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David Bowie: “Blackstar”, una retrospettiva

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David Bowie, pseudonimo di David Robert Jones (1947-2016), è stato un cantautore e attore britannico

Ci sono recensioni che non andrebbero mai scritte. Questa, in particolare, è stato abbozzata e cestinata qualche centinaio di volte, prima che mi fosse chiara una cosa: la dipartita di David Bowie ha reso inutile ogni tentativo di leggere Blackstar come un capitolo qualunque della sua saga. Dalla culla alla bara, da Ziggy l’alieno alla Stella Nera, le sue incarnazioni – troppo spesso giudicate frutto dell’eccentricità del momento – non avevano altro scopo se non quello di trasformarlo in un’opera d’arte formato uomo.

Blackstar è la battaglia di un visionario contro la natura per portare a termine il proprio percorso, il tocco finale che regala un senso di compiutezza a quel capolavoro autentico che è stato la sua carriera. Massimo Coppola di Rolling Stone ha giustamente scritto che questo disco è, per Bowie, ciò che la Messa di Requiem fu per Wolfgang Amadeus Mozart: le dimissioni dalla propria dimensione terrena, un ultimo consapevole lascito che pone tutto in prospettiva. Piaccia o non piaccia, non è possibile analizzarlo altrimenti: guardando la morte dritta negli occhi, Bowie ha partorito un’opera ultima completamente diversa da qualunque cosa vista o sentita in precedenza, tetramente sperimentale e inquietantemente lucida nel perseguire il suo obiettivo.

L’ascolto è particolarmente ostico: dall’avant-jazz apocalittico della title track alle dissonanze del finto pop I Can’t Give Anything Away, la radicale rinuncia alla forma canzone rende questo LP un’esperienza diametralmente opposta al concetto di easy-listening. E’ un album la cui trama è comprensibile unicamente nel suo insieme, una lettura totalizzante che si lascia apprezzare solo a patto di concedergli il tempo che merita per farsi strada nelle vostre orecchie. Un lavoro profondamente innovativo – dato certamente non scontato considerata l’età del suo autore – eppure fuori dal tempo: un pomeriggio piovoso o una lunga notte invernale a passeggiare per le vie di una città vuota sono l’ideale per immergersi nelle sue atmosfere.

Superato il primo impatto, il mondo della Stella Nera appare di gran lunga meno claustrofobico di quanto lasciasse presagire: le vecchie conoscenze ‘Tis a Pity She Was a Whore e Sue (Or in a Season of Crime), già presenti nella raccolta Nothing Has Changed (2014) e qui arricchite dagli splendidi ostinati di Mark Guiliana, suonano decisamente più convincenti rispetto alle loro versioni precedenti, mentre la cupa ballata Dollar Days e la strana filastrocca Girl Loves Me, pur non spezzando lo spleen che pervade l’intero album, ricoprono un ruolo fondamentale nel bilanciarne la dinamica.

 

 

A dispetto del suo posizionamento, è Lazarus la chiave che consente di decifrare appieno il carattere di questo lavoro. Il pezzo è un concentrato di rara intensità che mescola i temi della malattia, del successo e della paura di non riuscire a completare la propria creazione, in un crescendo dal sapore amaro e liberatorio. <<In questo modo e in nessun altro, io sarò libero>>: è il testamento di un artista immenso, sulla cui vicenda umana è difficile scrivere la parola fine.

Tony Visconti, il suo storico produttore, ha detto che la morte del Duca Bianco, esattamente come la sua vita, non poteva che essere un capolavoro. Ed osservando Blackstar, l’album con cui egli stesso ha scelto di raccontarla, è difficile non credergli.

Personalmente ho sempre rifiutato l’idea di dare voti alla musica. Ma se recensire quest’ultimo atto significa davvero esprimere un giudizio sull’intera opera di questo maestro, io, di fronte al sipario abbassato, non posso che inchinarmi.

Buon ritorno a casa, Starman.

 

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About Andrea Barbero

COLLABORATORE | "Aspirante cantautore, viaggiatore seriale, pessimo scrittore, ballerino di swing". Leggendo la descrizione contenuta nel suo sito "La Strada di W.", torinese classe 1989 e giurista internazionalista, non è difficile scorgere il denominatore comune delle sue innumerevoli sfaccettature: una passione sconfinata per la musica e l’arte in tutte le sue forme, come veicolo per attraversare confini.

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