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“Cielo, mi manca!”: la filosofia del vinile e qualche considerazione sul 2016 in musica

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La Strada di W. e la sua partnership con “La Voce del Gattopardo” sono stati concepiti per un solo, semplicissimo scopo: trasformare le serate passate a discutere tra amici di quel concerto o quel viaggio in un racconto fruibile da chiunque abbia voglia di leggerlo. Insomma, un ideale pub sotto casa, accessibile dai quattro angoli del globo, in cui riversare la propria versione di quanto visto e sentito, apprezzato e disprezzato, senza alcuna pretesa di oggettività. Un progetto che probabilmente non sfocerà nel prossimo Melody Maker o Rolling Stone, ma che in fondo non ha alcuna ambizione di diventarlo.

 

 

Qualcuno, alzando un po’ troppo il tiro, l’ha definita la filosofia del vinilePer me, che oltre a collezionare vinili rinnovo ogni mese l’abbonamento a Spotify e a qualunque tecnologia permetta di ascoltare musica ovunque, dare alle storie il tempo di sedimentare non è una questione di supporto, ma di onestà, verso chi legge e verso gli artisti di cui si scrive. Perché mantenere il delicato equilibrio tra l’ascoltare fino in fondo ciò che si recensisce e il fornire un responso quasi immediato al pubblico implica la capacità – sempre meno comune – di non precipitare in una corsa ad ostacoli che ha come presupposto la pretesa di poter essere ovunque e in ogni momento a raccontare cosa stia succedendo.

Si tratta, giornalisticamente parlando, di far convivere la frenesia della musica in rete con la profondità del vinile, avendo l’umiltà di ammettere la propria impotenza di fronte alla mole di materiale che invade il mercato ogni giorno. E’ un compromesso non semplice da raggiungere nella nostra epoca: tra quella montagna di suoni si deve pur fare una scelta, e dopo averla fatta bisogna provare a tracciare un bilancio della propria esperienza, senza dimenticare che si tratto solo e comunque della visione parziale di chi scrive. Per questo è stato deciso di non assecondare la mania del <<Cielo, mi manca!>> che puntualmente, ad ogni fine anno, sembra contagiare le testate online più blasonate: se un album o un concerto siano stati i migliori o i peggiori dei dodici mesi precedenti, è meglio lasciarlo decidere all’orecchio di chi li ha vissuti in prima persona, sperando, dopo aver letto uno dei nostri articoli, che torni per dirci la sua. La porta, qui, è sempre aperta.

Fatta questa premessa, lo scoccare del 31 Dicembre rende opportuna qualche considerazione.

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Una copertina del magazine statunitense di musica, politica e cultura di massa “Rolling Stone”

Cosa resterà di questo 2015? Se si è trattato di un anno memorabile per quanto riguarda i live, altrettanto non si può dire della dimensione discografica: nulla togliendo alla saga di artisti dalla solidità indiscussa, quanti degli album più attesi ci hanno fatto gridare al miracolo? Si pensi ai Muse, ad Adele o a Florence + the Machine: sicuramente ottime produzioni, ma splendidamente incapaci di traghettare oltre i confini dell’ovvio. Un panorama che non varia neppure guardando al solo mercato italiano: quanti possono onestamente dire di avere iniziato ad apprezzare Jovanotti, i Negrita o il Teatro degli Orrori sulla scorta di quanto da loro partorito negli ultimi dodici mesi?

E’ una fame di nuovo che il 2016 non potrà esimersi dal saziare: senza nuovi stimoli creativi anche l’ambiente degli spettacoli dal vivo, ora più che mai il cuore pulsante del music business, rischia di trasformarsi in un’autocelebrazione fine a se stessa e dedita unicamente a fare cassa.

Se a tappare questo buco – nell’anno passato – sono state vecchie conoscenze che hanno avuto il coraggio di presentarsi in vesti inedite (Dave Gahan e i suoi Soulsavers, i Tame Impala di Currents, lo strano connubio di Franz Ferdinand e Sparks, giusto per citarne alcuni), c’è da augurarsi che il nuovo anno sia di gran lunga più premiante verso chi ha l’audacia di spiazzare.

Insomma: se la qualità non basta, che sia l’immaginazione a lavorare. E a ben vedere, forse i germi di questa piccola rivoluzione sono già in atto: se c’è un dato per cui la musica del 2015 passerà alla storia sarà il recupero della sua dimensione umana. C’è chi ha continuato a suonare nonostante una gamba rotta, chi ha interrotto il proprio concerto per far sedere davanti alle transenne persone di bassa statura, chi ha offerto il proprio palco a coloro a cui era stato sottratto.

Un ritorno alle origini che non può non passare dal riconoscimento del nuovo ruolo dei fan, che decenni di onnipotenza discografica e musical stardom avevano contribuito ad oscurare, relegandoli a una mera funzione di consumatori. Imprese come quella dei mille di Cesena ricordano che laddove non arrivino gli artisti è il pubblico a dovere far sentire la propria voce, e che in barba ai nostalgici dei bei tempi andati, non vi è stato momento migliore di questo per farlo.

Forse Lemmy Kilmister aveva già capito tutto quando diceva che <<il futuro del rock n’ roll è nelle mani dei fan: solo loro possono staccare la spina. Perché di musicisti che vogliono strimpellare una chitarra e cantare ce ne saranno sempre>>.

E se – come spesso accade – ciò che succede sulle assi è destinato ad anticipare ciò che accadrà in studio, quest’anno ne vedremo certamente delle belle.

 

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Ian Fraser Kilmister, detto “Lemmy” (1945-2015), è stato il cantante e bassista dei “Motörhead”

 

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About Andrea Barbero

COLLABORATORE | "Aspirante cantautore, viaggiatore seriale, pessimo scrittore, ballerino di swing". Leggendo la descrizione contenuta nel suo sito "La Strada di W.", torinese classe 1989 e giurista internazionalista, non è difficile scorgere il denominatore comune delle sue innumerevoli sfaccettature: una passione sconfinata per la musica e l’arte in tutte le sue forme, come veicolo per attraversare confini.

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