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Sotto il cielo del Gobi

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Khongoryn Els
Le dune delle Khongoryn Els – Mongolia

Siamo a pochi chilometri dalle Khongoryn Els, nel Deserto del Gobi, in Mongolia. Khongoryn Els significa «dune che cantano», poiché i granelli di sabbia mossi dal vento, scivolando, sfregandosi tra loro e creando piccole valanghe, producono un suono armonioso come una musica. Si tratta di dune maestose lunghe circa cento chilometri che raggiungono un’altezza di trecento metri, dalla cui sommità si apre una vista mozzafiato su un paesaggio nudo e desolato che sembra privo di vita, ma che in realtà ospita un patrimonio di flora e di fauna ricchissimo. Tra le specie più a rischio il rarissimo orso del Gobi, l’unico al mondo a vivere in territorio desertico, la pecora argali, l’asino e il cammello selvatici, per citarne solo alcuni.

Verso sera ci allontaniamo dalle dune e ci dirigiamo a dorso di cammello verso Nord, nella parte meno battuta dai turisti. Il dislivello del terreno sale impercettibilmente aprendoci la vista sulle maestose montagne del Gurvan Saikhan (letteralmente «le tre bellezze») che si stagliano dietro le dune. Il sole sta tramontando e disegna dietro ai nostri cammelli lunghe ombre che ora si intrecciano, ora si separano, come un merletto scuro sulla sabbia che si fa via via di fuoco. Le gher (le abitazioni tradizionali mongole) diventano dei puntini bianchi in lontananza. La guida intona un canto molto dolce, il cui ritmo sembra scandito dal lento ondeggiare del cammello. Questi animali, che possono resistere una settimana senz’acqua e un mese senza cibo, amano la musica. I nomadi del deserto da secoli conoscono il potere della musica e ricorrono alle canzoni (talvolta anche al fischiettio di un motivo) per incoraggiarli nel cammino e per spronarli ad andare più veloci.

La moglie del pastore citata nell'articolo - © Irene Iacono
La moglie del pastore citata nell’articolo – © Irene Iacono

Servirsi del potere terapeutico della musica per alleviare le sofferenze che la natura del deserto, spesso spietata e brutale, infligge agli animali, è una tradizione ancestrale in Mongolia. Il toccante documentario Storia del cammello che piange (2003) ci svela proprio il rituale di questa antichissima usanza. Il film, con uno sguardo poetico e discreto, ci fa entrare in punta di piedi nella vita di una famiglia di pastori del Gobi che vedono la loro cammella dare alla luce, dopo un travaglio sofferto, un rarissimo cammello albino. La mamma però si rifiuta di allattarlo e lo respinge, e a nulla valgono il lamento straziante del piccolo né i tentativi dei pastori. Sarà solo il suono del morin khuur (lo strumento a corde tradizionale della Mongolia), accompagnato da un canto antico, a risvegliare il suo istinto materno e a indurla ad accettare il piccolo.

Il giorno dopo riprendiamo il nostro viaggio attraverso il deserto, questa volta a bordo di un fuoristrada sovietico guidato dal nostro autista mongolo, un uomo taciturno del quale è difficile leggere le emozioni. Percorriamo centinaia di chilometri immersi in una bellezza aspra e immobile: lo spazio si dilata dando l’illusione di rimanere fermi sempre nello stesso punto. Jurij (così ci si è presentato l’autista, con un nome russo) scruta il paesaggio circostante per orientarsi, non hamappe, né GPS. Fissa dei punti non ben definiti all’orizzonte con la concentrazione di un cacciatore che da un momento all’altro potrebbe perdere di vista la sua preda. Non esistono strade asfaltatesegnali. Il terreno è spesso accidentato. A meno di non essere degli esperti, è facile perdersi o imbattersi in strade impraticabili.

Una "gher" si può montare in meno di un'ora
Una “gher” si può montare in meno di un’ora

Mentre facciamo una pausa per gonfiare le gomme, ci viene incontro un pastore che sta guidando la sua mandria di cammelli (una trentina circa) verso casa. Ci invita a seguirlo nella sua gher. Gli spazi incommensurabili del Gobi e le lunghissime distanze da percorrere rendono gli incontri fortuiti un avvenimento speciale nell’esistenza solitaria di un pastore del deserto. Uno dei pochi momenti di socialità, se si escludono i rari viaggi nel villaggio più vicino. L’ospitalità nomade è una consuetudine sociale che affonda le proprie radici nella consapevolezza che sostegno reciproco e condivisione sono il fondamento stesso della sopravvivenza in un ambiente inospitale. La gher al proprio interno ospita due letti, un altarino buddista (l’80% della popolazione professa questa religione) con alcune immagini sacre e foto del Dalai Lama; al centro una piccola stufa che d’Inverno si alimenta bruciando lo sterco del cammello. Unica traccia di modernità, una televisione. Nel mare del deserto circostante, raccolti nell’intimità di questo piccolo spazio in cui la vita è ridotta all’essenziale, la gher bianca è come una conchiglia che offre protezione e ristoro. La porta aperta ritaglia un rettangolo di steppa desertica con le sue sfumature del beige, del grigio, del verde stinto degli arbusti, in netto contrasto con i colori vivaci dell’arredamento: arancione, giallo, oro e blu.

Nonostante molte tradizioni stiano scomparendo, vivere nelle gher è consuetudine ancora molto diffusa in Mongolia (vi risiede più del 50% della popolazione) e la vita al loro interno è scandita da regole ben  precise. La porta è sempre rivolta a Sud, per godere il più possibile della luce del sole e per riparare l’abitazione dal vento. Quando si entra, bisogna evitare con cura di non calpestare la soglia, sarebbe segno di cattivo auspicio: gli uomini si dirigono a sinistra, le donne a destra. La parte posteriore della gher (khoimor) è riservata agli anziani.

Beviamo del Süütei tsai (tè tradizionale salato con latte). La moglie del pastore ci sorride. Ci offre anche del latte di cammella fermentato. Mentre tutti bevono direttamente dalla coppetta, in un gesto di ulteriore riguardo io sono l’unica a cui venga offerto anche un cucchiaio. I mongoli sono riservati e raramente lasciano trasparire le proprie emozioni. La moglie del pastore, però, continua a guardarci e a sorridere. La ritualità dei nostri gesti viene interrotta da un cucciolo di cammello che si affaccia alla porta. La donna si alza per dargli del latte che lui beve avidamente.

Ci alziamo tutti e ci salutiamo, per proseguire sulla nostra strada che si perde all’orizzonte.

 

 


 

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About Irene Iacono

CORRISPONDENTE DALL'ESTERO | Classe 1986, originaria di Cavazzo Carnico (UD). È laureata ad Udine in Traduzione e Mediazione culturale. Vive a Mosca ma, appena può, si rifugia tra le montagne della Carnia. Le sue passioni sono la letteratura, i viaggi, le lunghe camminate, il cinema americano classico e la sua gatta Zuzula.

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