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C’era una volta il Natale

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Charles Dickens (1812-1870) noto scrittore britannico, autore di «Canto di Natale».
Charles Dickens (1812-1870) è stato uno scrittore, giornalista e reporter di viaggio britannico, autore del racconto “Canto di Natale”

Chissà cosa direbbe oggigiorno il Fantasma del Natale Passato di Charles Dickens guardandosi un po’ attorno. Si meraviglierebbe forse della bellezza dei corsi principali illuminati, degli alberi di Natale di ogni tipologia e fattura posti al centro delle piazze (quelli magari non vandalizzati dagli Attila di turno), delle vetrine dei negozi pullulanti di oggetti a tema e lucine sfavillanti per poi accorgersi magari che nulla, esteriormente, sembra essere cambiato. Eppure riavvolgendo indietro il nastro e neanche di molto, arrivando all’incirca a quando gli attuali ventenni o trentenni erano dei teneri pargoli, credo che il Fantasma del Natale Passato si rifiuterebbe di stringere la mano a quello del Natale Presente da pari a pari, poiché tante – forse troppe – sono le differenze che, tramite un’analisi visivamente comparata, saltano poi inevitabilmente all’occhio.

Ci saranno pure gli stessi canti natalizi – quelli che impari all’asilo ignaro del fatto che li canterai ancora a novant’anni in preda alla peggiore forma di demenza senile – che riecheggiano per le strade, le luci e tutto il resto: gli addobbi, la frenesia, le strenne, ma qualcosa la dice lunga su ciò che forse, inconsapevolmente, abbiamo perso per strada: lo spirito.

Per comprendere ciò che il Natale un tempo voleva significare non basta puntare i riflettori sul background religioso di questa festività – sebbene con ciò non se ne stia negando l’importanza – quanto su quello che in se stessa questa festività voleva esprimere in toto, ai tempi in cui non tutti avevano tutto, quando alle cose semplici sapeva darsi il valore che meritano, se non di più. Vigeva infatti un tempo in cui la tombola si giocava coprendo i numeri delle cartelle con le bucce d’arancia o con i legumi, che bastava la gomitata dell’infante scalpitante di turno o il tremolio più banale per lasciare che la tua giocata andasse a rotoli – o a fagioli, vedete un po’ voi. La tombola automatica neanche c’era in commercio e invece della manopola che gira l’aggeggio con i simboli dentro o del recipiente in plastica con un’unica fessura affinché, di volta in volta, dall’imboccatura possa passarne uno solo, i numeri si estraevano da un banale sacchetto, giusto dopo un «mischia bene che ho puntato anche io e ancora non è venuto fuori neanche un numero di quelli che ho in cartella» dello sfigato di turno, quello che se ha la grazia di fare un ambo è solo perché possibilmente chi l’ha fatto prima di lui si è dimenticato di reclamarlo o, nella più comica delle circostanze, ha deciso di essere dimentico non tanto per distrazione, ma per pura e semplice compassione e perché a Natale, in fondo, siamo tutti un po’ più buoni. Un tempo in cui Babbo Natale era una credenza capace di perpetuarsi oltre la soglia dell’infanzia, in cui un bambino di nove anni poteva scrivere la famosa letterina senza che la razionalità più amara e schernitrice di un coetaneo si sostituisse al candore dell’ingenuità. C’era anche il tipico zio in sovrappeso, quello che un po’ tutte le famiglie potevano vantare prima che Valsoia sfondasse con il suo «No al colesterolo!» e che anche i più golosi si sforzassero di mangiare healthy perché un po’ di sana ciccietta a quanto pare oramai sembra essere malvista, e che veniva – casualmente, certo – sorteggiato per vestire i panni di Santa Claus: insomma, lo zio che ha rischiato di terminare i suoi giorni incastrato nel vano del camino o assaltato dai nipotini di turno alla stregua di un negozio di griffe durante il Black Friday (e vi risparmio il video virale dei due tizi che fanno a botte per un televisore perché la fiducia nel genere umano di molti presumo sia già vacillante, non vorrei essere la causa scatenante del suicidio di massa di coloro che alla possibilità di una redenzione cerebrale non ci vogliono più credere).

