Per la guardia nata nel 1978 oltre che 5 titoli NBA anche un FIBA Americas Championship e due ori olimpici con la nazionale statunitense: è tra le 2-3 guardie più forti della storia

“Dear Basketball…”: Kobe Bryant, diario di un’ossessione

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<<Dear Basketball…>>

lettera
Uno scorcio significativo della lettera di addio scritta da Kobe Bryant, pubblicata su “The Players’ Tribune”

Una lettera. L’inchiostro che partorisce queste parole appartiene alla penna di Kobe Bean Bryant, la più grande icona della pallacanestro mondiale degli Anni 2000. Un’epistola indirizzata alla pallacanestro ci annuncia che a fine stagione appenderà le scarpe al chiodo. E’ la prosopopea più adatta per semplificare il vibrare delle sinapsi di un appassionato quando sente l’odore del cuoio del pallone, lo squittire delle scarpe sul parquet, un amore spiegabile solo dando del tu a quest’entità astratta. Un’entità che, per Kobe, è un’autentica mania. Mανία, nell’originaria accezione greca: invasamento poetico, dovuto all’ispirazione delle divinità.

Bryant: un maniaco del gioco a cui le divinità avevano donato un talento sconfinato, invasato dalla voglia di vincere, ossessivo-compulsivo, capace di porsi degli obiettivi e superarli, di non accettare mai un <<No>> come risposta, poetico come pochi sul campo, affamato di vittorie come nessuno. Per i più superficiali, in breve, un egoista. Con quella poesia – dettata dalle divinità di questo gioco – ha saputo accarezzare le corde giuste per donarci quelle ultime emozioni che sul parquet, dicono i più maliziosi, non riesce più a darci.

L’idea della lettera però non è totalmente originale. Un altro grande addio alla pallacanestro passa attraverso una lettera e quell’ossessione. Uno dei pochi che aveva la stessa fame di Kobe: Michael Jeffrey Jordan. Proprio lui, infatti, è stato presente nei pensieri di Kobe ogni giorno, per tutta la carriera: il vero obiettivo da superare. Bryant già lo osservava grazie alle cassette inviategli dai nonni dagli USA mentre era in Italia. Da quando aveva 6 anni, suo padre Joseph “Joe” Washington Bryant, detto Jellybean, giocava nel Bel Paese (7 anni tra Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia), seguito dalla sua bellissima moglie Pamela Cox – amatissima dagli italiani – e dal piccolo Kobe che, puntualmente, entrava in campo nell’intervallo delle partite del padre e cominciava a tirare a canestro finché non dovevano cacciarlo per permettere alla partita di riprendere. Dall’Italia eredita un italiano fluente, spesso usato in campo per non essere compreso dagli avversari, e dopo un anno in Francia torna nella nativa Philadelphia per l’High School. Qui Kobe non giocherà mai da Sonny Hill (il più grande insegnante di pallacanestro della città) in tornei estivi: per questo motivo verrà fischiato sistematicamente dai suoi concittadini. Va alla Lower Merion High School, liceo snob sulle colline della Pennsylvania. Col numero 33 domina i Campionati statali e riscrive il record di punti segnati nello stato (2.883) superando il mostro sacro Wilt Chamberlain. Qualche anno dopo sua madre cercherà di comprare una casa a Las Vegas, rivendendo i suoi trofei liceali all’asta e beccandosi una denuncia dal proprio figlioletto. Giusto un assaggio dell’ego smisurato di Kobe.

Kobe usa
Per Kobe Bryant (1978) tra i vari riconoscimenti: cinque titoli NBA, il titolo di MVP 2008, due MVP delle Finals, quattro MVP dell’All Star Game, un FIBA Americas Championship e due ori olimpici con la Nazionale statunitense: è tra le due/tre guardie più forti della storia

Torniamo alla storia: 1996, dopo il diploma dovrebbe scegliere il college. E invece sceglie il Draft NBA, uno dei più ricchi della storia. Kobe vuole essere scelto ad ogni costo dai Los Angeles Lakers. Il suo agente, Arn Tellem, dichiara che in caso il suo assistito venga scelto da altri, tornerebbe in Italia bruciando la scelta di chiunque lo chiami: il bluff funziona. I New Jersey Nets che lo volevano con l’ottava scelta assoluta ripiegarono su Kerry Kittles e Kobe fu la tredicesima pick. I Lakers non possedevano la chiamata, allora scambiarono Vlade Divac – forti dell’acquisto di Shaquille O’Neal – con gli Charlotte Hornets per avere QUEL numero 8, terzo debuttante più giovane della storia NBA.

Il futuro Black Mamba (soprannome scelto ispirandosi al velenosissimo serpente apparso anche in Kill Bill) vince al primo anno la gara delle schiacciate, segnando così il primo passo nella rincorsa a Jordan. Nel suo secondo anno, raddoppia le proprie statistiche: è il più giovane titolare di sempre dell’All Star Game e sfiora il premio come miglior “sesto uomo” dell’anno. Nel ’99 entra in quintetto. Shaq a fine stagione impone alla dirigenza l’arrivo di Phil Jackson, da poco licenziato dai Chicago Bulls, orfani di Jordan, come allenatore. Coach Zen porta a L.A. quel Triple Post Offense con cui aveva vinto sei titoli: rigenera letteralmente i Lakers. Soprattutto Shaq, che generalmente non sfoggiava un fisico definito, si presenta alla stagione 1999/2000 con un “six pack” invidiabile e vincendo l’MVP. I Lakers battono i Portland Trail-Blazers di Rasheed Wallace in una serie leggendaria, gettando le basi per la vittoria del titolo. Sono inarrestabili, schiantano la Lega fino al 2002. Altri tre titoli per Jackson, primi tre per Kobe e Shaq. Sono gli anni della ShawShaq redemption (Alley-Oop eseguito da O’Neal e Bryan Shaw) che parafrasa il nome del famoso film con Morgan Freeman.

