U.S. Republican presidential candidate Donald Trump holds an rally with supporters at the convention center in North Charleston, South Carolina February 19, 2016. REUTERS/Jonathan Ernst - RTX27RT8

Centoventi giorni di Donald J. Trump: tra promesse e dichiarazioni, quale linea politica?

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Donald J. Trump è il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, a partire dal 20 Gennaio 2017. Dopo più di centoventi giorni è lecito chiedersi quale sia la linea politica che la sua amministrazione sta perseguendo.

 

 

In campagna elettorale, si sa, è facile fare promesse di cui poi ci si dimentica. Alcuni giornali americani si sono occupati quindi di annotarle: erano settantasei ad inizio campagna [1] , un anno fa, ed erano rapidamente salite a duecentottantadue dopo sei mesi fino a sfiorare quota seicento (cinquecentottantotto per la precisione) a poche settimane dalle elezioni generali dell’8 Novembre 2016. Alcune di queste sono piuttosto inconsuete, come non mangiare più biscotti Oreo finché Nabisco, l’azienda americana che li produce, non riporterà l’intera produzione dal Messico agli Stati Uniti [2], o come «far pagare al Messico centomila dollari per ogni persona che attraversa illegalmente il confine perché la cosa è un problema» [3].

Altre invece sono più classiche e si riconoscono in quel filone della destra americana (i fiscal conservative) che vuole meno tasse e meno Stato con proposte quali abrogare completamente l’Affordable Care Act – la riforma sanitaria introdotta dall’amministrazione di Barack Obama, meglio conosciuta come Obamacare – o come mettere in atto il cosiddetto Penny Plan [4], che ogni anno ridurrebbe la spesa netta americana dell’1% rispetto al totale dell’anno precedente, applicare immediatamente un blocco delle assunzioni su tutti gli enti pubblici federali per ridurre il numero di dipendenti grazie alla fine naturale del periodo lavorativo (per dimissioni, pensionamento o morte) tranne che per il settore militare, quello della sicurezza pubblica e della sanità, o di smantellare la Dodd-Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act, che ha l’obiettivo di impedire l’eccessiva assunzione di rischi all’interno nel settore finanziario (la proposta fu fatta diventare legge da Obama nel 2010) [5].

Altre ancora sono inusuali per un Presidente repubblicano ma comunque riconducibili ad un filone culturale prossimo ai movimenti estremisti noti come Tea Party, quali smettere di investire soldi per l’esplorazione spaziale finché gli Stati Uniti non avranno sistemato tutte le buche sulle strade [6] o rinegoziare l’Accordo di libero scambio nordamericano (noto col nome di NAFTA) o  alternativamente ritirarsi dall’accordo stesso (applicando l’articolo 2205) [7] e di ritirarsi al tempo stesso dal Trans-Pacific Partnership (TPP) – l’accordo commerciale simbolo della presidenza Obama, che coinvolge i Paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico – comportando la cessazione dell’accordo [8].
Da sinistra verso destra: Donald J. Trump (1946), Barack Obama (1961)
Da sinistra verso destra: Donald J. Trump (1946), Barack Obama (1961)

Un filone normalmente etichettato come protezionista emerge chiaro nel rapporto di Trump con l’industria con proposte chiaramente intese a scoraggiare le importazioni quali imporre nuove tasse sulle importazioni delle aziende che in passato avevano sede negli USA (la cifra più spesso citata da Trump è il 35%, che non trova però una esatta corrispondenza nei dati statistici) o come imporre una tassa addizionale del 45% sui prodotti cinesi importati negli Stati Uniti. Altre proposte che possono essere ricondotte al sistema di pensiero protezionista-populista sono la sua promessa di «dire al Presidente della Ford che alla sua casa automobilistica sarà imposta una tassa del 35% sulle auto importate negli Stati Uniti a meno che non vengano annullati i progetti di costruzione di un grande stabilimento dell’azienda in Messico» [9] o quella di «Fare in modo che Apple inizi a costruire i suoi cavolo di computer e i suoi cosi negli Stati Uniti, invece che in altri Paesi» [10].