Dicevo: i fantomatici regali… quelli che si aspettava la mezzanotte per scartarli e che possibilmente erano un paio di pantofole, o uno di calzini, tipo quelli tipicamente natalizi ma con i gommini antiscivolo sotto che «no, stai tranquillo, con questi non cadi» ed il giorno dopo, successivamente al brevetto, erano solo dolori, ghiaccio e Lasonil, con tanto di frecciatine della mamma e verso la tua stupidità, e verso il mittente del regalo da lei giudicato più idiota di te; oppure un libro, o il maglione lavorato con i ferri dalla nonna, di quelli che sai già pungeranno come una seduta d’agopuntura cinese, ma che ti sforzerai d’indossare perché con lei la parola «no» sortisce lo stesso effetto della parola omosessuale ad un Family Day: ed è subito scandalo. Si trattava per lo più, dunque, di cose essenziali e non certamente dell’ultimo modello di iPhone o laptop: cose di fronte alle quali si sapeva gioire lo stesso, se non con maggior sincerità e profondità d’animo.

Un periodo, quello del nostro viaggio indietro nel tempo, in cui si regalavano giocattoli per lo più fino agli undici o dodici anni, che magari poi potevano anche regalarti tutto il Toys Store con commessi incartati un mese prima ma miracolosamente sopravvissuti all’asfissia annessi, ma se eri una bambina di quelle un po’ sui generis – e diciamocelo, rompi scatole – come me avresti comunque continuato a puntare le macchinine dei tuoi cuginetti maschi, giusto per non smentirti mai: perché tu non volevi Cicciobello, tu volevi Action Man, sebbene le grida interiori e gli istinti omicidi della povera zia X che giusto mentre tu piagnucoli perché Ken ti sembra Barbie senza trucco, con una leggera plastica facciale e i capelli trapiantati del Berlusca, lei è consapevole di aver sprecato almeno due ore della sua preziosissima esistenza davanti allo scaffale delle bambole per trovare ed acquistare quella che sperava tu non possedessi; ma visto e considerato che il mai una gioia è sempre stato di questo mondo cara zia, purtroppo tua nipote quella fantomatica bambolina o ce l’ha, o ci gioca al massimo dieci minuti per poi stancarsi, dato che in fondo non ha niente di diverso da tutte le altre, oppure, appunto, questa si ostina a non avere occhi che per lui, il solo, unico ed inimitabile Action Man con cui progetta, nonostante la tenera età, tresche amorose e matrimoni con le sue beniamine di plastica che i produttori di Beautiful con qualche piccola modifica potrebbero benissimo ricavarci materiale per altre dieci, inedite, stagioni.

Alan Turing (1912-1954) è stato un matematico, logico e crittografobritannico, considerato uno dei padri dell'informatica e uno dei più grandi matematici del XX secolo.
Alan Turing (1912-1954) è stato un matematico, logico e crittografo britannico. È considerato uno dei padri dell’informatica e uno dei più grandi matematici del XX secolo

C’era anche il fatidico momento in cui, nel bene o nel male, capitava che due parenti diversi ti regalassero la stessa cose e allora tu eri costretto a capire, in anticipo ovviamente, quale delle due parti si sarebbe maggiormente offesa qualora avessi chiesto di cambiare il suo cadeaux: così, quando dopo il momento “scarto compulsivo” il sonno scioglieva lentamente le tue membra (ogni riferimento al «λύειν γυῖα» di Omero è puramente casuale) dovevi comunque rimanere vigile per cimentarti nella decifrazione delle espressioni facciali e dei gesti dei diretti interessati che il Codice Enigma a confronto è soltanto l’ennesimo cruciverba da ombrellone de La Settimana Enigmistica e Alan Turing la casalinga disperata che si è portata dietro non solo i suoi figli, ma anche quelli della vicina e che quindi, dato il surplus di movimenti e schiamazzi, non sa se inveire contro la ciurma di marmocchi o la definizione dell’undici orizzontale, capitale della Finlandia, che «mannaggia a me quando non ho studiato geografia riponendo tutte le mie speranze nella barbabietola da zucchero».

Ebbene signori miei, potrei annoverare immagini sempre nuove per ore, ma la verità è che ognuno di noi potrebbe porsi come autore della continuazione: ciascuno possiede nei meandri della sua memoria dei ricordi che custodisce gelosamente, ricordi che concernono emozioni e stati d’animo che in queste occasioni si rivelano condivisi dalla maggior parte di coloro che ad iniziative come queste, annualmente, hanno preso parte. Oggi, quindi, cos’è cambiato? È cambiato che preferiamo starcene insieme senza stare insieme davvero, in salotti che si trasformano in quei non-luoghi la delineazione dei quali è stata partorita dalla penna dell’etnologo e antropologo francese Marc Augé.

