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«Dammi la mano»: il mito del Don Giovanni

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Il mito del Don Giovanni è certamente uno fra i più conosciuti e fortunati: lo si può annoverare tranquillamente in un’ideale raccolta di produzioni artistiche più rappresentative della cultura occidentale. Tuttavia bisogna aver ben chiaro che cosa sia un mito letterario, specie recente come questo.

Un mito letterario è un racconto favoloso che si contrappone al logos, ossia al discorso razionale. Generalmente racconta una storia sacra, in cui il sovrannaturale entra nel mondo terreno. Il tempo è astorico e comunque sempre in un momento primordiale poiché tratta quasi sempre della genesi dell’uomo, degli animali, della fondazione di città, Stati e popoli. Il mito letterario presenta inoltre uno scenario ricorrente, seppure siano ammesse delle varianti alla storia portante. Detto ciò, la loro caratteristica principale è quella di essere racconti etno-religiosi e derivanti da racconti popolari che poi si cristallizzano in vere opere letterarie, come il mito di Medea, di Elena, di Paride, dell’Eden e dell’Apocalisse.

Il Don Giovanni è palese che non rientri in questa categoria di mito letterario. Infatti quest’ultimo è considerato un mito letterario recente. Vi è una sottile differenza, infatti questi miti derivano direttamente da opere letterarie. Esistono svariati miti letterari recenti oltre al Don Giovanni, fra cui il Faust, Tristano e Isotta e l’Amleto. Questi miti inoltre non possono considerarsi etno-religiosi e hanno sempre un autore certo e una data pressoché sicura. Il mito del Don Giovanni, ad esempio, fu elaborato da Tirso de Molina e il periodo del racconto è il XVII secolo. Il Seicento non è un periodo scelto a caso dall’autore, poiché fu il momento dove la Chiesa punì aspramente i peccati a sfondo sessuale, tanto che l’opera acquisì i connotati moraleggianti.

 

 

L’opera di Tirso de Molina si intitola El burlador de Sevilla y convidado de piedra. Qui il protagonista è un giovane che non rispetta né l’autorità terrena (genitore) né l’autorità celeste. In questa prima opera si può vedere il racconto principale: Don Giovanni, giovane donnaiolo, è promesso sposo di Donna Anna, figlia di Don Gonzalo de Ulloa. Fin dalle prime scene il giovane tradisce la fidanzata, imbrogliando e seducendo altre donne. In seguito, il padre di donna Anna deciderà di vendicare l’onore della figlia, tuttavia Don Giovanni avrà la meglio nello scontro e lo ucciderà. Alla fine del romanzo il burlador ritorna a Siviglia e si imbatte nella tomba di Don Gonzalo. Qui il Don Giovanni comincerà a burlarsi del defunto e lo inviterà a cena. Tuttavia, la statua commemorativa di Don Gonzalo si presenterà davvero all’invito a cena e a sua volta inviterà il Don Giovanni a cena nella cripta, poiché i morti non possono nutrirsi del cibo dei vivi. Don Giovanni, coraggioso e spregiudicato, accetterà l’invito. Qui, nella cappella del defunto, il giovane sarà trascinato all’inferno dalla statua stessa, dopo che lo spirito di Don Gonzalo pronuncerà la fatidica frase «Dammi la mano», marchio di fabbrica di don Giovanni per ottenere la fiducia delle sue donne.

Dopo questa primissima scrittura del Don Giovanni, inizierà un’età dell’oro per questo mito, tanto che il racconto verrà riscritto da moltissime persone; alcune seguiranno il modello di Tirso, altre preferiranno modificarlo leggermente aggiungendo personaggi e scene. Una fra le più importanti è certamente quella di Molière, una commedia divisa in cinque atti scritti in prosa. Sappiamo che Molière non lesse l’opera di Tirso, ma una riscrittura. Nella commedia il Don Giovanni ha un carattere molto diverso dal giocoso Burlador de Sevilla, infatti pare essere molto più freddo, arido, distaccato e calcolatore, pur mantenendo sempre l’aspetto del conquistatore seriale.

