Senador Romero Jucá (PMDB) e o presidente Michel Temer

Cronaca di una morte annunciata: tra il realismo magico e la politica brasiliana

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CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA: TRA IL REALISMO MAGICO E LA POLITICA BRASILIANA

Scenario di guerra durante la votazione della “PEC 55” al Senato

La situazione politica brasiliana, negli ultimi mesi, appare come una costruzione ingegnosa di un insidioso scrittore con tendenze masochiste. Chissà, di un genio del male o di un Dio ingannatore che, nonostante la denuncia di Cartesio, tutt’ora si rivela. O forse, per rievocare un certo ottimismo sempre più raro nei vicoli della nostra realpolitik, si tratta di una narrazione frutto dell’opera di uno spirito unico della letteratura mondiale, come quello di Gabriel García Márquez. Che con gli strumenti teorici del realismo magico, sarebbe una chiave unica o, quantomeno, una delle più confortanti per descrivere il nostro tormento.

I recenti avvenimenti verificatisi in Brasile – così come quelli della inconfondibile Macondo, scenario di Cent’anni di solitudine – diventano più accettabili quando vengono interpretati attraverso il ricorso letterario esplorato dallo scrittore colombiano. Se per un popolo come i Buendía l’assurdo non era altro che la semplice realtà, per noi, benché tutto sia ordinario e grottesco, l’assurdo è ora un elemento indispensabile per la comprensione del quotidiano. Nel tribolato scenario latino-americano, stabilità e politica sono dei termini antitetici. In terre brasiliane, poi, puntualmente quasi si escludono. Tuttavia, è anche vero che la nostra crisi istituzionale e costituzionale non rappresenta una novità. Non vi è mai stata una certa tranquillità nei corridoi del Palácio do Planalto. Dallo sbarco di Pedro Álvares Cabral, infatti, la calma è stato l’unico sentimento che non abbiamo mai potuto sperimentare.

Nel mese di Agosto però, dopo la conferma dell’impeachment della Presidente Dilma Rousseff (Partido dos Trabalhadores, trad: Partito dei Lavoratori), la situazione brasiliana ha assunto contorni pittoreschi (per non dire pazzeschi). La presa di potere del nuovo Michel Temer (Partido do movimento democrático brasileiro, trad: Partito del Movimento Democratico Brasiliano), invece di portare una relativa stabilità alla Repubblica, ha lanciato il Paese in una sequenza di insoliti eventi. Le conseguenze di questo processo sono state accompagnate da una angoscia kafkiana. O, nella migliore delle ipotesi, sono stati presentati come l’intrigo tipico di un romanzo dello scrittore di Aracataca.

L’ascesa di Temer alla poltrona presidenziale è stata circondata da una trama straordinaria. I voti per l’approvazione dell’impeachment nella Camera dei Deputati e nel Senato sono stati negoziati all’aperto. Un mercato delle pulci in cui si scambiavano cariche, ministeri e ricompense. La trasformazione della base avversaria in alleata è accaduta senza nessun rituale cabalistico. L’amicizia – una parola sacra, come ricordava Étienne de La Boétie – si è trasformata in un fattore di convenienza. Senza segreti o sbigottimenti vari, i nemici sono diventati amici come un qualsiasi evento banale nell’assurdità della politica.

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La mobilitazione della cavalleria per la repressione dei manifestanti

Per incrementare la sfumatura drammatica riguardante lo sviluppo della vicenda, in questo spettacolo vi è uno sfondo che non può essere ignorato. Oggi, in Brasile, è in corso l’Operação Lava Jato (che, per molti aspetti, è simile all’inchiesta italiana denominata Mani Pulite durante gli Anni ’90). Condotta dalla Polizia Federale, la più grande investigazione della storia del Paese cerca di rovistare nella vasta rete di corruzione pubblica e privata diffuse nel tessuto istituzionale brasiliano. L’indagine, finora, ha indicato soltanto un’ovvietà: una corruzione epidemica, con profonde radici storiche.

