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Dentro il bunker: la recensione di “10 Cloverfield Lane”

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John Goodman è stato coinvolto in '10 Cloverfield Lane' subito dopo la fine delle riprese di 'Trumbo'  di Jay Roach.
John Goodman (1952) è stato coinvolto in “10 Cloverfield Lane” subito dopo la fine delle riprese del film “Trumbo” di Jay Roach

J.J. Abrams è ufficialmente il più grande imbroglione di Hollywood. Un venditore di fumo, un illusionista nel senso più meschino del termine. Lui e il suo robottino con la voce isterica che vaga nei campi (simbolo della Bad Robot, la casa di produzione dietro a Lost, Alias, Fringe, Person of Interest, oltre ai nuovi Mission: Impossible, Star Trek, Star Wars e…non vi basta, forse?).

La sceneggiatura di 10 Cloverfield Lane nasce dall’idea di Josh Campbell e Matt Stuecken, da un film a bassissimo budget intitolato The Cellar. Due maniaci rapiscono una ragazza e la chiudono in un bunker antiatomico, raccontandole che fuori…be’, fuori è l’Apocalisse. Non siamo dalle parti dell’orribile Captivity di Roland Joffè, ma il plot comunque non brilla di originalità. E qui entra in scena Damien Chazelle. Il giovane prodigio di Providence (31 anni) prende il soggetto, lo mastica e lo trasforma in qualcosa di parzialmente diverso. Abbandonerà poi il lavoro per dedicarsi al suo Whiplash (una candidatura agli Oscar 2014 per la miglior sceneggiatura non originale), non prima di averlo recapitato a Drew Goddard e J.J. Abrams. I due amiconi lo leggono e capiscono subito come utilizzarlo. In una parola? Cloverfield.

Cosa è (cosa è stato, cosa fu) il Cloverfield del 2008? Un monster movie, certo, ma molto altro ancora. Soprattutto, un progetto alimentato da una diabolica campagna di viral marketing , una di quelle che fanno sembrare la reclame un lurido pezzo da museo e scatenano la schiera dei nerd con molto tempo da perdere. Un vero e proprio alternate reality game (un gioco che collega indizi trasmessi via web al mondo reale) grazie al quale i fan hanno potuto scoprire maggiori informazioni sulla misteriosa “storia dietro alla storia”. Un esempio? I personaggi di Cloverfield risultano tutti iscritti alla piattaforma myspace, e il loro ultimo login risale al 18 gennaio 2008 (data di uscita del film). Come se fosse accaduto davvero, insomma: il mostro, il Godzilla “de noantri” che strappa la testa alla statua della Libertà, che non si sa bene da dove sia uscito ma se segui le tracce sparse su blog, siti, video scopri che. E quando l’hai scoperto, cosa succede? Impossibile che la mente non torni alla strega di Blair, probabilmente l’inganno più eclatante del cinema moderno. E se la campagna pubblicitaria fagocitasse il film che intende promuovere? E se fosse il marketing in realtà il vero intrattenimento, teso a vendere a noi poveri scemi una scatola vuota?

Mary Elizabeth Winstead ha raggiunto il successo internazionale grazie alle partecipazioni in Final Destination 3 (2006) e Grindhouse: A Prova di Morte (2007)
Mary Elizabeth Winstead (1984) ha raggiunto il successo internazionale grazie alle partecipazioni in “Final Destination 3” (2006) e “Grindhouse: A Prova di Morte” (2007)

Fortuna allora che Cloverfield sia (anche) un notevole monster movie, un intelligente quadretto dell’inquietudine newyorkese post 11 settembre e – purtroppo – uno dei rari utilizzi “non dimenticabili” della forma mockumentary. Cosa c’entra tutto questo con 10 Cloverfield Lane? Se ve lo dicessimo, rovineremmo come minimo due terzi della sorpresa. E, in questa epoca di spoiler furibondi, rovinare il piacere di assistere a un film come questo è semplicemente un delitto. Quindi non lasciatevi dominare dalla curiosità: niente trailer, niente poster, niente di niente. Andate a vederlo e basta. Perché anche stavolta, al di là dei virali (coordinate nascoste dentro fotogrammi di trailer, cassette di sicurezza sepolte in luoghi segreti, segnali audio da decriptare) c’è un lavoro. Un lavoro di scrittura, di macchina da presa, di recitazione. Un lavoro di pensiero, prima di tutto. Ed è qui che J.J. Abrams (scherzi a parte, quanto di più vicino a Dio per noi umili spettatori della generazione post-Spielberg) si dimostra una spanna sopra a tutti gli altri.

10 Cloverfield Lane cambia strada almeno tre volte. Ti immagini Psycho e lui va verso Misery, ti immagini Stephen King e lui va verso Orson Welles. Per poi finire con…no, proprio non ve lo possiamo dire. In tutto questo c’è una Mary Elizabeth Winstead divina, quasi “ridleyscottiana” nel suo status di eroina per caso, e un John Goodman per cui servirebbero almeno un centinaio di pagine supplementari.

Seriamente, John Goodman. Al Yackey, il detective Sherman, Fred Flintstone, Walter de Il Grande Lebowski. Soltanto un genio poteva pensare di teletrasportare un attore monumentale come lui in un b-movie come questo. Ed è anche grazie alla sua presenza scenica che i momenti thriller del film funzionano, messi a braccetto con le sequenze comiche: è la claustrofobia a giovarne. C’è una sequenza musicale che potrebbe guadagnarsi tranquillamente il premio dei “sessanta secondi più inquietanti dell’anno”. E poi la regia dell’esordiente Dan Trachtenberg, che già ha capito moltissimo (senza dubbio per il lavoro sui corpi dei protagonisti, per l’aver saputo esteriorizzare tormenti che sono squisitamente interiori). E poi il finale (mamma mia, il finale).

Ci stiamo scordando qualcosa, è sicuro. Ma è il rischio che si corre parlando di un film totale come questo. Piccolo, ma totale. Se desideriamo un altro Cloverfield? Assolutamente sì.

 

 

 


 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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