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Domenico Marras: “Poesie di paesi e di pastori”

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“Poesie di paesi e di pastori” (2015), di Domenico Marras

Spesso il titolo chiamato a designare una silloge poetica è una dicitura arida che non rispecchia – o lo fa solo parzialmente – la raccolta di versi che dovrebbe rappresentare ed è il frutto di una scelta casuale, frettolosa, superficiale, che non riesce a manifestare il legame identitario tra il poeta e i giri d’inchiostro che si condensano nelle pagine. Tuttavia, in alcuni casi privilegiati, si trasforma da vuota denominazione in ponte levatoio della comprensione che crea un passaggio diretto tra i pensieri poetici e i lettori.

Un esempio di questa circostanza fortunata è costituito da Poesie di paesi e di pastori di Domenico Marras, antologia formata da settantacinque liriche, pubblicata dalle Edizioni Nemapress, nel 2015. È sufficiente un’occhiata fugace per rendersi conto che il titolo fornisce un’indicazione fondamentale: ci comunica che per far nascere una poesia e un’intera raccolta non è necessario ispirarsi a un grande evento, a un fatto straordinario assolutamente fuori dal comune, che segnerà le sorti dell’umanità, ma si possono forgiare dei versi muovendo dal quotidiano, dalle piccole cose che ci circondano, dai semplici ricordi che concernono la sfera personale. L’autore, dunque, trae ispirazione dalla quotidianità che, però, i suoi occhi di poeta rendono speciale. Protagonista, insomma, è una realtà che di per sé non avrebbe nulla di eclatante ma, grazie allo sguardo dell’animo del poeta, diventa tanto preziosa da essere plasmata in versi. Ecco che l’ordinario viene consacrato sull’altare della poesia e diventa straordinario.

Una palese attestazione di questo procedimento è presente in Giovanni Pascoli, che nella silloge Myricae si ispira al ciclo della natura, agli affetti familiari, alla vita di tutti i giorni, come si evince, per esempio, dalle liriche In chiesa, Sorella, Un gatto nero, Notte di vento o Temporale. È possibile tracciare un parallelismo tra questi titoli e quelli tratti dall’antologia di Domenico Marras, come per esempio I rintocchi dell’Ave Maria, Carissima sorella, I gatti della scogliera, Alluvione e Burrasca: le analogie sono acclarate, così come appare evidente quel fil rouge che contraddistingue le due opere, entrambe sostanziate della stessa materia poetica.

Un aspetto non secondario da mettere in evidenza è l’empatia che si crea tra lo scrittore e i lettori. A volte capita di leggere un libro e di sentirsi estranei alle vicende descritte, alla sofferenza e alla gioia dei personaggi. Altre volte invece, ci si sente profondamente coinvolti, si vivono le sensazioni in prima persona e, non di rado, capita di versare qualche lacrima.

Possiamo quindi rivestire il ruolo di lettori non partecipi, oppure quello di lettori partecipi. Certo, questo potrebbe essere connesso all’inclinazione verso l’immedesimazione e alla sensibilità personale ma, in particolare, è dovuto alle doti empatiche dell’autore. E leggendo Poesie di paesi e di pastori, ci si sente totalmente partecipi, in virtù della capacità del poeta di creare un legame emotivo con i ricettori dei versi. Se chiudiamo gli occhi, infatti, possiamo visualizzare i personaggi, i luoghi descritti, cogliere le sfumature del cielo e del mare e i profumi del mondo contadino.
Il potere evocativo della forma poetica spicca massimamente nella lirica Compagni di scuola, un componimento poetico genuino, colmo di delicatezza che conquista e coinvolge chi legge:

 

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<<Eravamo in autunno,

l’aula era molto grande

e c’era molto freddo!

Tu eri piccolina piccolina,

ed anche io ero piccolo.

Tu eri molto bellina

ed anch’io ero bellino.

Non eravamo compagni di banco

e non c’eravamo mai parlati.

Quel giorno però, ci siamo

trovati vicini vicini,

ci siamo guardati negli occhi

ed è scoccata la scintilla

diventata grande fuoco.

Ci siamo scaldati a lungo!

Poi son venuti vento e pioggia

E siamo corsi a ripararci

in due posti diversi.

Finita la legna, il fuoco s’è spento.

Così allora abbiamo creduto!

