Rio de Janeiro - Mulheres fazem ato contra a cultura do estupro na igreja da Candelária, centro do Rio (Tomaz Silva/Agência Brasil)

Tra il discorso e l’azione: le vittime dell’estrema destra brasiliana

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TRA IL DISCORSO E L’AZIONE: LE VITTIME DELL’ESTREMA DESTRA BRASILIANA

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L’ultra-conservatorismo in tutta la sua essenza: manifestanti chiedono il fine della democrazia

La proliferazione dei gruppi di estrema destra è un fenomeno mondiale. All’interno del classico binomio destra-sinistra, l’ultra-conservatorismo rinasce dalle viscere della società civile, lasciando l’ambiente politico in stato di allerta. Da un lato il tempo, che col dominio della memoria attenua le drammaticità storiche; dall’altro l’insicurezza umana che, assorta nella fantasia di Nazione, crea nemici interni ed esterni.

Tuttavia, raccontare la storia non significa mantenere la vitalità e il dramma degli eventi raccontati. Per noncuranza, furfanteria o dinamismo incontrollabile degli eventi umani le ideologie estremiste, le cui ascensioni politiche erano state gli embrioni per gli episodi che hanno portato alla Seconda Guerra Mondiale, trovano nuovamente terreno fertile per radicarsi e prosperare.

Il Brasile, invece di rappresentare l’anomalia in un tale scenario, è parte della regola generale. Le intenzioni e le caratteristiche della destra radicale brasiliana possono essere divisi in due fronti. Nella prima, meno numerosa, siamo in grado di collocare gli individui che assimilano i fondamenti ideologici del radicalismo politico integralmente – come il nazionalismo, il tradizionalismo, lo sciovinismo, il militarismo, il fondamentalismo religioso etc. Si tratta di un settore della politica nazionale che aspira al potere come una forma di realizzazione piena del desiderio antidemocratico. Ovvero, come evidenziato da Norberto Bobbio nel saggio ispiratore Destra e Sinistra (1994), l’estremismo nasce come la anti-democrazia. Un esempio sono i gruppi che propongono l’instaurazione di un Governo militare simile alla dittatura che ha annichilato il nostro spirito repubblicano tra il 1964 e il 1985.

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Una mazza da baseball con l’iscrizione: “Diritti umani”

Nella seconda, più volgare, siamo in grado di posizionare gli individui che non godono di un’identificazione piena con le premesse ideologiche dell’estrema destra ma, per inerzia o avversione alle discussioni di causa ed effetto sugli ostacoli sociali, adottano i loro luoghi comuni. La peculiarità di questo gruppo è l’assimilazione di determinati elementi costitutivi dell’ultra-conservatorismo nel discorso quotidiano. Ciò non significa la negazione del carattere democratico, ma l’assorbimento e la replicazione di contenuti specifici, di proposte poco profonde e violente per i problemi strutturali della società: «bandito buono è bandito morto», «armi da fuoco per i cittadini di bene», «l’assistenzialismo governativo mantiene vagabondi», «diritti umani per umani che sono diritti» etc.

Davanti a queste categorie, l’ultimo caso sembra quello più scomodo. L’annidarsi delle manifestazioni estremiste nelle conversazioni quotidiane è terrificante. Durante una birra, una chiacchierata tra amici; dopo la preghiera o prima di cena, negli incontri familiari; o, nelle reti sociali, senza tregua, per tutto il tempo. La brutalità è banalizzata. La soluzione per la violenza è la naturalizzazione e perpetuazione della stessa violenza.

In uno Stato di diritto, la tesi ideologica della destra radicale diventa scandalosa. Ciononostante, è ancora più spaventoso quando il discorso lascia il campo del linguaggio e diventa azione. Nell’ultimo giorno del 2016, il Brasile ha testimoniato l’incarnazione di questi cliché. Nella vigilia di Capodanno, durante i festeggiamenti per l’inizio del 2017, nella città di Campinas (nello Stato di São Paulo) il tecnico di laboratorio Sidnei Ramis de Araújoquarantasei anni, ha ucciso la sua ex moglie Isamara Filier, il suo figlio di otto anni e altre dieci persone appartenenti alla famiglia dell’ex partner – per poi commettere il suicidio in un secondo momento. Isamara aveva denunciato il suo manigoldo alla polizia per minacce di aggressione e di morte. A causa del processo, a Sidnei fu vietato di vedere il figlio. Prima di compiere il massacro di Campinas, il sicario ha scritto una lettera agli amici – un commisto tra posizioni politiche e attacchi contro l’ex moglie – rivelando non soltanto la premeditazione ma anche il fondamento rabbioso, chissà se ideologico, che aveva motivato il crimine.

