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C’era una volta a İstanbul: storie dalla Turchia post-golpe

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Guardo Istanbul dal finestrino dell’aereo,

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Veduta aerea di Istanbul – Turchia

Ad osservarla dall’alto sembra sempre la stessa, immutata. Da un’altezza così elevata, non si vedono gli sconvolgimenti che l’hanno attraversata in questi mesi. Si nota solo la sua bellezza, luce e grandezza. All’atterraggio, un bambino grida felice, in turco, «Evimize döndük / Siamo tornati a casa». Sì, siamo tornati a casa. Ma potrebbe non essere quella che ricordavamo.

Atterrare è come tornare alla realtà. Le differenze tra questa e l’ultima volta che io e la vecchia Costantinopoli ci siamo viste si nascondono bene, ma ci sono. In aeroporto ci sono molte meno persone. I controlli sono più severi – in una sola giornata vengo perquisita tre volte. Corro sull’Havataş, l’autobus che dalla sponda asiatica mi porterà a Taksim. Ci sono pochissimi stranieri: qualcuno parla in francese, qualcuno in arabo e sono quasi certa di essere l’unica italiana a bordo. Un anno fa, la tendenza era inversa. Solo quattro mesi fa, al posto del mio autobus passava su questo ponte un carro armato. Ma la strada non porta alcun segno. Anche lei, immutata.

I primi grossi cambiamenti li scorgo alla passeggiata su Istiklal Caddesi, la via più popolare della metropoli. Camminando scopro nuovi edifici e negozi. In particolare, uno dei primi cinema del distretto di Beyoglu, l’Emek Sinemasi, è stato rimpiazzato dal museo delle cere Madame Tussaud. Un tentativo maldestro di attirare più turisti, dato che secondo il Ministero del Turismo turco, questi ultimi sono calati del 26,46% rispetto allo scorso anno. La Turchia è ora percepita dagli stranieri come molto più pericolosa di quello che è realmente. Le zone turistiche – solitamente affollatissime – sono diventate un quartiere semideserto. I negozianti si annoiano sulla porta, aspettando clienti che non arrivano.

A Taksim – sull’Atatürk Kültür Merkezi, che storicamente funge da bacheca durante i giorni di proteste politiche – campeggia lo slogan «Hakimiyet Millettindir / La sovranità è del Popolo». Poco più avanti, nella strada verso Cihangir, un altro cartello recita «Biz milletiz. Türkiye’yi darbeye, teröre yedirmeyiz / Noi siamo il popolo. La Turchia non permetterà al terrorismo e al colpo di Stato di crescere». Questi poster sono disseminati in tutta la città. Ed è proprio vedendoli che mi rendo ancor più conto di quanto il tentato colpo di Stato abbia sconvolto l’immagine della città che mi sono portata nel cuore quando sono partita. Molti turchi lo paragoneranno agli attentati dell’11 Settembre o alla tragedia del Bataclan. Appena arrivo a casa abbraccio la mia ex coinquilina. Zeynep ha trent’anni ed è un’insegnante. I nostri discorsi scivolano subito sul tentato golpe. Mi racconta che dopo quella notte non è uscita di casa per due giorni. «Poi è tornato tutto normale, il Lunedì già si tornava a lavoro». A due ore dal mio arrivo, questa sarà solo la prima di tante conversazioni riguardanti il colpo di Stato, la crisi economica, gli arresti, la politica estera. Temi prepotentemente presenti nei pensieri, nei discorsi, nelle vite dei giovani ragazzi turchi.