Con Lava Jato le classi politiche ed imprenditoriali, che fino ad ora hanno vissuto sotto l’ombra della impunità, sono state disturbate. In quest’occasione, politici e imprenditori condividono lo stesso vocabolario di accuse penali: il ricevimento e il pagamento di subornazione, finanziamento fraudolento delle campagne elettorali, corruzione attiva e passiva, traffico di influenze illecite; tentativo di ostruzione della giustizia. Politici ben noti, ammanettati. Direttori esecutivi e responsabili dei maggiori conglomerati dell’edilizia civile, nelle celle comuni. Dai banchetti nei migliori ristoranti del mondo all’insulso pasto delle gattabuie.

Il carcere spaventa, a maggior ragione se un crimine viene considerato con una serietà mai vista prima. Da questo, gli accordi di delazione premiata sono diventati un’abitudine. Per salvare la propria pelle, o ciò che resta di essa, gli accusati cooperano nelle investigazioni. La corruzione, proprio come una ferita aperta, non può cicatrizzarsi. Un’ulcera purulenta che quanto più si cerca porne rimedio, tanto più ci si avvicina alla morte.

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Michel Temer promuove cocktail per il gruppo di Governo, mentre i manifestanti sono repressi dalla polizia

Ed ecco qui la cronaca della nostra morte annunciata. Nel mese di Maggio, prima della votazione dell’impeachment, una conversazione privata del senatore Romero Jucá (PMDB, alleato di Temer), diffusa dalla stampa, tracciava il futuro. Stando alle parole del parlamentare, un cambiamento nel Governo federale sarebbe l’unico modo per «fermare l’emorragia» creatasi a causa dell’indagine della Lava Jato. Secondo l’opinione di uno dei principali fautori dell’impeachment della Presidente Dilma, Temer dovrebbe formare un «patto nazionale» coinvolgendo tutti i poteri dello Stato compreso (soprattutto) il potere giudiziario, incarnato nella figura della Corte Suprema Federale. Solo così, con un drastico cambiamento nel Governo, la stampa e la pressante opinione pubblica potrebbero distogliere lo sguardo dalle investigazioni. L’impeachment si presenta come una misura provvidenziale, quasi miracolosa: salvare la classe politica dalla morsa della legge. O meglio, restituire alla classe politica il beneficio dell’ombra dalla legge.

Nonostante certi meccanismi siano venuti a galla, l’assurdità appare per l’ennesima volta come un elemento inscindibile dalla politica. E magari sarà proprio il realismo magico la soluzione più adeguata per spiegare lo stato di assoluto letargo con cui il brasiliano ha affrontato questa vicenda. Temer, quindi, è ormai sul trono. Ma ha un debito politico da pagare: nomina Ministri discutibili (lo stesso Jucá, per fare un esempio), conclude accordi ambigui, presenta proposte di Governo estremamente impopolari. È stato piuttosto esplicito, affermando che non avrebbe paura di contrastare la volontà del popolo. Nei primi cento giorni al comando, Temer ha promosso cene sfarzose per mobilitare il suo gruppo di Governo, gli stessi seguaci dell’impeachment, per che convincerli a votare a favore di queste amare proposte che, in qualsiasi altro Paese, significherebbero il suicidio politico degli alleati nelle prossime elezione. Il primo, un progetto di revisione costituzionale (PEC, una alterazione della carta costituzionale senza la necessità di un’assemblea costituente) per il congelamento degli investimenti federali per i prossimi vent’anni. La PEC 55, soprannominata di «PEC della morte» ed approvata dal Senato mentre tutto il Brasile piangeva per il disastro della Chapecoense, ha scatenato delle proteste brutalmente represse dalle forze di polizia. Il secondo, la costruzione di una controversa riforma sulla previdenza sociale, che fissa l’età minima pensionabile a sessantacinque anni – notizia per nulla ottimista per un Paese in cui l’aspettativa di vita è di settantatré anni.

Ci troviamo di fronte, dunque, ad un Governo salito al potere sulla base di accordi politici e non per mezzo della volontà popolare, che agisce nel nome del proprio potere e non in quello dei cittadini. Non vi è nemmeno la preoccupazione sugli effetti che una tale impopolarità possa causare alle prossime elezioni. Il pensiero della piazza non è lo stesso del palazzo. Una parte della popolazione – che occupava le strade per protestare a favore della destituzione della Presidente – sembra rendersi conto, a poco a poco, del quadro generale. Di una massa per cercare legittimare l’impeachment al principale personaggio danneggiato dal Governo. Come l’ultimo Buendía, poco prima di Macondo ad esser cancellato dalla carta geografica, il brasiliano comprende la storia della solitudine.

