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Ddl Cirinnà: tra canguri, catto-dem e cinquestelle. Quel che è accaduto in Parlamento

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Da sinistra verso destra: Carlo Giovanardi, Roberto Formigoni

Se ci fosse stato l’ennesimo bisogno della conferma di una politica ancorata al suo elitismo, apatica nei confronti del popolo e vile a tal punto da giocare (ancora ed ancora) sui diritti delle persone per meri calcoli politici, dispetti partitici e per la bambinesca ricerca di pretesti atti ad incolpare il proprio vicino di banco, gli ultimi giorni al Senato pontificano miseramente come la tanto attesa e iper-pubblicizzata svolta della politica italiana non sia mai avvenuta.

Sarebbe alquanto salutare stendere un velo pietoso sullo stile e la levatura morale di parte della discussione sul ddl Cirinnà – Maurizio Gasparri che accusa un senatore del PD di aver “comprato” un bambino, Roberto Formigoni che definisce i gay, le lesbiche e i transessuali <<checche varie>> in <<crisi isteriche>>, sino a Carlo Giovanardi che denuncia alcuni esponenti LGBT dell’inconfessabile reato di essersi baciati <<per provocare i senatori>> – ma è opportuno non farlo, perché è una delle tante fotografie per comprendere la ragione per cui l’Italia è l’unico Paese dell’Europa Occidentale che ancora nega i diritti basilari alle coppie omosessuali. In altri Paesi, in altri contesti sociali, l’evoluzione è arrivata decine di anni fa. Qui stenta in partenza, già mezza moribonda, per poi essere azzoppata al primo pretesto.

Tra le varie ragioni, accanto alla bassezza di una classe politica che per quanto venga continuamente definita impresentabile riesce puntualmente a sopravvivere e perpetuarsi – e le cui opinioni non sono sola espressione di un circolo di conservatori preistorici o di un gruppo di oligofrenici a piede libero – vi sono due fenomeni che fanno a capo della natura della politica: l’una tradizionale al nostro Paese, l’altra parziale novità di questi giorni se contestualizzata al movimento in questione.

Beppe Grillo

La prima è l’atavica spaccatura della sinistra. Anche sul ddl Cirinnà, una delle malattie congenite della sinistra italiana prende il sopravvento (è difficile definire il PD di sinistra? Sì, lo è – ma facciamolo un po’ per semplificazione e un po’ per provare l’ebbrezza, una volta tanto, dell’illusione di avere un partito di sinistra in Italia). Nonostante il PD abbia partorito con la legge sulle unioni civili un testo finalmente di sinistra (per quanto tardivamente e dai contenuti limitati – concede infatti solamente i diritti basilari, ma qui entra in gioco tutto lo storico immobilismo e conservatorismo italiano), non riesce a unire le truppe perché venga votato in blocco compatto. La concessione della libertà di coscienza da parte dello stesso partito che ha proposto il testo è piuttosto bizzarra e mette in luce da una parte la spaccatura che continua ad esistere anche nel PD di Renzi, dall’altra la labile matrice di sinistra del PD, o quantomeno di una sua buona parte, che senza troppi sotterfugi strizza l’occhiolino al centro e alla destra su svariate questioni ideologiche.

La seconda ragione, apparente novità di questi tempi, è la scoperta del M5S della tattica politica. Il non voto del “canguro” – l’emendamento PD atto a evitare l’ostruzionismo delle opposizioni – rivela un parziale tatticismo dei pentastellati. Da un lato il M5S ha delle valide ragioni a non voler votare il canguro in quanto artificio di opinabilità morale che nega la discussione parlamentare; dall’altro, però, muove una mossa puramente politica finalizzata a mettere in ulteriore difficoltà un PD spaccato al suo interno sulla legge. E, consapevole di avere un elettorato particolarmente fluido e trasversale, così facendo il Movimento cerca di non scontentare nessuno, così come si era evinto dal blog di Beppe Grillo quando aveva annunciato libertà di coscienza sulla votazione in Senato. Fin qui, nulla di strano. Il problema, però, sorge in quanto si tratta di un Movimento che ha sempre esaltato la volontà di mancanza di tatticismi in virtù della coerenza e del pragmatismo. Per di più, il ddl Cirinnà rappresenta una delle riforme da più tempo attese in Italia; normale che molti protestino per questa decisione dei cinquestelle – a maggior ragione se i mezzi di informazione poco informano sulla cruda realtà del canguro, stratagemma incostituzionale che azzoppa una delle ragioni esistenziali del Parlamento, cioè la discussione.

A esemplificare i due fattori principali dello stagno nel quale il ddl Cirinnà si trova in questo momento – prima che il provvedimento torni in aula il 24 Febbraio – è proprio la prima firmataria del testo. Quando dichiara <<il mio errore è stato fidarmi dei cinquestelle>>, Monica Cirinnà mette in luce l’imprevedibilità della decisione dei cinquestelle. Quando, invece, in un’intervista al Corriere della Sera successivamente (e prevedibilmente) smentita ammette di essere stata <<tradita dalle liti nei dem>>, pone l’accento sulla mancanza d’unità di un partito eternamente diviso in correnti.

La sorpresa, alla fine dei conti, sta nel sorprendersi ancora. La morale di una storia già conosciuta, trita e ritrita – mesta ripetizione di vent’anni di una politica mai giunta ad un tramonto, recrudescenza dei peggiori incubi di un popolo che per coraggio leonino, ingenuità masochista, oppure lavaggio mentale, continua a credere in una politica che mai è tanto efficace quanto a smentire le speranze coltivate dai propri cittadini.

 

Da sinistra verso destra: Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio

 

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About Silvio Grocchetti

COLLABORATORE | Classe 1991, genovese. Studia Giornalismo ad Edimburgo, dove tenta di sviscerare la natura di un nazionalismo dai connotati puramente romantici. Lettore accanito, anela la scoperta di Macondo e tenta, con risultati contrastanti, di perseguire la massima di Immanuel Kant: "Non cercare il favore della moltitudine: raramente esso si ottiene con mezzi leciti e onesti. Cerca piuttosto l'approvazione dei pochi; ma non contare le voci, soppesale".

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