Purtroppo per Molière la sua commedia subì, fin dalla prima rappresentazione, una forte censura che gli permetterà di eseguire solo quindici rappresentazioni e, di volta in volta, sempre più epurate. L’ambiente ecclesiastico del tempo trovava inaccettabile un’apologia simile del libertinismo, esasperato dalla figura del Don Giovanni stesso. Come se non bastasse la presenza del servo (interpretato da Molière stesso) Sganarello, superstizioso e avido, risultò inaccettabile, specie quando dopo la morte del Don Giovanni egli si preoccuperà esclusivamente del fatto che non poté percepire la sua paga. Questo era il prezzo da pagare per Molière, visto che le sue opere erano sempre contraddistinte da una fortissima satira contro la società del suo tempo, contro certe categorie sociali e contro certi mestieri, come i medici.

 

 

Sicuramente la versione di maggiore successo e ancora oggi ritenuta un capolavoro indiscusso è la versione di Lorenzo Da Ponte e Wolfgang Amadeus Mozart. I due produrranno, in soli cinque anni, ben tre opere dal valore inestimabile: Le nozze di Figaro (1786), Don Giovanni (1787) e Così fan tutte (1790). Da Ponte, non appena giunse in Austria, entrò in contatto con l’amico-rivale Giovanni Battista Casti, con il quale si contenderà il ruolo di poeta cesareo. Come se non bastasse Da Ponte scelse di lavorare con Mozart, mentre il Casti preferì Antonio Salieri, giusto per acuire ancora un po’ questa accesa rivalità.

Mozart e Da Ponte si ispirarono al Don Giovanni di Giovanni Bertati e Giuseppe Gazzaniga, rappresentato per la prima volta a Venezia nel 1787. I due definiscono il loro capolavoro come un’opera buffa, giocosa. Infatti, a differenza del mito, l’opera di Mozart e Da Ponte ha un lieto fine. Il problema di quest’opera è che non è possibile fare un’analisi del testo, escludendo le musiche, poiché esse hanno un valore inestimabile. Infatti, sembra quasi che le donne non vengano sedotte dal Don Giovanni stesso, ma dalle melodie che emergono dall’orchestra sottostante. Recitato e musica trovano un valore intrinseco, difficilmente scindibile. Una particolarità di quest’opera sta nel fatto che il protagonista non è un tenore bensì un baritono. Questo espediente, voluto da Mozart, gli permette di offrire un tocco di malignità al personaggio e facilita il gioco dei cambi fra il Don Giovanni e Leporello (servo), quando i due si invertiranno le identità, rendendo plausibile il fatto che gli altri personaggi non si accorgano del tranello.

Le curiosità riguardo le musiche e le canzoni del Don Giovanni sono molte e, come già detto, la maestria di Mozart sfrutta a pieno regime la potenza della musica. Infatti, quando c’è bisogno di far capire che due attori stanno per amoreggiare: le loro parti cantate si uniscono lentamente, formando un coro a due voci perfettamente sincronizzato. Oppure, sempre per rimarcare l’abilità del Don Giovanni di sedurre tutte le donne, dalle popolane alle nobili, Mozart utilizzerà vari strumenti che enfatizzino il mutevole registro linguistico: uso massiccio di fagotti quando parla con contadini, archi e flauti quando parla con le nobildonne.

Il Don Giovanni di Mozart e Da Ponte è certamente un’opera che va gustata e vista almeno una volta nella vita, che mostra la maestria delle parole unite alla sapiente scelta musicale.

È il coronamento, il punto di arrivo del mito e sarà difficile ammirare un’altra versione del Don Giovanni che sia superiore a questa.

 

 

 

FONTI:

  • Appunti universitari della Prof.ssa Cecilia Gibellini
    Il mito del Don Giovanni, Treccani

 


 

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About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Si è laureato in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

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