19 Jan 2005 --- Row of Old Books --- Image by © Royalty-Free/Corbis

Da Truman Capote a Svetlana Alexievich: abusi e virtù del non-fiction novel

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Truman Capote, pseudonimo di Truman Streckfus Persons (1924-1984), è stato uno scrittore, giornalista, drammaturgo, sceneggiatore, attore e dialoghista statunitense

Quando Truman Capote pubblica nel 1966 In Cold Blood, il regno letterario non solo identifica un nuovo genere – il non-fiction novel (romanzo-verità) – ma scopre l’interesse del pubblico per la narrazione della realtà imbellita e impacchettata nello stile proprio del romanzo. Capote stesso presenta il suo risultato letterario delineando un nuovo concetto di scrittura (è sua la definizione non-fiction novel) e, non proprio sommessamente, caratteristica intrinseca dell’autore, lo celebra profetizzando che da quel giorno in poi la scrittura sarebbe cambiata.

Retrospettivamente, Capote ha avuto ragione. Non solo perché la triste, violenta (innanzitutto psicologicamente) e al contempo misericordiosa storia della famiglia Clutter e dei suoi due assassini diventa immediatamente un best seller, ma perché il genere da lui concepito viene preso in prestito da numerosi emulatori e il pubblico – ancora oggi – si dimostra ipnotizzato dalle penne che vergano storie reali, di persone in carne ed ossa, attraverso i classici espedienti del romanzo – ambientazione, dialoghi, flusso di coscienza, dettagli che delineano i personaggi.

Il successo del romanzo-verità, se contestualizzato oggigiorno, riflette parzialmente l’atteggiamento sociale più pervasivo della contemporaneità: il voyeurismo. Dal piccolo schermo ai social network, il costume è quello di osservare le vite altrui nelle diverse sfumature permesse dal singolo mezzo. E proprio come l’autenticità traballa e viene spesso accantonata in virtù di un fine più elevato nei due esempi precedenti (vedere sotto la voce “share” o “mero narcisismo”), anche il non-fiction novel è da sempre aggrappato a un’idea di verità ed autenticità labile e personale, ma il cui adempimento risulta fondamentale trattandosi di un’appendice giornalistica, laddove il rapporto fiduciario tra l’autore e il lettore sta alla base del mestiere.

Voyeurismo (1)In quello che viene considerato uno dei primi scritti del giornalismo moderno, The Storm, Daniel Defoe rifletteva sulle ripercussioni delle menzogne nella carta stampata; se un autore mente, abusa dell’umanità e impone all’intero mondo il perpetuarsi di bugie e falsità, scriveva. Il non-fiction novel, per la sua natura ibrida tra giornalismo e romanzo, ha sempre vacillato dinnanzi all’adempimento della Verità. Agli albori del genere negli Anni ’50, infatti, gli intellettuali coniarono il termine piping derivato dall’idea che i reporter fossero sotto l’effetto di stupefacenti per aver seguito le retate della polizia nei nascondigli di oppio – per indicare l’opinabilità degli scritti giornalistici dell’epoca. Citazioni, pensieri dei protagonisti, ambientazioni dettagliate nei minimi particolari – come potevano i reporter aver avuto accesso a tale mole di informazioni così circostanziate? Dal connubio tra l’atto di informare (quintessenza del giornalismo) e quello di intrattenere – caratteristica del romanzo – deriva la propensione del non-fiction novel all’invenzione o, quantomeno, alla decorazione della realtà.

Nel corso dei decenni, numerosi casi di imprecisioni e negligenze hanno portato alla luce i principali artifici del genere. Da John Hersey, acclamato autore di Hiroshima, che utilizzò la (comune) tecnica del composite character, cioè l’unione delle esperienze di più persone in un unico personaggio, sino a Capote stesso, il cui resoconto in In Cold Blood non solo è stato messo alla berlina in quanto totalmente basato sui ricordi – dunque soggetti ad opinabilità – dei due assassini e della cittadina di Holcomb, ma anche perché l’ultima scena dello scritto è stata inventata per necessità narrative. Apoteosi, quest’ultima, che ha preso luogo in più circostanze e nell’eclatante caso di Janet Cooke, il cui reportage su un ragazzino eroinomane di otto anni venne premiato nel 1981 con il Premio Pulitzer, per poi esserle ritirato quando venne scoperto che la storia era un falso, inventata di sana pianta dalla giornalista.

Accanto agli abusi del genere, il non-fiction novel detiene il merito di riuscire non solo a delineare identità psicologiche di immenso impatto in quanto reali, ma anche di mettere sotto i riflettori dinamiche sociali di grande rilevanza attraverso l’eleganza della narrazione romanzesca. Roberto Saviano, in Italia, ne è l’emblema. E il Nobel assegnato lo scorso Ottobre a Svetlana Alexievich rappresenta la consacrazione del genere introdotto al grande pubblico da Capote.

La cui profezia, col senno di poi, si è rivelata corretta.

 

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Svjatlana Aljaksandraŭna Aleksievič (1948) è una giornalista e scrittrice bielorussa di lingua russa, insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 2015

 

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About Silvio Grocchetti

COLLABORATORE | Classe 1991, genovese. Studia Giornalismo ad Edimburgo, dove tenta di sviscerare la natura di un nazionalismo dai connotati puramente romantici. Lettore accanito, anela la scoperta di Macondo e tenta, con risultati contrastanti, di perseguire la massima di Immanuel Kant: "Non cercare il favore della moltitudine: raramente esso si ottiene con mezzi leciti e onesti. Cerca piuttosto l'approvazione dei pochi; ma non contare le voci, soppesale".

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