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Una chiacchierata con Amleto de Silva

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Amleto de Silva è un vignettista, autore di teatro, scrittore e blogger italiano

«Verba volant scripta manent», eppure… eppure ci sono parole che, una volta ascoltate, si incidono nella mente, e così profondamente, che diventa difficile, se non impossibile, cancellarle. Come un amico che dice una verità difficile da digerire, ma è per il tuo bene e, per quanto facciano male, quelle parole continuano a ronzare nella testa, perché sono vere, maledettamente vere. E se quelle parole di un amico, uno di quelli raramente veri, fossero rivolte non a una sola persona ma a una generazione tutta? No, non sono manie di grandezza; è solo chi scrive che vorrebbe estendere quel grido sottaciuto che ha udito ai suoi coetanei, per farli ridestare dallo stato catatonico in cui sembrano essere entrati da troppo tempo. Il loro è un sonno menefreghista nei confronti di questa realtà che andrebbe presa e strattonata con le unghie e con i denti.

Quell’amico dicitore di amare verità è Amleto de Silva, napoletano di nascita, salernitano di crescita, romano di invecchiamento. Ha iniziato come vignettista su Cuore e poi su Smemoranda, è blogger (amlo.it) e autore teatrale, infine, ma non per finire, ha all’attivo diverse pubblicazioni, tra cui Statti attento da me, Stronzology, La nobile arte di misurarsi la palla e l’ultimo arrivato, pubblicato da Magic Press Edizioni e illustrato da Boban Pesov, il Dizionario illustrato dei #giovanimerda. È proprio a questi ultimi, i #giovanimerda, a cui Amleto si rivolge. Sono loro i destinatari delle sue parole, siamo noi a doverlo stare a sentire, o meglio quei pochi di noi che si sentono toccati dalle sue parole. Le sue verità cercano di scuotere una generazione, una società che resta impassibile di fronte alle assurdità e ai compromessi malati che – per inerzia, ignoranza, indolenza o per mancanza di alternative – sono stati accettati come prassi solite, della serie: «è così, non ci posso fare niente». È contro questo mix malato che quietamente ruggisce uno che ne ha viste tante restando sempre rispettoso e degno di se stesso, del suo essere, dei suoi credo. Amleto vorrebbe vedere reagire i #giovanimerda, come avrebbe fatto lui se questa fosse stata la sua lotta. Le “armi”, de Silva, le ha deposte perché questa è la battaglia di un’altra generazione, che dovrebbe rialzarsi per riguadagnare tutti quei diritti persi nel corso degli anni. Il Dizionario potrebbe stuzzicare e far reagire, così che i giovani possano essere degni eredi di quelle “armi”. Ma come si fa? Alle volte è una mosca bianca che svolazza e può essere d’ispirazione, poi, chissà, effetto domino, neuroni specchio ed emulazioni varie all’opera e le cose iniziano a cambiare. E se le cose non cambiassero? Meglio volare bianco, fiero e degno della libertà di aver volato come preferiva.

Chi scrive crede che per introdurre un’intervista con Amleto, o meglio chiacchierata, data la sua cordialità, si dovesse fare a meno dei soliti preamboli e andare dritti al sodo. Nasce per caso la scoperta del suo nuovo libro, così come la voglia di sentire cosa lui abbia da dire. Il per caso diventa in un attimo ricerca di un contatto, tramutatosi poi in appuntamento telefonico e conclusosi con una chiacchierata, si spera non l’ultima, che difficilmente chi scrive potrà più dimenticare. Bando alle ciance, ecco l’intervista.

 

D: Iniziamo… devo fare un mea culpa, nonostante l’ammirazione che provo per te da quando ti ho scoperto, fino a poco tempo fa non sapevo chi fossi o casa facessi…

R: Capiti benissimo, perché non ho nessuna velleità né di essere famoso né di essere riconosciuto. Non me n’è mai importato niente, figurati adesso che ho un’età. Chi mi conosce lo sa, sono così. È una questione di carattere, non è una scelta eroica. Nasci in un modo non è che scegli di esserlo.

 

D: E tu sei nato così, parli in faccia…

R: È chiaro che conviene di più essere scemi. Se però non lo sei, ci puoi anche provare, ma non ci riesci. Ci si nasce in un certo modo, non te lo puoi inventare.

