Members of the Korean People's Army (KPA) ride on mobile missile launchers during a military parade marking the 105th anniversary of the birth of late North Korean leader Kim Il-Sung in Pyongyang on April 15, 2017. 
North Korean leader Kim Jong-Un on April 15 saluted as ranks of goose-stepping soldiers followed by tanks and other military hardware paraded in Pyongyang for a show of strength with tensions mounting over his nuclear ambitions. / AFP PHOTO / Ed JONES

Dinamiche e minacce nucleari in Estremo Oriente

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Scossa di terremoto (5.1) registrata in Corea del Nord dopo l’ennesimo esperimento nucleare

Se il Giappone volesse sviluppare armi nucleari, non ci sarebbe momento migliore di quello attuale. Mentre il regime nordcoreano accresce infatti il suo programma nucleare, la minaccia che pone a Tokyo si moltiplica. Recentemente Shinzō Abe, il Primo Ministro giapponese, avrebbe avvertito che la Corea del Nord si stia preparando a lanciare missili con l’arma chimica sarin contro Tokyo. Il Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, ha infiammato ulteriormente il contrasto dichiarando che una «armada» di navi militari americane si stava dirigendo verso la penisola coreana, solo per essere contraddetto poco tempo più tardi creando un notevole imbarazzo nei confronti di Giappone e Corea del Sud visto la politica di deterrenza americana volta a garantire l’ombrello di sicurezza sul Giappone, in vigore dal 1975.

Nel frattempo, il Giappone deve tener conto dell’atteggiamento aggressivo della Cina nella regione, ovvero della sua continua costruzione di isole artificiali nella Cina Meridionale e di applicare unilateralmente la nuova zona di identificazione della difesa aerea sul mare e le sue rivendicazioni su diverse isole ed arcipelaghi dei suoi vicini – non solo Giappone, ma anche Vietnam, Corea del Sud e Filippine. A questo, si aggiunge l’apparente incapacità di due amministrazioni statunitensi consecutive di frenare il dilemma della sicurezza che deriva da tali azioni cinesi, che contribuisce al senso di insicurezza e urgente necessità per il Sol Levante di assumere la sicurezza nazionale nelle proprie mani. Dunque, gli argomenti contro un programma nucleare nipponico che si basano sull’elevato costo – geopolitico e finanziario – per l’adesione al nucleare perdono persuasività nei confronti della minaccia ancora più grande che la Cina e la Corea del Nord pongono al futuro del Giappone e la crescente ambivalenza degli USA ai suoi impegni di sicurezza nella regione. Non sarà comunque facile per Abe proporre un disegno di legge che aprirebbe la porta per l’armamento nucleare, anche se parrebbe che la Costituzione giapponese non impedisca il possesso di armi nucleari, di per sé.

Per quanto riguarda il costo, certamente non sarà economico. Tuttavia, alla luce delle azioni ambivalenti di Trump, per il Giappone potrebbe risultare più economico ed efficiente investire nella crescita delle capacità di una difesa propria piuttosto che pagare per un ombrello di sicurezza statunitense che, con ogni singolo giorno, diventa sempre più inaffidabile. Lo sviluppo di armi nucleari, anche per uno dei Paesi tecnologicamente più avanzati del mondo, non sarà solo costoso, ma anche impegnativo. Il Giappone, essendo uno Stato insulare, potrebbe avere bisogno di notevole numero di missili sottomarini come miglior opzione per la deterrenza nucleare e distribuirli in acque profonde vicine alle sue coste. L’attuale flotta impressionante di sottomarini a disposizione della forza di difesa marittima giapponese, Kaijō Jieitai (in inglese JMSDF), è azionata a gasolio. Il JMSDF non dispone di navi con propulsione nucleare. Ciò può ritardare un deterrente nucleare effettivo, ma è improbabile che tale adattamento risulti assolutamente insormontabile. Inoltre, il Paese ha effettivamente la materia prima richiesta. Attualmente il Giappone continua a stoccare il plutonio esaurito dalle sue centrali nucleari, che possono essere arricchite in qualità di armi.

