voti per i repubblicani, che quest’anno si era pensato potesse diventare l’asso nella manica di Hillary, che avrebbe potuto beneficiare del divorzio fra Trump e la base tradizionale del Partito Repubblicano. Niente da fare, oltre che negli Stati più pesanti come Texas e Georgia che hanno confermato il loro voto per il GOP, Hillary ha perso pure in Arkansas, il piccolo Stato di cui il marito Bill Clinton era stato Governatore.

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Da sinistra verso destra: Bill Clinton (1946), Hillary Clinton (1947) e Barack Obama (1961)

Battuta la Clinton, dunqueBattuti i Clinton intesi come la classe dirigente saldamente al potere nel Partito Democratico da oltre vent’anni. Battuto però anche l’establishment del Partito Repubblicano che, in tutti i modi, aveva cercato di interrompere l’avanzata di un candidato che ha sempre considerato come un pericoloso corpo estraneo. A decretare la morte del Grand Old Party non è stato – come si era detto quattro anni fa – il mutamento demografico, che con la crescita delle minoranze avvantaggia i democratici. E non è stata neppure – come si era paventato quest’anno sulla base dei sondaggi – l’impietosa sconfitta di Trump, che sarebbe stata la terza consecutiva dal 2008. No, è stata proprio la vittoria a sorpresa – e a valanga – di Trump a uccidere il Partito Repubblicano per come fino ad oggi lo abbiamo conosciuto. Una rivoluzione rumorosa e politicamente scorretta ha gettato a gambe all’aria i maggiorenti del partito, stravolto la piattaforma programmatica in molti dei suoi punti più qualificanti e modificato in modo irreparabile i connotati del partito che fu di Richard Nixon, Ronald Reagan e dei Bush.

Il disimpegno internazionale, la complicità con la Russia putiniana, la sfiducia nella NATO sono tutti elementi lontani anni luce dalle inclinazioni tradizionali della destra americana e mal si accordano col proposito, ripetuto da Trump ossessivamente nello slogan della campagna, di fare l’America «great». D’altra parte le proposte più controverse, la messa al bando dei musulmani, la deportazione degli immigrati irregolari, la costruzione del muro al confine col Messico, non devono destare preoccupazione, semplicemente perché non verranno mai realizzate. Deve semmai preoccupare il fatto che, con il proprio voto, la maggioranza degli americani le abbia approvate in linea teorica.

È davvero un’America diversa quella che oggi si presenta al mondo, come diversi sono il sogno e gli ideali che l’hanno portata fin qui. Un’America che, ad esempio, non costruisce più la propria dialettica politica intorno ai concetti di sinistra e destra – anche se questa elezione dimostra come essi siano più vivi che mai. Un candidato estremista come Donald Trump, anni fa, sarebbe stato fatto fuori già nelle primarie. Le due vittorie più imponenti di tutti i tempi furono quella di Lyndon Johnson su Barry Goldwater del 1964 e di Richard Nixon su George McGovern nel 1972. In entrambi i casi, i Presidenti uscenti si trovarono a confrontarsi con degli sfidanti che si collocavano su posizioni decisamente estreme nei loro rispettivi partiti – Repubblicano il primo, Democratico il secondo. Oggi invece la frattura decisiva sembra essere, negli States come in tutto l’Occidente, un’altra: quella fra sistema ed antisistema, establishment e forze che ad esso si oppongono, e il merito di Trump è stato quello di riuscire a far dimenticare il fatto di appartenere – per patrimonio e rapporti di potere sviluppati in decenni di attività – alla prima categoria e di intercettare la richiesta di rappresentanza che viene dalla seconda.

Un’operazione analoga era riuscita, nel corso delle primarie democratiche, al senatore Bernie Sanders, che aveva conquistato un consenso assai superiore a quello della Clinton in quella fetta di popolazione – i maschi bianchi con basso livello di istruzione che vivono nelle zone rurali soprattutto del Midwest – che alle elezioni generali ha votato in massa Trump. Non è escluso che molti Bernie bros delusi non siano andati a votare o abbiano votato per il repubblicano, considerando le due alternative in campo ugualmente disprezzabili o addirittura preferendo il magnate alla candidata del loro partito.

«Sarò il Presidente di tutti gli americani», ha dichiarato il successore di Barack Obama nel discorso della vittoria, in modo anche un po’ scontato. Certamente sarà il Presidente di tutti quegli americani – e a quanto pare sono tanti – che piuttosto che dichiararsi di destra, salvo poi esserlo comunque, preferiscono considerarsi così: antisistema.

E che vengono scandalizzati di più da un blocco di e-mail che dai peggiori vizi pubblici e privati di un candidato che ha avuto l’unico merito di saper fiutare lo spirito del tempo.

 

 


 

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About Gianmarco Botti

COLLABORATORE | Classe 1990, napoletano. Giornalista pubblicista e laureato alla triennale in Filosofia presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II", attualmente è iscritto al Corso di Laurea Magistrale in Governo e Politiche presso la LUISS Guido Carli di Roma. Appassionato di politica statunitense, adora la serie TV "House of Cards" e il cinema di Stanley Kubrick.

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