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DNA: la prova schiacciante?

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carabinieriIndagini foniche, grafiche, morfometriche e odontologiche. Ma anche analisi delle impronte digitali, dell’iride e della retina. Le possibilità di identificazione personale a disposizione della scienza forense sono oggi innumerevoli. E tutte sono state potenziate, negli ultimi decenni, dall’evoluzione tecnologica e dall’uso dei computer. Le banche dati sono sempre più grandi e la possibilità di utilizzare campioni piccoli, pure in tracce, è sempre maggiore. Il DNA, in tutto questo, ha un ruolo cardine risultando decisivo in molti dibattimenti. Ma cos’ha di così speciale da renderlo, spesso, una prova schiacciante?

Al pari di un’impronta digitale, il DNA è un codice identificativo unico di ogni persona. Eppure questa acquisizione, che oggi appare ovvia, non sempre lo è stata. L’utilizzo del DNA come codice identificativo personale è stato proposto, infatti, solo nel 1985.

Alec Jeffreys, biochimico inglese di trentacinque anni, si trovava a Leicester, nel suo laboratorio di genetica, a condurre dei lavori di sequenziamento genico. Una mattina di Settembre – come lui stesso racconta – ebbe l’intuizione che gli cambiò la vita. Il DNA poteva essere usato come codice identificativo personale. Il DNA di ciascun individuo, infatti, pur in un contesto di sequenze geniche ereditate dai genitori, presenta sempre delle sue peculiarità.

Ogni individuo presenta, di fatto, mutazioni nuove nel proprio genoma. E su questa base concettuale noi usiamo oggi il DNA per identificare un individuo. Di tutto il doppio filamento di DNA utilizziamo delle regioni che sappiamo essere sottoposte ad una frequenza di variazione più elevata delle altre, ipervariabili quindi da un individuo all’altro. Di questi marcatori ipervariabili ne conosciamo diversi: i multilocus profiles, i single-locus-profiles, gli AmpFLPs, i polimorfismi di sequenza, i microsatelliti. Questi ultimi i più usati a fini forensi. Sono dei polimorfismi di lunghezza, ovvero delle sequenze molto brevi, con lunghezze comprese tra le due e le sei paia di basi, ripetute per un numero di volte variabile da soggetto a soggetto.

Alec Jeffreys. A lui si deve l'introduzione del DNA come strumento di identificazione personale nella scienza forense
Alec Jeffreys (1950). A lui si deve l’introduzione del DNA come strumento di identificazione personale nella scienza forense

Ma non è tutto. A differenza di un’impronta digitale o di un’iride, il DNA ha un altro pregio. Può essere ottenuto da tracce biologiche molto piccole e talora anche molto antiche.

Il DNA si trova infatti in ogni cellula del nostro corpo, con poche eccezioni. Questo vuol dire che, se ci sono cellule cutanee esfoliate, gocce di saliva, liquido seminale, capelli con bulbo pilifero su una scena del crimine, da lì può essere estratto DNA. Anche se il materiale è poco, inoltre, ovvero se le cellule sono sfaldate e di DNA abbiamo solo dei frammenti, possiamo utilizzare un’enzima che moltiplichi le copie disponibili. E’ la PCR, la Reazione Polimerasica a Catena, che sfrutta l’azione dell’enzima polimerasi ottenuto in laboratorio da cellule batteriche.  L’identificazione personale può essere eseguita sul DNA presente nel nucleo, organizzato in 46 cromosomi che ereditiamo per metà dal padre e per metà dalla madre, o sul DNA presente nei mitocondri, organuli intra-cellulari che ereditiamo dalle madri. Di norma viene utilizzato il DNA intra-nucleare; in casi particolari quello presente nei mitocondri.  Ciò spiega perché Polizia Scientifica e RIS (Reparto di Investigazioni Scientifiche dell’Arma dei Carabinieri) curino le scene del crimine come fossero in una sala operatoria. Nel più piccolo dettaglio, infatti, si potrebbe trovare la traccia del colpevole.