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Una vignetta sul femminicidio, realizzata nel 2010 dal disegnatore brasiliano Carlos Latuff (1968)

Nel testo, Sidnei ha addossato la colpa della privazione della convivenza con il figlio al femminismo (NB: faccio la correzione degli errori grammaticali e abbreviazioni presenti nella citazione in portoghese): «anche io sono morto, perché non posso stare con te, vederti crescere, trascorrere la vita con te, a causa di un sistema femminista e di alcune pazze». Ha riprodotto le considerazioni sulla politica nazionale con i parametri offensivi, attaccando i membri della Corte Suprema Federale così come il Ministro Ricardo Lewandowskiun marginale che ha spazzato il culo con la Costituzione») e la Presidente Dilma Rousseff, un’«altra cagna di potere». Ha descritto la legge Maria da Penha, creata al fine di reprimere la violenza domestica e familiare contro le donne, in modo riprovevole, affermando che «io non sono maschilista e non ho rabbia delle donne (queste di buona indole […]). Ho rabbia delle cagne che tutti i giorni si proliferano, che approfittano della legge cagna “da Penha”!».

In questa confessione scritta dal killer possiamo notare, con qualche perturbazione, l’appropriazione di un discorso abituale nei corridoi della nostra estrema destra e l’adattamento di una retorica ultraconservatrice che si rivela latente nella motivazione per la barbarie. In tutta probabilità è più inquietante costatare come il crimine del femminicidio, chiaramente fondato su propositi storici del maschilismo, trovi nel pensiero di quest’ala politica un adeguato supporto. Ben oltre la paura della salma già sepolta del comunismo nella politica nazionale – il cui spirito di organizzazione e la cui capacità rivoluzionaria esistono soltanto nelle menti eccentriche degli ultraconservatori – la destra radicale crea nuovi nemici. Qui, catalogare il femminismo come un programma politico di sinistra è diventato un altro luogo comune.

Sicuramente la misoginia e il maschilismo, da soli, uccidono. Ma l’ideologia rende anche le sue vittime quando gli uomini si sentono confortati al punto da riprodurre un discorso e convertirlo in attività criminale. Quando un individuo si sente accolto da un’opinione comune al punto da giustificare le loro decisioni con le premesse politiche estremiste, allora non è l’unico responsabile nel premere il grilletto di una pistola 9 mm caricata. La carneficina avvenuta a Campinas rivela il pericolo della diffusione di questi principi ideologici per la società. Principi contraddittori, frivoli e basati sulla violenza.

Sidnei credeva che il «cittadino perbene» dovrebbe portare le armi; che i diritti umani sono al servizio della difesa dei «vagabondi»; che il femminismo è un sistema creato da «cagne» per l’oppressione degli uomini; che le leggi per proteggere le donne non sono necessarie.

Ma ciò che è più terrificante è constatare come Sidnei non sia il solo.

 

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ENTRE O DISCURSO E A AÇÃO: AS VÍTIMAS DA EXTREMA DIREITA BRASILEIRA

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O ultraconservadorismo pleno: manifestantes pedem o fim da democracia

A proliferação de grupos de extrema-direita é um fenômeno mundial. No interior do binômio clássico direita-esquerda, o ultraconservadorismo renasce das entranhas da sociedade civil, deixando o ambiente político em estado de alerta. Por um lado, o tempo, que no império da memória ameniza as calamidades históricas; por outro, a insegurança humana, que, ensimesmada na fantasia de Nação, cria inimigos domésticos e externos.

Porém, relatar a história não significa manter a vivacidade e a dramaticidade dos eventos relatados. Por descuido, canalhice ou dinamismo incontrolável dos eventos humanos, as ideologias extremistas, cuja ascensão política havia sido o embrião para os episódios que culminaram na Segunda Guerra Mundial, novamente encontram um terreno fértil para deitar raízes e florescer.

O Brasil, ao invés de constituir uma anomalia nesse cenário, inscreve-se na regra geral. As intenções e as características da direita radical brasileira podem ser divididas em duas frentes. Na primeira, menos numerosa, podemos situar os indivíduos que assimilam os fundamentos ideológicos do radicalismo político integralmente – como o nacionalismo, o tradicionalismo, o chauvinismo, o militarismo, o fundamentalismo religioso, etc. É um setor da política nacional que aspira ao poder como modo de realização pleno do desejo antidemocrático. Ou seja, como lembra Norberto Bobbio no ensaio seminal sobre a Direita e Esquerda (1994), o extremismo surge como a antidemocracia. Exemplo disso são os grupos que propõem a instauração de um governo militar aos moldes da ditadura que aniquilou nosso espírito republicano entre 1964 e 1985.

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Um taco de beisebol com a inscrição “Direitos Humanos”

Na segunda, mais arraigada, podemos situar os indivíduos que não possuem uma identificação plena com as premissas ideológicas da extrema-direita, mas que, por inércia ou aversão às discussões sobre causa e efeito dos obstáculos sociais, adotam seus lugares-comuns. A peculiaridade desse grupo é a incorporação de certos elementos constitutivos do conservadorismo nos discursos cotidianos. Não significa a negação da natureza democrática, mas a absorção e a replicação de conteúdos específicos, de propostas rasas e violentas para problemas estruturais da sociedade: “bandido bom é bandido morto”; “armas de fogo para o cidadão de bem”; “o assistencialismo do governo sustenta vagabundo”, “direitos humanos para humanos direitos”, etc.