 

D: Nasce spontanea una domanda, quanti insulti ricevi per il tuo modo di fare “sfacciato”?

R: Stranamente molto pochi, perché io non sono uno che ama litigare, mi scoccio. Se uno fa questo mestiere, è normale che non piaci alla gente. Pure perché non rivolgo mai insulti diretti a qualcuno nello specifico e non metto alla gogna la gente. Quando si litiga è una spirale di botta e risposta, così facendo passa la giornata e va a finire che mi ritrovo alla sera che non ho letto un libro, non ho sentito un bel disco, non mi sono divertito… e questa cosa non mi va. Ho di meglio da fare.

 

D: Hai scritto il Dizionario illustrato dei #giovanimerda, perché li vuoi “strigliare”?

R: Io non è che li striglio, io li piglio per il culo, che è diverso. Strigliare suppone che ti aspetti qualcosa, come a scuola: «Il ragazzo è intelligente ma non si applica». Questi sono cretini, pure che si applicano, che fanno? A me fa piacere che qualcuno si offenda, ma non hanno capito che prima di tutto questo è umorismo e quindi è una cosa fatta per ridere. Alcune cose, poi, sono oggettivamente la verità. Quando ero giovane io, c’era il teatro buono, il cinema buono, la musica buona e adesso c’è questa musica di merda e questa non è una cosa che mi sono inventato io. Non bisogna essere permalosi, sfotto i giovani per sfottere la società in cui vivono i giovani. Vedi, quarant’anni fa, un grande umorista che si chiamava Antonio Amurri, tra l’altro paroliere di canzoni molto famose, scrisse un libro che si chiamava Come ammazzare la moglie e perché. In questo libro prendeva in giro le donne in una maniera così diretta che se lo facesse oggi, a parte che nessuno glielo pubblicherebbe, lo denuncerebbero. Per davvero. Oggi le cose forti non te le fanno proprio fare.

 

D: È questo il motivo per cui ti sei sempre mosso in maniera indipendente?

R: Io con gli editori ho sempre fatto come con le donne quando ero single: devono venire loro da me. Altrimenti non funziona. Il Dizionario mi è stato chiesto, perché io usavo questo hashtag #giovanimerda quando postavo un po’ di musica e l’editor, Luca Ippoliti di Magic Press, mi ha proposto l’idea. Considera che uno dei miei libri preferiti è il Dizionario dei Diavolo di Ambrose Bierce, così mi sono chiuso in casa e ho scritto il mio Dizionario. Io non credo nel rincorrere gli editori, pubblicano un sacco di merda e allora devono venire loro da me. Oltre al rapporto che devi creare con loro, perché io non amo che la gente metta le mani sulle mie cose o si metta a sindacare su cosa ho scritto o perché. Nonostante tutto, il Dizionario sta andando bene, è già stato ristampato. Più che l’indipendenza, è la dignità che paga. Per me sono importanti le storie e soprattutto il linguaggio di tutti i giorni. Nei miei romanzi, la gente parla come parla veramente la gente, non sono io che amo dire le parolacce. E mi piace, mi diverte.

 

D: Sei il verista del 2000?

R: Ma non è verista, è normalista! È che oggi passa per rivoluzionario chi fa le cazzate come quelle che faccio io. Io non sono rivoluzionario, sono una persona pacifica. Se però attorno a me ci sono i servi e i ruffiani, allora divento un rivoluzionario. Lo sarei pure tendenzialmente, ma sono vecchio, mi sono scocciato. Ora tocca ai giovani.

 

D: Mi sento toccata dalle tue parole del Dizionario, ma come cambiare le cose?

R: Il fatto è che qualcuno dovrà pur cominciare. Se i ragazzi vanno a lavorare per 300 €, è quello il problema. Per quella cifra non bisogna andare a lavorare, pure perché non si riesce a fare niente con quei soldi – caso a parte per le situazioni difficili. I giovani dovrebbero cominciare a dire no. Il problema è che ai tempi miei si faceva, nessuno lavorava per una miseria. Se non cominciano tutti a rifiutare certe cose, non è che si va avanti, anzi. Se si accetta la pratica del giocare al ribasso, chi ha il potere, il ribasso lo praticherà sempre più.

