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Il chatbot mi ha rubato il posto di lavoro

Pubblicato il Pubblicato in Politica ed Economia, Quorum, Recenti
I chatbot, gli assistenti virtuali, futuro della customer care
I chatbot, gli assistenti virtuali, futuro della customer care

Rapido, preciso ed efficiente. No, non è il lavoratore più stacanovista ed efficiente del mondo. O meglio non lo è sotto un certo punto di vista, perché a lavorare, lo fa. Forse anche troppo. Troppo per un umano, si intende. Se si esclude dal lavoro il solo campo semantico dello sforzo, del fare qualcosa e lo si inserisce nel contesto del dareavere, del lavorare per ottenere qualcosa in cambio, che sia uno stipendio o un frutto della terra, allora in quel caso, no, non è un lavoratore.

Di chi si parla? Del chatbot e più in generale dei robot messi a svolgere mansioni fino a poco fa svolte dall’uomo. Fin dalla Prima Rivoluzione Industriale si è sempre guardato con sospetto alle macchine perché ladre di lavoro. In verità il progresso e il senno di poi hanno mostrato che con l’ingresso in campo della meccanizzazione il trend creato era tutt’altro che negativo. L’automazione ha sempre portato con sé la formazione di nuove figure professionali legate al mondo plasmato e mutato proprio dalla loro presenza. I più catastrofisti dubitano che nell’Anno Domini 2017 ci possa essere ancora un futuro lavorativo laddove le macchine saturino il mercato dell’occupazione. È davvero così? Non c’è più scampo? Negli ultimi tempi ha fatto molto clamore l’implementazione dei chatbot su Messenger, la piattaforma di messaggistica istantanea del social network Facebook. Non c’è da stupirsi, di chatbot se ne ha esperienza da anni, basta pensare alle varie Siri, Cortana e Google Now.

Occorre ripensare al rapporto fra lavoro e automazione
Occorre ripensare al rapporto fra lavoro e automazione

Fra questi strumenti di conversazione, chi più e chi meno egregiamente riesce a sostenere un dialogo umanizzato. Il fil rouge che li unisce è uno. Tre, a voler essere esatti. Tutti questi sistemi conversazionali sono rapidi perché rispondono istantaneamente a tutte le richieste che gli vengono poste, anche se ve sono milioni e contemporaneamente. Le risposte che forniscono sono precise, calcolate su misura e sull’esigenza dell’utente. Infine, sono efficienti. I chatbot lavorano instancabilmente ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Per ora non chiedono nemmeno ferie e straordinari, poi chissà che il futuro non riservi altro.

Scherzi a parte, la scelta da parte delle aziende di puntare sulla automazione apre non pochi dubbi sul futuro verso cui si sta dirigendo il mercato del lavoro. È pur vero che, nel caso dei chatbot, questi rimpiazzerebbero uno dei lavori più terribili, temuti, malpagati e insoddisfacenti al mondo, ossia quello dei call center. C’è da dire, però, che centraliniste e centralisti di tutto il mondo preferiscono avere un lavoro, anche se brutto, piuttosto che non averlo affatto. Arginarsi in una sterile discussione sulla verosimiglianza di uno scenario in cui i robot rubano il lavoro non condurrebbe lontano. Come sollevato dall’indagine dell’ONU sull’impatto dell’automazione nel mercato del lavoro, l’effetto della tecnologia sulla vita sociale deve prevedere un ripensamento di tutta la società in modo tale che questa possa seguire i ritmi e le necessità create da un mondo in così rapida crescita, partendo dalle politiche educative e dai programmi scolastici. È pur vero che le Nazioni Unite si rivolgono ai Paesi in via di sviluppo, ma come poter escludere da un simile consiglio gli Stati che hanno il loro posto fra i grandi della Terra ma le cui economie collassano o comunque lasciano che i propri cittadini si impoveriscano sempre più?

I ritmi imposti dai recenti progressi tecnologici sono serrati, ma questo non deve giustificare un comportamento disfattista o, peggio, farraginoso e lento. Sono ottocentoventicinque mila i professionisti informatici che servirebbero entro il 2020, almeno secondo le stime della Commissione Europea. Ci sono tali numeri? L’Europa è pronta? E l’Italia? Di sicuro non si prospetta un futuro propriamente roseo dato il suo ritardo sul digitale – se confrontata con gli altri Paesi europei, perché nei confronti di altre realtà, come il Giappone, l’Italia è quasi all’era preistorica. Per non parlare poi delle problematiche legate alla tassazione; l’erario deve molto alle entrate provenienti dalle imposte sul lavoro e sulle buste paga, l’automazione svincolerebbe del tutto le aziende dal pagare quella tipologia di tasse. Bill Gates aveva proposto di tassare i robot che lavorano in azienda. Punto di vista opinabile, contro cui si è scagliata anche Milena Gabanelli.

Quale che sia il futuro, occorre pensare e anche piuttosto in fretta. Reinventarsi forse. Non si vogliono assumere toni allarmistici, ma il caso dei chatbot è emblematico. Chiunque preferisce parlare con questi assistenti virtuali: ci sono sempre, hanno tutte le risposte, quelle giuste per giunta, e sono raggiungibili con Telegram o con Messenger. Cosa può esserci di meglio? Il campo dell’AI fa passi da gigante e con esso gli algoritmi per migliorare la comprensione semantica e la contestualizzazione delle parole per i chatbot. L’unico campo a non muoversi altrettanto velocemente è quello sociale – e scolastico in particolare.

Si dovranno creare nuovi mestieri. Ok, ma a partire da dove?

 

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About Stella Sacco

REDATTRICE | Classe 1986, con doppia cittadinanza italiana e napoletana. Giornalista con una laurea triennale in Scienze della Comunicazione a Napoli e una magistrale in Scienze Politiche a Bologna. È curiosa e si interessa di tutto, in particolar modo di politica & attualità e di marketing & comunicazione. Tra esperienze lavorative in copywriting e concerti, sogna un futuro in qualunque posto del mondo.

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