Diante dessas categorias, o último caso parece mais incômodo. A habitualidade das manifestações extremistas no dia a dia é aterrorizadora. Durante um chopp, nas conversas entre amigos; após a oração e antes do jantar, nas confraternizações familiares; ou, nas redes sociais, sem trégua, o tempo todo. A selvageria é banalizada. A solução para a violência é a naturalização e perpetuação da própria violência.

Em um Estado de Direito o discurso ideológico da direita radical choca. Porém, é ainda mais assustador quando o discurso abandona o campo da linguagem e se converte em ação. No último dia do ano de 2016, o Brasil testemunhou a personificação desses clichês. Na noite do réveillon, durante as festividades para o início de 2017, na cidade de Campinas (no Estado de São Paulo), o técnico de laboratório Sidnei Ramis de Araújo, de 46 anos, assassinou a ex-mulher, Isamara Filier, o filho de 8 anos, e outras 10 pessoas da família da ex companheira – cometendo o suicídio em seguida. Isamara havia denunciado seu algoz à polícia por ameaças de agressão e de morte. Devido ao processo, Sidnei estava impedido de relacionar-se com o filho. Antes de executar o massacre de Campinas, o sicário escreveu uma carta para os amigos – uma mistura de posicionamentos políticos e ataques à ex-mulher – revelando não apenas a premeditação, mas o estofo raivoso, quiçá ideológico, que motivava o crime.

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Charge de Carlos Latuff, 2010, sobre o feminicídio

No texto, Sidnei atribuía a privação da presença do filho ao feminismo: “Morto tmb já estou, pq não posso ficar contigo, ver vc crescer, desfrutar a vida contigo por causa de um sistema feminista e umas loucas”. Reproduzia considerações sobre a política nacional com parâmetros ofensivos, atacando membros do Supremo Tribunal Federal, como o Ministro Ricardo Lewandowski (“um marginal que limpou a bunda com a constituição”) e a Presidenta Dilma Rousseff, uma “outra vadia do poder”. Descrevia a Lei Maria da Penha, criada com o intuito de coibir a violência doméstica e familiar contra a mulher, de maneira reprovável, afirmando que “não sou machista e não tenho raiva das mulheres (essas de boa índole […]) tenho raiva das vadias que se proliferam e muito a cada dia se beneficiando da lei vadia da penha!.

Nessa confissão escrita pelo assassino podemos notar, com certa perturbação, a apropriação de um discurso corriqueiro nos corredores da nossa extrema-direita e a adaptação de uma retórica ultraconservadora que se revela latente no motivacional para a barbárie. Talvez seja ainda mais perturbador constatarmos que o crime de feminicídio, claramente fundado em propósitos históricos do machismo, encontra no pensamento dessa ala política um suporte conveniente. Muito além de temer o cadáver já sepultado do comunismo na política nacional – cujo espírito de organização e a capacidade revolucionária apenas existem na mente estapafúrdia dos ultraconservadores – a direita radical cria novos inimigos. Aqui, situar o feminismo como uma pauta política de esquerda tornou-se outro lugar-comum.

Seguramente a misoginia e o machismo, por si, matam. Mas, a ideologia também faz suas vítimas quando os homens se sentem confortáveis para reproduzir um discurso e convertê-lo em ação criminosa. Quando um indivíduo se sente acolhido por uma opinião ordinária ao ponto de justificar suas decisões a partir de premissas políticas extremistas, então, não apenas ele é responsável por puxar o gatilho de uma pistola 9 mm carregada. A carnificina ocorrida em Campinas escancara o perigo da difusão desses princípios ideológicos pela sociedade. Princípios contraditórios, levianos e estruturados sobre a violência.

Sidnei acreditava que o “cidadão de bem” deveria andar armado; que os Direitos Humanos estão a serviço da defesa dos “vagabundos“; que o feminismo é um sistema criado por “vadias” para opressão dos homens; que as leis de proteção às mulheres são desnecessárias.

Aterrador é notar que Sidnei não está sozinho.

 

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About Douglas Fedel Zorzo

CORRISPONDENTE DALL'ESTERO | Brasiliano, nato a Toledo (Paraná) nel 1989. Discendente di immigrati italiani, è laureato in Filosofia ed è dottorando in Etica e Filosofia Politica presso l’UNIOESTE – Universidade Estadual do Oeste do Paraná. Dichiaratamente repubblicano, è interessato ai problemi della democrazia odierna. Avido lettore degli scrittori del Rinascimento fiorentino, nel tempo libero si trasforma in un cinefilo e banjoista.

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