 

D: Non è un meccanismo difficile da disinnescare, forse perché è nato troppi anni fa?

R: Cercare di capire le ragioni è inutile. Bisogna solo agire. Non è mai stato facile, nemmeno per me quando ero giovane. Ma bisogna farlo. Pensa alla musica, era complicatissimo trovare un CD dei The Clash o di Jimi Hendrix e che quella fosse musica di qualità è un fatto. Oggi i giovani hanno tutta la musica del mondo, disponibile quando e come vogliono, e ascoltano roba di merda. Una cosa sono i The Clash e una cosa ben diversa tutto il resto. Se si vive una vita senza qualità poi la paghi. Iniziate voi giovani a comprare dischi e libri di qualità, siate diversi e a testa alta. Tutti gli altri sono scemi… e con gli scemi non si parla!

 

D: I giovani non hanno più pepe?

R: Il pepe te lo fai venire. Basta iniziare, poi seguirà l’esempio una persona, dieci, venti e alla fine le cose cambiano.

 

D: E se quell’uno restasse un caso unico e le cose restassero uguali?

R: A questo punto, meglio passare la giornata come più preferisci. Vai a prendere il sole al lungomare. Il sole è gratis. Smetti di consumare. Una mossa bisogna darsela e tocca ai giovani agire. Pensa a Daniele Sepe: è passato all’auto-produzione, fa delle cose bellissime e le fa da solo. Certe cose le devono fare i giovani adesso, non io, sarebbe innaturale. Io posso fare il vecchio rompicoglioni al massimo.

 

D: Bisogna trovare la forza di reagire…

R: Ripeto, reagire può anche voler dire andare a prendere il sole al lungomare. A che possono servire 300 €? Se è per pagare le bollette o perché si ha un figlio, va bene. Se invece servono per comprare le sigarette, il caffè o il cellulare, allora meglio stare a prendere il sole. Chi ti vuole trovare, sa dove cercarti: di fronte al mare. Questi di oggi non sono lavori dignitosi. Quale sarebbe la rivoluzione dei giovani? L’arte nobilita l’uomo, non il lavoro. Andassero sul lungomare e leggessero Fëdor Dostoevskij mentre guardano gli schiavi che vanno a lavorare giusto per comprare le sigarette. È così.

 

D: Torniamo ai libri, fra quelli che hai scritto, quale ami di più?

R: Li amo tutti. Forse amo un po’ di più il primo, perché non ci credevo nemmeno io. L’ho auto-pubblicato su ilmiolibro.it. Mi ha aiutato a farmi rendere conto che piaceva, benché fosse un romanzone di circa cinquecento pagine. Pensai che se piacevo alla gente che mi piaceva, non agli scemi che non li considero, allora forse non ero proprio così scarso. Da lì ne ho scritti altri e altri già sono in cantiere. E sono grato alle persone che mi invitano a presentare i libri, che mi seguono, perché non ho un ufficio stampa potente alle spalle.

 

D: Che libro stai leggendo adesso?

R: Ne sto leggendo due. Un vecchio libro di poesie di Gozzano, che rileggo regolarmente. Poi ho seguito il consiglio di un amico di leggere Notre-Dame de Paris di Victor Hugo tradotto da Luigi Galeazzo Tenconi. So che sembra una cosa intellettuale, ma sto rileggendo Victor Hugo, l’ho letto quarant’anni fa e adesso è il momento in cui me lo posso gustare. A leggerlo, la mia autostima va a terra!

 

La chiacchierata è stata ben più lunga, gli spunti e le cose che chi scrive ha avuto la fortuna di sentire sono stati molti e l’impazienza di poter nuovamente trovare Amleto lungo il proprio percorso è molta. Sembra doveroso concludere con un suo consiglio: «Scemi si nasce non è che lo puoi diventare, quindi vai avanti e fottitene. Lo dico come un padre».

 

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About Stella Sacco

REDATTRICE | Classe 1986, con doppia cittadinanza italiana e napoletana. Giornalista con una laurea triennale in Scienze della Comunicazione a Napoli e una magistrale in Scienze Politiche a Bologna. È curiosa e si interessa di tutto, in particolar modo di politica & attualità e di marketing & comunicazione. Tra esperienze lavorative in copywriting e concerti, sogna un futuro in qualunque posto del mondo.

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