È il 28 Novembre e, proprio in quel giorno, il Parlamento Europeo (a Strasburgo) decide di congelare temporaneamente i negoziati per l’ingresso della Turchia nell’UE. La risoluzione ha ottenuto il via libera con 479 voti a favore, 37 contrari e 107 astensioni. Le motivazioni di questi risultati sono state le «misure repressive sproporzionate» adottate dal Governo dopo il tentato colpo di Stato del 15 Luglio. La Turchia non soddisfa sette dei settantadue requisiti definiti nella tabella di marcia per la liberalizzazione dei visti, alcuni dei quali rivestono particolare importanza. La notizia però, a prescindere dalle sue motivazioni, non sorprende. I negoziati, avviati oltre dieci anni fa, erano fermi già da tempo. Era chiaro da tanti anni che la Turchia non sarebbe mai entrata nell’Unione, sia per ragioni politiche che per mancanza di reale volontà che questo accadesse, da ambo le parti. L’adesione all’UE è un obiettivo che il Governo turco voleva raggiungere fin dalla fine degli Anni Ottanta. Nel 1963 la Comunità Economica Europea (CEE) – predecessore dell’UE – firmò l’Accordo di Ankara, il Trattato di associazione con lo Stato turco. I negoziati sono stati rimandati al 2005, ma da quel momento non c’è mai stato nessun grosso balzo in avanti. Anzi, le relazioni tra Turchia ed Europa si sono deteriorate, soprattutto dopo i violenti accadimenti del 15 Luglio. Il tentato golpe ha causato 294 vittime, producendo uno tsunami politico che ha avuto conseguenze sia sulla politica estera che interna. Al maldestro tentativo di colpo di Stato, Europa, NATO e USA hanno dato una titubante risposta, lasciando la Turchia (sia il Governo che l’opposizione) insoddisfatta per la mancanza di un’immediata espressione di solidarietà.  C’è stata, da parte della Turchia, un’incerta percezione che molti politici occidentali inneggiassero ai golpisti.

turkey-eu1Il rancore percepito per l’abbandono durante il colpo di Stato non è una sensazione nuova. L’idea di essere trattati come altri dall’Occidente ha radici profonde. La cosiddetta paranoia turca, l’idea che ci sia un nemico che vuole dividere il Paese, è stata per decenni – e lo è tuttora – parte integrante della psicologia collettiva turca. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Turchia venne spogliata di tutti i territori mediorientali e spartita in zone di influenza tra UK, Francia, Italia e Grecia in base al Trattato di Sèvres dell’Agosto 1920. Fu soltanto grazie a Mustafa Kemal Atatürk che le potenze vincitrici furono costrette a riconoscere, con il Trattato di Losanna del Luglio 1923, gli attuali confini della Repubblica di Turchia. Queste manovre non sono però bastate a riparare i cocci, e la sensazione di tradimento persiste ancora oggi.

Emerge ogni qualvolta si parli dell’Europa con un ragazzo turco. Hakan ha trent’anni, lavora in un ufficio che aiuta gli stranieri a sbrigare le pratiche burocratiche per aprire un’attività, fare il visto, aprire un conto in banca. Ha la mentalità aperta, ha viaggiato tanto e grazie al suo lavoro è sempre a contatto con gli stranieri. Anche lui mi racconta dell’orribile notte che ha passato il 15 Luglio scorso. Abita vicino a Taksim, la piazza in cui si sono svolti i più cruenti scontri. Ha trascorso la notte accovacciato in corridoio, ad aspettare che il rumore finisse. E sperando non finisse troppo male. Gli chiedo come vanno le cose adesso, e mi spiega che non vanno bene per niente. Sta avendo pochi clienti, dice che ha notato un calo soprattutto dopo l’attentato a Istiklal Caddesi – poco distante dal suo ufficio – il 19 Marzo scorso. Mi racconta che quest’anno l’Università di Istanbul conta soltanto settanta studenti Erasmus, contro i trecento degli altri anni e che prevalentemente sono turco-tedeschi o polacchi. Nessun italiano, nessun francese, nessuno spagnolo. Nessun europeo. In compenso mi dice che Beyoglu è ormai diventata siriana: ci sono tantissimi profughi. Gli chiedo cosa ne pensa della decisione di Strasburgo, e mi risponde di essere sempre stato sicuro che la Turchia non sarebbe mai entrata in Europa. Questa percezione è molto più comune di quanto sembri. Secondo un recente sondaggio, infatti, il 64% dei turchi voterebbe NO alla continuazione dei negoziati per l’adesione. Condotto tra il 15 ed il 19 Novembre dalla società Mak Danişmalik che ha intervistato 5.400 persone in trecento città metropolitane e venti comuni, evidenzia uno stato di completa disillusione verso il sogno europeo da parte dei turchi. Se ci fosse stato un referendum sull’ingresso della Turchia nell’UE, il risultato probabilmente sarebbe stato negativo. Poche ore dopo la mia chiacchierata con Hakan, Recep Tayyip Erdoğan dichiara che potrebbe non rispettare gli accordi con i migranti. «Mi pare logico. Noi abbiamo accolto i migranti, ma ancora non abbiamo visto né Schengen né tantomeno soldi. Con noi l’Europa è stata ingiusta. Se ci dessero la possibilità di viaggiare più liberamente, sarebbe meglio per tutti».

