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Death to the Death Penalty: moratoria universale della pena di morte

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La pena di morte nel mondo: in blu abolita per tutti i crimini, in verde riservata a circostanze eccezionali (come crimini commessi in tempo di guerra), in arancione disapplicata da tempo, in rosso utilizzata in via ordinaria

La nascita del diritto poggia le sue radici nella storia dell’umanità. Le prime istituzioni dei moniti e le prime distribuzioni delle mansioni – in parole povere delle prime e rudimentali regole – avvennero infatti nel momento in cui le società primitive manifestarono  la necessità di autoregolarsi con l’utilizzo di sistemi precettistici, per vivere (e, spesso, sopravvivere) proficuamente in una familia, in una gens, in una comunità. Dal codice di Hammurabi della civiltà babilonese all’agere sacramento di un’arcaica Roma (che si affidava ai segni divini per interpretare il volere degli dei) ne è passato di tempo. Il lento processo di razionalizzazione e di laicizzazione del ius, in mano agli uomini e gestito dagli uomini, ha favorito l’emersione dei valori sostanziali, per l’oggettività (norma agendi) e la soggettività (facultas agendi) del diritto e degli ordinamenti che si susseguirono col trascorrere dei secoli.

Solitamente, il “grado di modernità” di un sistema giuridico decideva le sorti della civiltà che ne faceva uso. E le regole, quindi, potevano diventare un punto di forza o di debolezza tra i popoli, spesso molto variegati tra loro. Ciò che continua, però, ad accomunare gli Stati di ogni tempo, è la difficoltà che si evidenzia nell’applicazione e nel rispetto delle norme. Questa difficoltà e gli adattamenti legislativi che ne seguono, tenendo conto delle peculiarità storiche, culturali e sociali di ciascuna Nazione (per non dire Regione, Land, Dipartimento, Città), creano le differenze tra ordinamenti giuridici (ad esempio tra Civil Law e Common Law), in molti temi. E da sempre, si sa, la questione della pena di morte genera opinioni e pareri discordanti.

Secondo i dati forniti da Amnesty International, ad oggi 58 Paesi continuano ad applicare la pena di morte, mentre 139 hanno detto no. Tra questi ultimi, 97 l’hanno abolita per tutti i reati, 8 per reati comuni e 35 non la applicano de facto da oltre dieci anni, pur mantenendo la norma giuridica. Ciò che risalta subito agli occhi è il fatto che, seppur ci ritroviamo alla fine del 2014, grandi potenze mondiali conclamate o in via di sviluppo come gli USA (non per intero), il Giappone, la Cina, l’India e il Brasile contemplino ancora la pena capitale nei loro codici, ma soprattutto nei metodi educativi adoperati nei riguardi dei condannati e, in forma diretta ed indiretta, su tutti i cittadini. Il messaggio che serpeggia tra la gente sussurra “se sbagli, muori”. Se sei un pedofilo, un trafficante di droga, un pluriassassino, un omosessuale, un apostate, un rivoluzionario, un sovversivo o un avversario politico, meriti di lasciare questo mondo, perché non sei degno di vivere. Per te non è prevista una seconda possibilità. E neppure il valore riabilitativo della pena, anzi: il tuo sangue diventa un avvertimento per gli altri, affinché non compiano i tuoi stessi abomini ed atrocità.

 

 

Ma è possibile ritener “lecita” una punizione – dagli effetti irreversibili – di tale entità? Ripagare un giustiziato con la stessa moneta? Possiamo realmente considerare il sacrificio del singolo un vero esempio educativo, culturale e giuridico, per l’intera collettività? O forse si tratta solo di comando cruento e privo di coscienza?

Focalizzandoci un momento sull’Italia, occorre ricordare che siamo il Paese di Cesare Beccaria, che ha insegnato al mondo il valore della funzione rieducativa della pena e del reintegro dei detenuti. Eppure, ciononostante nelle nostre città aumentano di giorno in giorno le invocazioni di una sanguinolenta e plateale esecuzione di giustizia tribale, “ius mihi est”, che viola le attuali regole di condotta e calpesta ancor di più quel diritto naturale, sempre pronto nel ricordare che non ci è concesso rispondere al male con il male, alla violenza con la violenza, alla morte con la morte. Ma non solo: l’Italia capeggia nel mondo, a partire dal 1994, per la moratoria universale della pena di morte, i cui promotori furono il Partito Radicale Transnazionale, la Comunità di Sant’Egidio, Nessuno Tocchi Caino e, nuovamente, Amnesty International. Nel 1997 la Commissione ONU per i diritti umani  sostenne “una moratoria delle esecuzioni capitali, in vista della completa abolizione della pena di morte”. Nel 1999 l’Unione Europea decise di fronteggiare la lotta italiana e ancora durante il Giubileo del 2000, presieduto da Papa Giovanni Paolo II, la Chiesa si unì alla moratoria.  Dovranno trascorrere sette anni, prima che il secondo Governo Prodi e l’Europarlamento riescano a far mettere ai voti la proposta italiana all’interno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il risultato della votazione diede vita al mappamondo ed ai dati statistici cui ci siamo riferiti finora.

Moratoria che, purtroppo, non ha lo stesso peso di un’abolizione effettiva; ma si limita piuttosto ad una sospensione momentanea e dunque, i Paesi che nel 2007 si manifestarono contrari, continuano ad applicarla regolarmente nei loro ordinamenti. La capacità di vincolo meno “pesante” della moratoria, tuttavia, ha fatto sì che le Nazioni indecise – ed erano molte – prendessero finalmente coscienza delle loro posizioni, rinnegando l’utilizzo della pena capitale.

La lotta, insomma, è tutt’altro che finita. E come molte altre battaglie del nostro tempo, quest’ultima si risolverà soltanto con la buona cultura, laica. Con la buona giustizia, pronta ad esortare il valore rieducativo piuttosto che l’intervento del boia.

 

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About Emanuele Grillo

DIRETTORE RESPONSABILE | Classe 1991, siciliano fino al midollo. Studente di Giurisprudenza, ha frequentato il Liceo Classico della sua città. Appassionato di scrittura, ha vinto numerosi premi. Immerso nella musica sin da piccolo, suona il pianoforte e ha maturato una certa esperienza in ambito corale-polifonico. Idealista, sognatore e pragmatico all'occorrenza, aspira a cambiare il mondo e a tirar fuori il meglio dalle persone; nel tempo libero, comunque, ritorna coi piedi per terra. Europeista ed antifascista convinto, progressista, crede nella giustizia sociale e nel rispetto degli ultimi. Ritiene che la legalità non sia mai un optional. Ama i viaggi, la lettura, la sua terra, il mare e i boschi. Di fede juventina da quando ha memoria, fotografo a fasi alterne, nutre un amore nascosto per l'Oriente.

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