Solitudine politica, che è sinonimo di abbandono. Un’incertezza assoluta sul futuro.

 

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CRÔNICA DE UMA MORTE ANUNCIADA: ENTRE O REALISMO MÁGICO E A POLÍTICA BRASILEIRA

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Cenário de guerra durante a votação da “PEC 55” no Senado Federal

A situação política brasileira, nos últimos meses, parece ser uma construção engenhosa de um ardiloso escritor com tendências masoquistas. Quiçá, de um gênio maligno ou de um Deus enganador, que apesar da delação de René Descartes, ainda agora se revela. Ou, para recorrermos a um otimismo cada vez mais raro nas vielas da nossa realpolitik, uma narrativa que é obra de um espírito único da literatura mundial, como aquele de Gabriel García Márquez. Que, com o instrumental teórico do realismo mágico, seria uma chave ímpar ou, ao menos, uma das mais reconfortantes para descrever nosso tormento.

Os acontecimentos recentes do Brasil, assim como aqueles da inconfundível Macondo, cenário de Cem Anos de Solidão, tornam-se mais palatáveis quando interpretados através do recurso literário explorado pelo escritor colombiano. Se para um povo como os Buendía o absurdo não era nada além da mais simples realidade, para nós, de tão ordinário e grotesco, o absurdo agora é peça indispensável para a explicação do dia a dia. No atribulado cenário latino-americano, estabilidade e política são termos antitéticos. Em terras brasileiras, então, quase autoexcludentes. É verdade que nossa crise institucional e constitucional não é novidade. Nunca houve calmaria nos corredores do Palácio do Planalto. Aliás, desde o desembarque de Pedro Álvares Cabral, calmaria tem sido a única sensação que ainda não pudemos experimentar.

Porém, em Agosto, após a confirmação do impeachment da Presidenta Dilma Rousseff (PT), a situação brasileira atingiu contornos pitorescos. A posse do novo Presidente, Michel Temer (PMDB), ao invés de trazer estabilidade para a República, lançou o país em uma sequência de acontecimentos insólitos. Os desdobramentos desse processo foram acompanhados por uma angústia kafkiana. Ou, na melhor das hipóteses, se apresentaram como o enredo central de um romance do literato de Aracataca.

A ascensão de Temer à cadeira presidencial foi envolta por uma trama extraordinária. Os votos para a aprovação do impeachment na Câmara dos Deputados e no Senado foram negociados ao ar livre. Sem receios e sem constrangimentos. Um mercado de pulgas em que se barganhavam cargos, ministérios e recompensas. A transformação da base adversária em base aliada aconteceu diante de nenhum ritual cabalístico. A amizade – de um nome sagrado, como lembrava Étienne de La Boétie – transformou-se em um elemento de conveniência. Sem segredo e sem causar espanto, os inimigos se tornaram amigos como um evento corriqueiro no absurdo da política.

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Cavalaria mobilizada para repressão dos manifestantes

Por acrescentar nuances dramáticos ao desenvolvimento da história, nesse espetáculo existe um pano de fundo que não pode ser ignorado. Hoje, no Brasil, está em curso a Operação Lava Jato (que, em diversos aspectos, é semelhante àquela da Mani Pulite italiana da década de 90). Conduzida pela Polícia Federal, a maior investigação da história nacional procura escarafunchar na vasta rede de corrupção pública e privada que está disseminada pelo tecido institucional brasileiro. A investigação, até o momento, tem escancarado apenas o óbvio: uma corrupção epidêmica com raízes históricas profundas.

Com a Lava Jato, as classes políticas e empresariais, que até então viviam sob a sombra da impunidade, foram perturbadas. Nessa ocasião, políticos e empresários compartilham o mesmo vocabulário de acusações criminais: recebimento e pagamento de propina; financiamento indevido de campanhas; corrupção ativa; corrupção passiva; tráfico de influências; tentativa de obstrução da justiça. Políticos notórios, algemados. Diretores executivos responsáveis pelos maiores conglomerados da construção civil, em celas comuns. Dos banquetes nos melhores restaurantes do mundo para as refeições insossas da penitenciária.

O cárcere assusta, sobretudo quando é consequência de um crime que nunca havia sido considerado com essa seriedade. A partir disso, acordos de delação premiada tornaram-se rotina. Para salvar a própria pele, ou aquilo que dela resta, os acusados cooperam com as investigações. A corrupção, como uma ferida aberta, não pode cicatrizar. Uma úlcera inflamada que quanto mais se tenta remediar, mais se avizinha da necrose.

Temer promove coquetel para a bancada governista enquanto manifestantes são reprimidos pela polícia
Michel Temer promove coquetel para a bancada governista enquanto manifestantes são reprimidos pela polícia

E eis aqui a crônica de nossa morte anunciada. Em maio, antes da votação do impeachment, uma conversa vazada do Senador Romero Jucá (PMDB, aliado de Temer), traçava o futuro. Para o Parlamentar, uma mudança no governo federal era a única maneira de «estancar a sangria» criada pela investigação da Lava Jato. Para um dos principais articuladores da destituição da presidenta Dilma, Temer deveria constituir um «pacto nacional», envolvendo os demais poderes do Estado – até mesmo, e especialmente, o Poder Judiciário, encarnado na figura do Supremo Tribunal Federal. Apenas assim, com uma mudança drástica de governo, a imprensa e a pressão popular desviariam o olhar da investigação. O impeachment surge como uma medida providencial, quase milagrosa: salvar a classe política das garras da lei. Ou melhor, devolver à classe política o benefício da sombra da lei.

Apesar de o roteiro ter sido revelado, o absurdo foi tomado, novamente, como parte inextrincável da política. O realismo mágico, talvez, seja a melhor solução para explicar o estado de absoluta letargia com o qual o brasileiro lidou com a história. Temer, assim, é entronado. Mas possui uma dívida política para pagar: nomeia ministros questionáveis (o próprio Romero Jucá, por exemplo); realiza acordos ambíguos; apresenta propostas de governo extremamente antipopulares. Foi explícito ao afirmar que «não teria medo de contrariar a vontade do povo». Nos primeiros 100 dias de governo, promoveu elegantes jantares para mobilizar sua bancada governista, os mesmos asseclas do impeachment, para seguirem suas diretrizes nessas amargas propostas que representariam, em qualquer outro país, o suicídio político dos aliados nas próximas eleições. O primeiro, um projeto de emenda constitucional (PEC, uma alteração da constituição sem a necessidade de uma assembleia constituinte) para o congelamento dos investimentos federais pelos próximos 20 anos. A PEC 55, apelidada de «PEC da Morte», aprovada pelo Senado enquanto o Brasil chorava pelo desastre do avião da Chapecoense, despertou protestos que foram silenciados brutalmente pelas forças policiais. O segundo, a articulação de uma controversa reforma na previdência social, que institui a idade mínima para aposentaria em 65 anos – nada otimista, para um país cuja expectativa de vida é de 73 anos.

Estamos diante, assim, de um governo alçado ao poder por negociatas políticas, e não pelo voto popular, que toma medidas em nome do próprio poder e não em nome do povo. Não existe, sequer, a preocupação que a impopularidade possa reverberar nas próximas eleições. O pensamento da praça não é mais o pensamento do palácio. A população, que tomou as ruas em protesto favorável pela destituição da presidenta, parece dar-se conta, aos poucos, do panorama geral. De massa de manobra para buscar legitimar o impeachment à principal personagem afetado pelo governo. Assim como o último Buendía, pouco antes de Macondo ser varrida do mapa, o brasileiro compreende o histórico da solidão.

Solidão política, que é sinônimo de desamparo. De uma incerteza absoluta do futuro.

 

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About Douglas Fedel Zorzo

CORRISPONDENTE DALL'ESTERO | Brasiliano, nato a Toledo (Paraná) nel 1989. Discendente di immigrati italiani, è laureato in Filosofia ed è dottorando in Etica e Filosofia Politica presso l’UNIOESTE – Universidade Estadual do Oeste do Paraná. Dichiaratamente repubblicano, è interessato ai problemi della democrazia odierna. Avido lettore degli scrittori del Rinascimento fiorentino, nel tempo libero si trasforma in un cinefilo e banjoista.

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