Eppure la realtà non è sempre così lineare. Uno dei tanti esempi è il caso Yara Gambirasio. La ragazzina, appena tredicenne, fu ritrovata morta in una campagna di Chignolo d’Isola, 10 km a Sud-Ovest dalla sua città d’origine: Brembate di Sopra. E’ il 26 Febbraio 2011, e lei era già scomparsa da tre mesi. Sui suoi indumenti vennero ritrovate tracce genetiche di un individuo, che venne definito Ignoto 1. Ne furono trovate tredici sui leggins e due sugli slip. Per identificare Ignoto 1 si effettuò un’indagine a tappeto del DNA degli abitanti di Brembate di Sopra e di paesi limitrofi. Circa 18 mila campioni furono raccolti e analizzati. Tra questi ce ne fu uno che appariva simile a quello di Ignoto 1. Talmente simile da essere compatibile con quello di un fratello dell’assassino. Eppure il test genetico, fatto ai suoi due – apparentemente unici – fratelli, rivelò che nessuno di loro era Ignoto 1. Si riesumò pure la salma del padre: Giuseppe Guerinoni, deceduto più di dieci anni prima. A questo punto gli operatori del RIS di Parma che si occupavano dell’inchiesta non avevano più dubbi: Ignoto 1 era un figlio illegittimo di Guerinoni.

Massimo Bossetti, attualmente in carcere per l'omicidio di Yara Gambirasio
Massimo Giuseppe Bossetti, attualmente in carcere per l’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio

Dopo le ricerche del caso, i sospetti ricaddero su un muratore quarantaquattrenne di Brembate, l’ormai noto Massimo Giuseppe Bossetti. Fermato da un pretestuoso posto di blocco, che gli propose un pretestuoso test dell’etilometro, venne identificato come Ignoto 1, a partire dal DNA isolato dalla sua saliva. Il suo DNA e il DNA di Ignoto 1, insomma, secondo gli inquirenti appartenevano alla stessa persona, con una probabilità altissima: solo un campione su cinque milioni avrebbe potuto avere questo grado di compatibilità. E questo poi andava a collimare con altri elementi probatori a suo discapito. Eppure proprio il DNA, che per l’accusa sarebbe stata una prova schiacciante, per la difesa è diventato il fulcro dell’innocenza di Bossetti. O, comunque, non sarebbe stato sufficiente ad incriminarlo in quanto troppo pochi i campioni a disposizione ed assente la parte di DNA mitocondriale del Bossetti. Una disquisizione accesa e combattuta a suon di perizie, tra loro discordanti, tra accusa e difesa. 

Il pericolo, insomma, è lo scientismo esasperato, sia da una parte che dall’altra. E, visto anche il nostro ordinamento giuridico garantista, a preoccupare sono soprattutto le derive giustizialiste che prove biologiche scarse o decontestualizzate possono comportare. Anche se il DNA può dare l’illusione di una lapalissiana risoluzione di quesiti irrisolti,  la realtà è spesso più sottile e sfumata di quanto si creda.

Le metodiche di indagine tradizionali e il ragionamento critico non possono essere dunque trascurati; e benché meno, in qualunque caso, potrà essere dimenticato il rigore scientifico nella raccolta e nell’analisi di reperti biologici e chimico-fisici.

La possibilità dell’errore, infatti, è sempre dietro l’angolo. 

 

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About Fabrizio Giovanni Vaccaro

COLLABORATORE | Classe 1991, è nato e cresciuto ad Augusta (SR). Diplomatosi al Liceo Classico "Megara" della sua città nel 2010, ha scelto poi di emigrare a Roma, dove studia Medicina e Chirurgia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Nutre essenzialmente tre passioni: l'attualità, la politica, l'Islam ed il Medio Oriente.

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