BEIJING, CHINA - NOVEMBER 9: Russian President Vladimir Putin and Chinese President Xi Jinping attend a Bilateral Meeting at the Diaoyutai State Guesthouse during the Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) summit on November 9, 2014 in Beijing, China. 2014 APEC Economic Leaders' Meetings and APEC summit is being held at Beijing's outskirt Yanqi Lake. (Photo by How Hwee Young - Pool/Getty Images)
Da sinistra verso destra: il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin (1952) insieme con il Segretario Generale del Partito Comunista Cinese Xi Jinping (1953)

È vero che la società nipponica è in gran parte contro le armi nucleari, non solo per il fatto che il Giappone è l’unico Paese ad aver subito un attacco nucleare ma anche per l’identità politica isolata e pacifista della maggioranza dei giapponesi. Tuttavia, ciò potrebbe rapidamente cambiare e dare spazio ad un maggiore sostegno alle armi nucleari a causa della crescente minaccia della Corea del Nord. Kim Jong-un sta crescendo nel disperato intento di dimostrare la sua credibilità ed anche lui può lanciare un missile o due contro il Giappone o la Corea del Sud, anche come errore di calcolo nel tentativo di vincere l’attuale gioco nucleare del pollo. In ogni caso non molti giapponesi si sentiranno certo dei suicidi quando si troveranno di fronte alla scelta di sostenere un programma nucleare o rischiare di essere annientati casualmente dalle bombe nordcoreane, o per l’aggressione cinese. Lo stesso Trump ha inavvertitamente aperto la possibilità di un programma nucleare giapponese quando, durante la sua campagna elettorale, ha invitato il Paese a «andare al nucleare». Posizione riaffermata durante la sua prima visita a Tokyo dal momento che «le circostanze potrebbero evolversi», consentendo un arsenale nucleare giapponese. Sembra che il Giappone sia dunque in un momento nucleare.

Ad ogni modo, la decisione per il Sol Levante di iniziare a sviluppare armi nucleari è innanzitutto un aspetto politico e si baserebbe su un attento calcolo dei costi, una valutazione dei rischi, una volontà politica e la disponibilità di una finestra di opportunità. In questo momento, il costo sembra ancora superare i benefici. Nel caso in cui il Giappone diventi uno Stato nucleare, la sconfitta dai suoi vicini sarebbe enorme, e ciò non è limitato solo alle due Coree e alla Cina. Taiwan, Vietnam, Thailandia, Malaysia e Indonesia non saranno disposti a guardare con un occhio di comprensione o di perdono ad un Giappone nucleare. Anche la Russia sarà estremamente allarmata. È possibile che gli Stati Uniti possano intervenire contro il Giappone, come il ritiro dall’alleanza di sicurezza. Tutto ciò si tradurrebbe, in tutta probabilità, anche in una serie di misure economiche supposte. La Cina e gli USA sono attualmente i due maggiori partners commerciali del Giappone, e qualsiasi azione di ritorsione contro Tokyo può causare una grave scossa economica a un Paese che lotta già economicamente. Nonostante i rischi, vi sono tuttavia delle indicazioni che Tokyo sta già prendendo in considerazione tacitamente come l’attuale finestra di opportunità. Ne consegue, infatti, la decisione di avviare il ripristino del combustibile esaurito a livello nazionale, a partire dalla metà del 2018, nella struttura di Rokkasho – nella Prefettura settentrionale di Aomori.

Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si è forse aperta, per il Giappone, la possibilità di ri-prendere in mano la propria sicurezza nazionale. A differenza delle strategie di investimento, il fallimento di agire su un’opportunità riguardo a questioni di sicurezza nazionale – come ci insegna la storia – finisce di solito con la morte di uno Stato o con una perdita permanente della sua capacità di rimanere in controllo del proprio destino. Una volta che il momento passa, il destino del Paese è ormai impostato. Ciò, almeno, fino a quando non si crea un’altra finestra di opportunità o si verifica il prossimo spostamento strutturale della distribuzione dell’energia – di solito attraverso una guerra egemonica o un’altra grande calamità. L’approccio migliore, ovviamente, sarebbe quello di agire con prudenza e di non fare affidamento su altri.