Abbiamo sacrificato l’aspetto comunitario a causa di nuovi strumenti che se da un lato ci fanno credere di percepire il mondo intero come vicino, dall’altro producono alienazione ed estraniamento, al punto tale che mentre non ce ne rendiamo conto ci catapultano in una dimensione estremamente individuale. Accade così che siamo in famiglia, in gruppo, eppure è solo il nostro corpo ad essere lì: la mente e le sue funzionalità chissà dove, mentre ci scattiamo l’ennesimo selfie o postiamo le foto delle nostre tavole imbandite o del nuovo e fiammante Apple Watch ricevuto la sera della vigilia con tanto di didascalia «grazie mà, grazie pà».

Marc Augé ( n.1935) è un etnologo e antropologo francese, noto per aver introdotto il neologismo «nonluogo».
Marc Augé (1935) è un etnologo e antropologo francese, noto per aver introdotto il neologismo “nonluogo”

Aggiungiamo poi che se prima la sera del 24 Dicembre dopo il cenone, per le famiglie credenti ovviamente, si filava dritti in Chiesa per la veglia natalizia, adesso nella stragrande maggioranza dei casi dopo cena si aspetta di digerire (processo che potrebbe richiedere dalle sei alle sette ore, dolce escluso), di scartare i regali ed inviare a tempesta il solito e melenso messaggio d’auguri da inoltrare in un colpo solo a tutta la rubrica – tranne ovviamente a quelli che nel Mulino che vorremmo starebbero sotto la macina, che «è Natale e a Natale si può dare di più» con questi soggetti vale solo per le sberle -, premurosamente deselezionati dall’elenco, ma a cui, qualora fossero loro a scriverci, saremmo prontissimi a rispondere con un «grazie cara/o, anche a te e famiglia» standard, perché «anche a te e famiglia» è come il nero, sta bene su tutto. Scartiamo regali da pacchetti che prima adocchiamo pretenziosi, diamo tutto per scontato e certe volte, disgraziatamente, non si tratta neanche di regali fatti con il cuore o per cui si perde del tempo: sono i regali fatti perché si devono fare, il cui atto d’acquisto affonda le sue radici nel consumismo e nel convenzionalismo più puro, al punto che spesso le gente si ritrova stressata persino per effettuare le strenne. Pochi oramai fanno i regali del cuore a discapito di quelli solo ed unicamente by Mastercard: abbiamo paura di deludere le altrui aspettative, che spesso oltretutto vengono a loro volta plasmate dai dettami di una società schifosamente materialista, mentre prima di aspettative neanche ne avevamo. Sì, perché sapevamo andare oltre la sterile apparenza, sapevamo attribuire un valore sentimentale e non convertibile in euro alle cose; agli auguri che facevamo ci credevamo davvero, tanto che i nonni raccontano, con lo sguardo di chi quelle immagini le sta ripescando da un ripostiglio remoto, che ai loro tempi il giorno di Natale si indossava il vestito buono per andare a far visita ad amici e parenti, magari con un pensierino sottobraccio, cose da poco, ma che nella loro piccolezza sapevano trasmettere tanto.

Per questo, alla luce di tutto ciò che in questa sede è stato detto, non credo di riuscire ad augurarvi semplicemente Buon Natale. Ciò che vi auguro, piuttosto, è sinceramente questo: che esso possa avere valore. No, non parlo di prezzi, non parlo di cifre dall’importo ricopribile con l’ausilio del banale codice PIN di un bancomat, ma il valore delle cose che non si possono comprare, di quelle belle, genuine e sentite, di quelle che una volta che passano non le riprendi più perché già mentre vanno via le saluti con la consapevolezza che sono passate per sempre. Vi auguro che ogni singolo giorno del nuovo anno, visto che siamo in tema auguri, possa essere intriso di quella concezione di prezioso che abbiamo quasi perso, alla stregua di tante ulteriori cose.

Ma questa ovviamente è un’altra storia e non voglio correre il rischio di scadere nel patetismo: dal canto mio credo di essere stata già abbastanza nostalgica, ho deciso che mi fermo qui. Per ora.

Buone feste a tutti i nostri lettori!

 

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About Sara Campisi

REDATTRICE | Siracusana, innamorata della sua terra, classe 1996. Frequenta la triennale di Filosofia presso l'Università degli Studi di Bologna. Visionaria, irrimediabilmente e perennemente distratta, lettrice camaleontica con uno spiccato interesse per la fisica. Ama i viaggi, la musica classica ed il mare.

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