Italia1750M

“De vulgari eloquentia” di Dante Alighieri: gli albori della nostra lingua

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Recenti, Zibaldone
Durante di Alighiero degli Alighieri (1265-1321) è stato un poeta, scrittore e politico italiano. È considerato il padre della lingua italiana
Durante di Alighiero degli Alighieri (1265-1321) è stato un poeta, scrittore e politico italiano. È considerato il padre della lingua italiana

Dante Alighieri viene spesso identificato come il padre della lingua italiana. Sarebbe più opportuno affermare che egli sia stato l’unico autore ad essere riuscito a darle piena coscienza delle potenzialità stilistiche e artistiche di cui poteva disporre, in un periodo in cui essa era ancora in piena formazione e in via di sviluppo. I risultati di questo suo intento sono riscontrabili chiaramente sia all’interno della Divina Commedia sia, in maniera più tecnica ed evidente, nel De vulgari eloquentia.

Quest’ultimo è un trattato rimasto incompiuto, fondamentale per le teorie linguistiche avanzate e per la varietà degli argomenti trattati, composto da Dante durante gli anni del suo esilio, fra la metà del 1304 e l’inizio del 1306. Soffermandosi esclusivamente sulle parti dell’opera che ci sono pervenute, anche in assenza del testo completo si può riscontrare la grandiosità degli studi e delle idee sviluppate. L’analisi prende il via dalle vicende che caratterizzano gli albori dell’umanità; a partire dagli eventi narrati nella Genesi, Dante si concentra su quelli relativi alla vicenda babelica, poiché sarà proprio in seguito ad essa che verranno prodotti numerosi e differenti linguaggi. Questi andranno incontro all’imperfezione linguistica, seppur mantenendo in parte degli elementi originari e incontaminati. Per Dante è fondamentale sottolineare la differenza che sussiste fra la locutio vulgaris e la secundaria; la prima è quella che viene appresa fin da piccoli dai genitori o dalla nutrice, mentre la seconda – definita anche gramatica e coltivata attraverso gli studi – è considerata artificiale, innaturale e non istintiva.

Questa contrapposizione potrebbe riflettere la situazione propria dell’Italia del suo tempo, divisa fra una lingua volgare, parlata e di uso quotidiano, e una dotta, scritta, finalizzata ad usi colti e raffinati. I volgari erano le trasformazioni locali del latino parlato e divergevano da quello scritto; quest’ultimo era limitato ad ambienti ben precisi e circoscritti e dunque meno soggetto a contaminazioni e stravolgimenti. Ma poiché anche il latino fu una lingua non artificiale e appresa in modo spontaneo, in base a queste precisazioni si può affermare indubbiamente che sia esso stesso un volgare.

Federico Ruggero di Hohenstaufen (1194-1250) è stato re di Sicilia, Re dei Romani e poi Imperatore del Sacro Romano Impero (come Federico II) e infine re di Gerusalemme
Federico Ruggero di Hohenstaufen (1194-1250) è stato Re di Sicilia, Duca di Svevia, Re dei Romani, Imperatore del Sacro Romano Impero (come Federico II) e infine Re di Gerusalemme

In Italia vi erano infatti numerosi linguaggi molto diversi fra di loro, alcuni dei quali – come quello romano, il milanese, il friulano, il sardo e gli stessi volgari toscani – vengono etichettati e considerati peggiori e indegni di ottenere un alto titolo nobilitante. Si può ambire alla perfezione linguistica solamente utilizzando il volgare siciliano, considerato da Dante migliore rispetto a tutti gli altri. I poeti siciliani avevano avuto modo di formarsi e affinare le proprie arti presso la corte di Federico II di Svevia, che fu loro mecenate e si mostrò attento allo sviluppo e alla diffusione della cultura. La sua corte era un punto di riferimento non solo per gli artisti locali, ma anche per quelli provenienti da tutta Italia.

Proseguendo nella lettura del testo, si focalizza l’attenzione su alcune precise peculiarità che la lingua tanto ricercata e agognata deve possedere: deve essere illustre, cardinale, aulica e curiale, adattabile sia alla poesia che alla prosa e le stesse tematiche affrontate – poesia d’armi, d’amore e di ordine morale – devono tendere alla medesima raffinatezza. Puntualizzando le precedenti indicazioni, Dante afferma che solo uno fra lo stile tragico, comico ed elegiaco può essere adatto ad essere trattato con questo volgare. Esclusivamente la forma tragica, da lui considerata più adeguata e degna, può ricoprire questo ruolo. Leggendo ciò che ci è pervenuto, si può comprendere l’accuratezza e la minuziosità della ricerca e degli studi effettuati. Il percorso intrapreso è molto lineare e attraversa tutte le epoche fino a quella contemporanea all’autore. La destinazione e la datazione di questo trattato è incerta ma alcuni studiosi, basandosi sui riferimenti estrapolati dal testo, hanno potuto affermare che il luogo di composizione sia, probabilmente, la città di Bologna. La scelta della prosa e della lingua latina sono indubbiamente grandi peculiarità di questo trattato, che racchiude in sé un sapere e delle conoscenze molto più vaste e profonde di quelle che potrebbero essere notate e apprese con una prima lettura.

La molteplicità degli argomenti trattati suggerisce come alla base del testo ci sia una varietà di studi che spazia dalla filosofia alla linguistica, e permette di toccare e fare propri i campi e gli aspetti più divergenti.

 

cdante001

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

About Marina Muggianu

COLLABORATRICE | Nata in Sardegna nel 1992, diciannove anni più tardi prende il mare e approda in Toscana. Da quel momento vive a Pisa, dove attualmente approfondisce la sua passione per la letteratura italiana. Adora le escursioni, i libri e la cancelleria.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *