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Così lontano e così vicino: essere italiani a Buenos Aires, ieri e oggi

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Puerto Madero


Emigrare non è mai facile. Può essere entusiasmante, può essere una sfida avventurosa, può essere un passo avanti intriso di speranza. Ma facile, purtroppo, non lo è mai. Emigrare in Argentina, in particolare, è una decisione che cambia la vita in maniera radicale. Anche oggi, con le distanze che si rimpiccioliscono grazie ad internet e ai mezzi di trasporto, l’Argentina resta lontana. Chi parte verso questa terra deve allontanarsi dall’Italia e l’Europa non per un mese, e neanche per due. I mesi saranno sei, oppure sarà un anno… o anche di più. Non si può tornare per un fine settimana quando la nostalgia morde, perché il fine settimana basta a malapena per le ore di volo. E il solo viaggio costerebbe circa uno o due stipendi mensili. Per questo motivo, è anche poco probabile che qualche amico decida di farti visita. Si parte con l’idea di andare lontano, per un tempo lungo, con molte sfide davanti e pochi punti di riferimento, pronti a sentirsi stranieri in una terra lontana.

Arrivati a Buenos Aires, però, ci si sente stranamente a casa. L’autostrada che dall’aeroporto porta ad una cittadina chiamata Ricchieri, come un vecchio conoscente. C’è un bel casino di automobili, che sa di Sudamerica, ma che ha un qualcosa di familiare. La città non assomiglia a nessuna in particolare, ruba pezzetti di identità diverse e li ricompone in maniera tutta sua: c’è una Buenos Aires Parigi, una Buenos Aires Londra, una Buenos Aires New York. Ma quasi in ogni strada l’atmosfera è pervasa da qualcosa che ricorda l’Italia. I negozi si chiamano con cognomi italiani, la fisionomia della gente è incredibilmente riconoscibile; la musicalità del castellano, la variante dello spagnolo che si parla qui è tanto simile a quella dell’italiano che tante volte mi ha confusa, facendomi credere che intorno a me ci fosse qualche connazionale. Mi sono quasi sempre sbagliata, ma non di troppo: secondo vari studi, fra cui uno dell’Università di Toronto, la particolare intonazione del castellano di Buenos Aires è una fusione fra l’intonazione dello spagnolo e quella dell’italiano degli immigrati, nata all’inizio del ventesimo secolo, in coincidenza con la grande emigrazione.

Secondo le statistiche Istat, emigrarono in Argentina fra la fine dell’Ottocento e la fine del Novecento circa tre milioni di italiani. Nel 2003 si stimava che i discendenti di italiani in Argentina fossero 20 milioni, cioè circa la metà della popolazione. Paradossalmente, però, quasi nessun argentino parla italiano. Lo si coltiva solo in circoli culturali ristretti ed elitari. E questo perché l’italiano vero e proprio non è mai giunto fino a queste sponde. Nel 1902 circolava un libretto, redatto dal Governo argentino, con indicazioni per i migranti italiani: Guida dell’Emigrante Italiano alla Repubblica Argentina. Si trova riportato e commentato in una interessante pubblicazione di Luigi Barzini, L’Argentina vista com’è. Nel libretto si racconta di un’Argentina in crisi finanziaria, che però ha bisogno di braccia per la sua agricoltura. Il Governo sconsigliava a chi avesse studiato o avesse <<ricevuto un’educazione più o meno scelta>> di avventurarsi in Argentina. Questa terra attirava chi non aveva nulla da perdere e, probabilmente, quasi nessuno fra le migliaia di migranti parlava l’italiano: si arrabattavano con un miscuglio di dialetti e spagnolo, quella parlata che viene detta ancora oggi “cocoliche”. Luigi Barzini riporta che, già nel 1902, i discendenti degli italiani stabilitisi in Argentina avevano perso quasi completamente la loro eredità linguistica e culturale.

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Avenida Roque Sáenz Peña

Oggi sono molti gli argentini che studiano italiano, nel tentativo di recuperare, almeno in parte, tratti dell’identità dei propri avi che per lungo tempo venivano nascosti, con un po’ di vergogna, in quel grande garbuglio che è l’identità argentina. Essere argentini, secondo Borges è qualcosa <<che nessuno può definire>>. L’identità di questo Paese è molto complessa e sfaccettata, anche se marcatamente specifica nell’ambito dell’America Latina. Mi sembra che gli argentini – molti di quelli che ho conosciuto, almeno – si ritengano in un certo senso degli europei “in filiale”; molto più europei che americani, nonostante la storia e la geografia. Questo vale, anche e soprattutto, per i discendenti degli italiani. Immagino che la maggior parte di queste persone abbia ascoltato i genitori e i nonni raccontare dell’Italia, con la nostalgia che solo può avere chi è salito su una nave, con due soldi, senza biglietto di ritorno, con carta e penna come unici mezzi di comunicazione con i propri cari. Per questo motivo, forse, nell’immaginario degli argentini l’Italia è una sorta di paradiso perduto, così lontano e così vicino, vivo anche nei ricordi di chi non ci è mai stato.

Quando mi presento e dico che sono italiana, sempre ricevo un sorriso di risposta. Nella maggioranza dei casi, poi, mi sento dire qualcosa come <<Io ho un nonno italiano!>>, <<Io sono stato/a in Italia l’anno scorso>> e anche <<Ma cosa ci fai qui?>>. Non sono riuscita a sentirmi straniera nemmeno per un giorno, qui, a 11 mila chilometri di distanza. Mi sembra, anzi, che le persone mi trattino sempre con un po’ più di affetto del normale. All’ufficio immigrazione arrivo senza uno dei documenti necessari, e l’impiegato mi canta Eros Ramazzotti mentre risolve tutto lo stesso. La signora della pasticceria mi chiede di provare i suoi biscotti e di dirle se sono come quelli che mangio a casa mia. Certo, non è sempre così. E Buenos Aires non è sicuramente una città facile da vivere. Ma io, abituata a Parigi o Londra, al classico <<italiani: pasta, pizza, mafia>>, do a queste piccole cose una grande importanza.

Per gli argentini, è bello sapere che il loro Paese è ancora capace di attirare un italiano; anche se è strano pensare che qualcuno, dal paradiso perduto, si sia avventurato qui, alla fine del mondo. Per un italiano, Buenos Aires è una realtà diversa, lontana ma sempre in qualche modo comprensibile. Vivere qui prima o poi fa nascere (o rinascere) l’attaccamento verso la propria patria di origine. Anche io mi ritrovo ad idealizzare la mia terra, mescolando i miei recentissimi ricordi con l’immagine del paradiso perduto.

Emigrare a Buenos Aires, oggi, è uno strano viaggio nello spazio e nel tempo. Un viaggio nella memoria collettiva italiana, che si è accumulata attraverso i due Continenti, fiorendo dalle medesime radici da una parte e dall’altra dell’Oceano.

 

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About Isabella Cannatà

COLLABORATRICE | 27 anni, laureata in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Torino. Appassionata di Diritto Internazionale ed esperta in traslochi. Ha vissuto per qualche anno a Buenos Aires.

8 pensieri su “Così lontano e così vicino: essere italiani a Buenos Aires, ieri e oggi

  1. ciao Isabella
    hai descritto a perfezone cio che prova un italiano qui e che conoace anche altre realtà. quando sono qui mi manca l Italia ma quando torno a Roma aimeh Voglio súbito scappare via. ho un figlio a Buenos aires e ha quasi un anno..sono radicado ma Pío viaggio per lavoro . non pensavo ci fóssero Cosi tanti italiani qui giovani.
    Max

  2. Complimenti per l’articolo! vorrei semplicemente chiederti un consiglio su un budget minimo per arrivare a Buenos Aires per iniziare, che tipo di biglietto consigli fare nel senso dopo 3 mesi bisogna andare via? sono parrucchiere!
    Grazie

  3. Ciao Isabella anch’io sono arrivata a Buenos Aires da Napoli e per cercare radici della mia famiglia (una storia inversa). Mio nonno Antonio era uno di quegli italiani che negli anni 30 si era imbarcato da Genova, carta penna e tromba. Null’altro, forse qualche soldo non lo so, solo sento ancora le sue canzoni urlate al grande mare che lo separava dalla sua terra. La mia nonna era incinta del mio papà che non lo ha mai conosciuto. Tutti e due sono morti giovani. Anch’io arrivata qui mi sono sentita stranamente a casa, le strade con i san pietrini, il bidè in casa con lo spruzzino centrale come i bidè della mia infanzia, la genrosità e cordialità degli argentini verso gli italiani, il castellano come lingua mista di un napoletano antico e uno spagnolo napoletano. I volti degli uomini, le loro sopracciglia come gli uomini del paese di mio nonno. Sussultavo spesso agli incontri aspettandomi quasi che qualcuno mi dicesse io sono tuo zio….. Ho fatto cose da pazzi per cercare la mia famiglia e a tratti tutti sembravano la mia famiglia. Ho cercato per mesi senza volermi arrendere al fatto che era impossibile dato che sono passati troppi anni. Ho trovato la casa dove lui abitava e dove è morto. Cercando sulla guida telefonica, perchè di Martinelli ce ne erano 220 solo nella capitale, ho trovato un uomo di 94 anni che veniva dallo stesso paese e che portava il suo stesso cognome, che mi ha raccontato di lui. Sembrava quasi di essere vicina e invece tutto mi sfuggiva. Sembrava quasi di conoscerla bene Buenos Aires sin dal primo giorno e invece ancora oggi che sto per rientrare a Napoli dopo tre mesi, non la conosco.
    Congratulazioni per il tuo articolo, mi ha toccato molto
    Un caro saluto
    Linda

  4. Ciao Isabella, complimenti!
    Io sono arrivato in questa città a febbraio dopo alcuni viaggi a/r negli anni scorsi ed ora mi ci sono “radicato”. Condivido i tuoi pensieri e mi fa piacere di essere in “buona compagnia”. Tra parentesi, mi occupo anch’io di diritto internazionale.
    Suerte!

    1. Ciao Davide! Vedo adesso il tuo commento, con grandissimo piacere. È bello sapere che siamo in tanti… E che anche tu ti occupi di diritto internazionale 🙂 Suerte con todo! Un abbraccio!

  5. Ciao Ines e ciao Rossana! Grazie mille per i vostri commenti! Mi lusinga sapere che due “veterane” come voi abbiano apprezzato l’articolo 🙂 Se avete qualche idea o suggerimento non esitate a scrivermi. Suerte y un beso grande!

  6. anche io ti faccio i complimenti o felicitaciones che dir si voglia. hai raccontato bs.as. proprio come la vede un italiano, che si sente a casa (e io, che ho molti più anni di te quando sono lì, mi sento nella italia degli anni sessanta/settanta) e al contempo in sud america.

  7. ciao Isabella, sono una torinese emigrata qui nell’ormai lontano 1999. Complimenti.Mi hai tolto le parole di bocca proprio sull’argomento per me piú difficile da spiegare. Si vede la tua sensibilità ed il tuo amore per entrambi i Paesi.

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