L’ingresso nell’Unione Europea non è, però, l’unico problema attuale della Turchia. Dopo il tentato darbe è iniziata un’enorme crisi economica, che ha coinvolto tutti, senza eccezioni. «Non ho mai visto una cosa del genere in tanti anni», mi spiega «e ho davvero paura di come andrà a a finire». Proprio una settimana fa, Erdoğan ha detto di aver convertito tutte le sue attività liquide in valuta locale, chiedendo al suo popolo di fare lo stesso. Ma questo, ovviamente, non è bastato ad arginare la crisi. In seguito al fallito golpe, il Paese ha subito un deflusso di capitali stranieri e, allo stesso tempo, i proventi del turismo sono crollati: come reso noto dalla Banca Centrale, nel terzo trimestre sono diminuiti del 32,7% rispetto allo stesso periodo del 2015.

Non solo gli investitori, ma anche molti giornalisti sono scappati dalla Turchia. Rokaya è una mia amica egiziana di venticinque anni. Lavora come giornalista per TRT, la TV statale turca. Si è trasferita a Istanbul nel 2013 perché nel suo paese c’è stato un colpo di Stato militare, con la complicità di giudici e polizia. Il fautore del colpo di stato è stato Abd al-Fattah al-Sisi, sesto e attuale Presidente della Repubblica egiziana. Dopo il golpe egiziano, la situazione per i giornalisti è diventata particolarmente pericolosa, e la Redazione si è dovuta spostare in blocco a Istanbul. Il 15 Luglio, mentre lavorava, ha vissuto il secondo colpo di Stato della sua vita e si è nuovamente dovuta difendere dai golpisti: «Ho cercato di parlarci e capire per quale motivo lo stessero facendo. Gli ho detto che in Egitto è successa la stessa cosa, prima che sprofondasse nella dittatura. L’unica risposta che mi hanno dato è stata “Fatti gli affari tuoi”». Le ho chiesto se ha avuto paura, mi ha risposto «Sono egiziana. Ho già visto tantissime cose, non posso tornare nel mio Paese. Cos’altro può spaventarmi?». Mi racconta poi che, la maggior parte dei suoi colleghi stranieri è scappata subito dopo il golpe.

Nonostante questa difficile situazione generale, gli abitanti della Turchia cercano però di essere positivi. «Geçecek, passerà» mi dicono tutti, mostrandomi una resilienza per cui quasi provo invidia. Qualunque cosa si pensi sulla Turchia in questo suo difficile momento storico (in cui la sua immagine internazionale è sicuramente ai livelli più bassi) non si può prescindere dalle eccezionali difficoltà a cui sta facendo fronte: guerra, terrorismo, crisi economica, un tentato colpo di Stato, esasperazione del nazionalismo. Bisogna riconoscere alla Turchia lo straordinario coraggio nell’affrontare questi numerosi problemi. Del resto, sia in questo momento che storicamente, ha bisogno dell’Europa quanto l’Europa ha bisogno di lei. E non solo per la questione dei migranti.

Qualsiasi considerazione non può che partire da questo presupposto.

 

Rokaya nella redazione di TRT, il 16 luglio (la mattina dopo il tentato colpo di Stato).
Rokaya nella Redazione di TRT, il 16 Luglio (la mattina dopo il tentato colpo di Stato). In mano ha un proiettile sparato dai golpisti

 


 

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About Ilaria Porru

REDATTRICE | Classe 1993, sarda. È laureata in Lingue e Comunicazioni presso l'Università degli Studi di Cagliari. Viaggiatrice per natura, durante il suo corso di studi ha incontrato la Turchia, Paese che le ruba il cuore e da cui non riesce più a separarsi. Vive attualmente ad Istanbul.

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