Nel frattempo, la Cina sembrerebbe aver chiesto l’aiuto della Russia per prevenire un conflitto tra Washington e Pyongyang. Anche se la Russia e la Cina sono i più importanti alleati internazionali della Corea del Nord, la collaborazione tra Mosca e Pechino sulla crisi della sicurezza coreana è stata storicamente limitata a un quadro multilaterale piuttosto che bilaterale. Il recente aumento della cooperazione tra Mosca e Pechino sulla Corea del Nord può essere spiegato dal fatto che funzionari russi e cinesi ritengono che la diplomazia bilaterale di Mosca-Pyongyang e di Pechino-Pyongyang possa fare pressione su Kim Jong-un per passare ad un corso di politica estera più pacifico. Anche se Russia e Cina hanno criticato retoricamente i test nucleari della Corea del Nord e il programma dei missili balistici, entrambi i Paesi hanno costantemente opposto un intervento militare per disarmare la Corea del Nord delle sue capacità nucleari. Mentre l’amministrazione di Trump ha espresso la propria volontà di utilizzare la forza per risolvere la crisi di sicurezza della penisola coreana, le preoccupazioni di Mosca e di Pechino riguardo ad un imminente intervento militare statunitense contro Pyongyang sono diventate più pronunciate rispetto alle precedenti fasi di maggiore violenza nordcoreana.

La cooperazione tra la Russia e la Cina contro un intervento militare statunitense nei riguardi della Corea del Nord è consistita in violazioni sistematiche di sanzioni internazionali e di attività militari volte a dissuadere un intervento militare americano. Mentre la guerra in Iraq e l’intervento libico del 2011 hanno dimostrato la tendenza di Washington ad utilizzare l’isolamento economico rigoroso come precursore di un cambiamento di regime forzato, Mosca e Pechino hanno violato le sanzioni contro la Corea del Nord e hanno sostenuto misure più punitive contro la milizia della RPDC.

Altrettanto degna di nota è la resistenza della Russia all’isolamento economico della Corea del Nord. Poiché la situazione economica della Russia è migliorata negli ultimi mesi, è probabile che la domanda di lavoratori nordcoreani nella Russia occidentale e le loro destinazioni tradizionali in Siberia aumentino, neutralizzando i tentativi condotti dagli USA di isolare economicamente Pyongyang dai mercati globali.

Oltre alla non conformità sistematica con le sanzioni delle Nazioni Unite, i politici russi e cinesi hanno compiuto azioni militari e manovre per contrastare l’azione degli Stati Uniti contro Pyongyang.  Ciò suggerisce che la coesione politica tra la Russia e la Cina sulla Corea del Nord è in gran parte motivata dal desiderio di esprimere la solidarietà simbolica contro le politiche sempre più bellicose dell’amministrazione di Trump verso la RPDC.

La volontà del Governo cinese di impegnarsi nel dialogo con Trump sulla limitazione delle ambizioni nucleari della Corea del Nord differisce dall’atteggiamento più conflittuale della Russia verso la strategia della DPRK di Washington. Tuttavia l’accento di Pechino sull’impedire un intervento militare statunitense contro il regime di Kim Jong-un ha sinergia con le intenzioni della Russia e sottolinea in modo tangibile la solidarietà contro l’intervento militare statunitense su Pyongyang espresso dai Ministri Wang Yi e Sergej Viktorovič Lavrov durante una loro telefonata dello scorso 15 Aprile.

Dunque, anche se Russia e Cina hanno razioni diverse per il loro allineamento con Pyongyang, il recente slancio nel coordinamento delle politiche tra Mosca e Pechino sulla Corea del Nord sottolinea l’allarme che i due Paesi sentono circa l’approccio di confronto amministrativo di Trump verso la Corea del Nord.

Poiché le soluzioni diplomatiche alla crisi della sicurezza coreana sono in gran parte fallite e la politica estera degli Stati Uniti è diventata sempre più definita dall’unilateralismo, non è chiaro se l’intesa Mosca-Pechino sarà comunque in grado di bloccare l’azione militare statunitense contro Pyongyang nei mesi a venire.

 

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About Karin Nardo

REDATTRICE | Classe 1987, con doppia cittadinanza italiana e slovacca. Ha lavorato per diverso tempo come analista in un'impresa multinazionale ad Atene dopo essersi laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università degli Studi di Trieste ed aver conseguito un master in Advanced International Relations presso la Diplomatic Academy a Vienna, dove ha anche svolto dei tirocini presso diverse organizzazioni internazionali. Precedentemente Corrispondente dalla Grecia, da quando si è trasferita a Roma e successivamente a Budapest scrive su temi di geopolitica.

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