Adesso, quando ci incontriamo,

i nostri sguardi e i nostri sorrisi,

oggi, puri come allora,

ci dicono tante cose belle

e che sotto la cenere era rimasta

una brace che non s’è mai spenta!>>.

 

Si tratta di un testo tratteggiato con tinte soffuse e colori pastello, i colori della fanciullezza. E sembra proprio di vederli i protagonisti, due ragazzini educati e timidi, imbarazzati dal sentimento nascente, alle prese con un amore – il primo amore – velato e leggero ma al contempo pregno di quell’intensità, tipica dell’età adolescenziale, che vola oltre l’apparenza, il tempo che scorre e la mutevolezza degli eventi ed è in grado di superare tutti gli ostacoli.

A questo punto, è d’obbligo soffermare l’attenzione sul ruolo del poeta in quanto cantore della collettività e della poesia, come ricettacolo di precetti di vita. Il poeta ha un compito importante: ha una responsabilità nei confronti di chi legge e ciò che scrive ha un peso rilevante per l’intera comunità degli estimatori dei versi. La sostanza poetica, infatti, non può e non deve essere fine a se stessa ma, veicolando istanze didascaliche, ha l’obbligo di indurre a profonde riflessioni e di fornire delle linee guida per l’intricato percorso della nostra esistenza. Si potrebbe dire che <<la vera poesia inizia dove e quando finisce>>: questo gioco di parole è uno strumento essenziale per spiegare che, dopo l’ultimo vocabolo che chiude il componimento, inizia la mansione di docente dell’arte versificatoria, ossia quella di lasciare una traccia nel libro insondabile chiamato animo umano.

E Domenico Marras con le sue liriche si fa veicolo di insegnamenti fondamentali, come la riscoperta e la valorizzazione di principi morali quali l’onestà, la solidarietà, l’amicizia e l’amore nell’accezione più cristallina, oggi sempre più flebili in una società incline all’inganno, all’indifferenza e alla superficialità. E con voce umile ma ricca di esperienza, si eleva a difensore di una civiltà agro-pastorale fatta di piccoli gesti che profumano di autenticità, di lavoro duro e vita nei campi, genuinità di pane fatto in casa e dolci appena sfornati, che attualmente rischiano di scomparire, schiacciati dalla globalizzazione.

Tra i versi c’è posto anche per il sentimento religioso, espresso in modo variegato, ora con toni ovattati, ora con forme vibranti, mai come cieca sottomissione a un’autorità, ma con razionale tensione spirituale nei confronti di un Dio severo, eppure straordinariamente umano. Alcuni testi sono pervasi da una sottile ironia – sempre nel rispetto delle verità di fede – che si snoda dialogicamente e unisce i mortali e la divinità in un afflato di amicizia e comprensione reciproca.

È di notevole importanza il ruolo che l’immagine femminile occupa tra le pagine: la donna è vista come figura angelicata da proteggere, rispettare, amare ma dalla quale si esige il massimo rigore morale.

Ciò che colpisce maggiormente nella trama poetica della silloge è la descrizione della povertà che viene trattata non nel significato negativo, come condizione per la quale provare vergogna, che getta un’ombra di discredito nella vita di chi la sperimenta sulla propria pelle, ma, al contrario, come stato che favorisce l’adesione a una condotta etica ineccepibile e diventa così sinonimo di ricchezza interiore.

Insomma, Poesie di paesi e di pastori si fa ricettacolo di un costante impegno educativo e baluardo contro la dissoluzione dei valori morali e per i lettori, soprattutto i più giovani, diventa un faro che illumina la rotta.

 

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Domenico Marras, originario di Uri (Provincia di Sassari)

 

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About Carla Maria Casula

REDATTRICE | Figlia della Sardegna, classe 1975. Giornalista pubblicista, si occupa di linguistica sarda con particolare attenzione nei confronti dei fenomeni lessicali, fonetici e morfologici. Scrittrice a tempo pieno, ha all'attivo tre sillogi poetiche in lingua italiana e numerosi riconoscimenti in concorsi di poesia regionali e nazionali. Studentessa di Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Cagliari, tra cerimonie di premiazione e presentazioni di libri spera di concludere quanto prima il suo percorso universitario. Sogno nel cassetto: un allevamento sterminato di gatti neri.

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