Che ruolo ha Kobe in tutto ciò? E’ diventato un attaccante decisivo, l’evoluzione di Jordan al centro del triangolo giallo-viola, ma i riconoscimenti sono tutti per Shaq (tre volte MVP delle finali). Nel 2003 qualcosa si rompe. Apre l’anno rovinando l’ultimo All Star Game a cui Jordan – che aveva peraltro realizzato un canestro semi-impossibile a cinque secondi dal termine – abbia partecipato, segnando i liberi del pareggio e venendo soprannominato Party Crasher. Ma il rapporto con O’Neal si logora quando Kobe viene denunciato per stupro da una cameriera (che poi ritirerà la denuncia penale proseguendo con un’azione civile). Molti sponsor lo abbandonano (Adidas e Nutella) e i Lakers vengono eliminati dai futuri campioni dei San Antonio Spurs.

I due, nel 2004, fanno un ultimo tentativo. Arrivano due All Star sul viale del tramonto come Karl Malone e Gary Payton per l’assalto. Vanno in finale perdendo contro i fantascientifici Detroit Pistons di Larry Brown. Jackson lascia, O’Neal viene scambiato con i Miami Heat (poi campioni 2006) per Lamar Odom, Caron Butler Brian Grant. I Lakers tornano al brodo primordiale: non saranno competitivi fino al 2007. Ma Kobe continua per la sua strada: nel 2005-06 mette 35,4 punti a partita (la quarta media di sempre), si vede chiaramente che non si fida dei compagni. Il 22 Gennaio 2006 scrive la leggenda: 81 punti contro i Toronto Raptors e trascina i suoi alla vittoria dopo esser stati sotto di 18. La seconda miglior prestazione della storia dopo i 100 punti di Wilt Chamberlain del 2 Marzo 1962. Stagione 2006-07: cambia numero. Passa dall’8 al 24, perché a suo dire lavora e pensa al basket 24 ore al giorno. Non è velato il riferimento a Jordan. E’ evidente la voglia di superare il 23. Bryant si è plasmato – dentro e fuori dal campo – ad immagine e somiglianza di MJ, sembrando più efficace nel tiro da tre punti e nel gioco spalle a canestro, imitandone pedissequamente numerosissime giocate.

 

 

Tantissimo li accomuna, a partire dal coach. Nel 2005, infatti era prontamente tornato Phil Jackson. Diventa evidente che i Lakers stessero risorgendo nel Marzo 2007, quando il neo-24 mette almeno 50 punti per quattro partite consecutive (più di Jordan ed Elgin Baylor), eguagliando Chamberlain in questo particolarissimo record. Nel 2008 è per la prima volta MVP NBA. Grazie all’arrivo di Pau Gasol, i Lakers vanno in finale. Si rinnova la rivalità con i Boston Celtics. I nuovi big-three bianco-verdi Kevin Garnett, Ray Allen e Paul Pierce spazzano via i Lakers. E’ solo la prima di tre finali consecutive. I Lakers vincono sia nel 2009 (contro gli Orlando Magic) che nel 2010 (a gara 7 nella bellissima serie-rivincita contro i Celtics). Kobe è due volte consecutive MVP delle Finals: fanno cinque titoli. Jordan ormai dista solo un anello.

Sedere al posto di Michael nell’Olimpo era tanto un’ossessione per lui che una volta Coach Zen organizzò un incontro tra i due e la prima cosa che Bryant disse fu: << Sai anche tu che posso farti il culo uno-contro-uno>>. Dal 2010 in poi però ogni possibilità per Bryant di raggiungere MJ23 si brucia: nel 2011 i Lakers si sciolgono contro Dallas, nella stagione successiva sfiorano l’acquisizione di Chris Paul ma questi finisce ai “cugini” dei Los Angeles Clippers, nel 2012 l’arrivo di Dwight Howard e Steve Nash conduce ad una stagione comunque disastrosa. Nonostante tutto, infortuni compresi <<be the best player I can possibly be>> continua ad essere il mantra di Kobe. Migliorare non è un semplice dovere ma un bisogno compulsivo. E il 14 Dicembre 2014 diventa il terzo miglior realizzatore della storia del gioco, superando l’ossessione Jordan.

Eccoci. Lo scorso 29 Novembre ci consegna quella lettera, spezzandoci il cuore. Alla richiesta di commentare la notizia, Dwight Howard (in rappresentanza dei tanti ex-compagni che non conservano un buon rapporto con lui) risponderà con una risata, tutto il resto della NBA e le leggende del passato gli tributeranno omaggi. Ciò che fa soffrire i suoi tifosi e, ancor di più i suoi avversari, è vederlo tirare malissimo contro i Philadelphia 76ers la sera seguente: un Kobe che tira così, pur ricevendo una commovente standing ovation nella “sua” ostile Philadelphia fa pensare ad un triste finale di carriera. Si accontenta 17 volte di tirare da tre. Sembrava accettasse un <<No>> come risposta. Ma, esattamente come nella scena di The Wolf of Wall Street in cui Jordan Belfort (interpretato da Leonardo DiCaprio) afferma che, non accettando risposte negative, non avrebbe lasciato la Stratton Oakmond, nella partita successiva contro i Washington Wizards Kobe segna 31 punti.

Ogni appassionato sogna di sentire questo grande cigno nero cantare ancora a lungo. Godiamo di lui sul parquet finché lo calcherà: chissà mai la sua ossessione ci regali un’ultima grande poesia.

 

 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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