Famoso e ricorrente per l’intera campagna elettorale (nelle primarie prima e nelle presideziali poi) è l’approccio ostile all’immigrazione, insolito per un Paese fondato da migranti e che ha nelle proprie radici e nella propria cultura il mito del successo individuale e dell’opportunità di integrarsi e di crescere per lo straniero di buona volontà. Trump ha promesso di triplicare il numero degli agenti della Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale statunitense che si occupa di controllo dei confini e di immigrazione; creare una task force che si occupi dell’espulsione degli immigrati irregolari e di «espellere immediatamente milioni di migranti sin dal primo giorno di presidenza assieme a tutti coloro che vivono qui col visto scaduto» [11] o come «sbarazzarsi del programma per i visti H-1B [visti rivolti ai lavoratori altamente qualificati, in modo che un numero maggiore di persone di talento che si laureano nelle più prestigiose Università americane – quelle della cosiddetta Ivy League – possano rimanere negli Stati Uniti e lavorare nella Silicon Valley] perché per i lavoratori americani è “davvero, davvero pessimo”» [12].

Sulla politica estera, se è nota l’ostilità verso la Cina, l’indifferenza verso i Paesi Alleati – in particolare europei – e la vicinanza alla Russia (fatto nuovo e alquanto inconsueto nella politica americana, in particolare di parte repubblicana) è meno chiaro come Donald Trump pensi di poter conciliare concretamente i due slogan tra loro antitetici che ha utilizzato per tutta la lunga campagna elettorale. Make America Great Again (spesso abbreviato in MAGA) è uno slogan molto usato dal Republican Party (Grand Old Party, trad: Partito Repubblicano), in particolare dall’area interventista vicino al pensiero di Ronald Reagan, e che fu lo slogan ufficiale della campagna presidenziale del 1980 utilizzato dal GOP per alimentare il sentimento di riscossa del popolo statunitense dal decennio di stagnazione economica e di duro confronto con Mosca che aveva preceduto l’avvento di Reagan. Le politiche reganiane sono solitamente contrassegnate dal neoliberismo in economia (abbattimento delle tutele sociali, tagli al welfare, bassa tassazione e grande liberalizzazione e internazionalizzazione del mercato dei servizi e delle merci al fine di aumentare la competizione e di efficientare l’apparato produttivo) assieme a un forte interventismo in politica estera, caratterizzato da azioni militari unilaterali, da un potenziamento delle Forze Armate e da un uso muscolare della diplomazia e dell’influenza politica all’estero.

America First invece, lo slogan suggerito dai collaboratori più vicini a The Donald, rimanda allo slogan ufficiale della campagna presidenziale del 1916 di Thomas Woodrow Wilson che sosteneva un tendenziale isolazionismo degli USA che – nella sua visione – sarebbero dovuti rimanere sostanzialmente neutrali di fronte agli eventi del mondo esterno a meno che questi eventi non minacciassero direttamente la prosperità e la sicurezza del suolo americano. I seguaci di questa linea politica sostengono un deciso disimpegno delle Forze Armate all’estero e una maggiore attenzione alla politica interna, con dazi doganali e misure protezionistiche per conservare stabile il mercato interno e il proprio sistema produttivo e – generalmente – una moderata ostilità alle culture ritenute diverse dalla propria.

thumbSe osserviamo quanto sta provando a realizzare l’amministrazione di Trump di quelle promesse che abbiamo visto prima, risulta evidente che il Presidente sta oscillando continuamente fra due linee politiche inconciliabili, cercando di accontentare ora una ora l’altra ma – almeno al momento – creando forte sconcerto all’interno del suo partito (il quale sta manifestando un’insofferenza alla sua guida piuttosto notevole considerando che sono passati solo quattro mesi dall’insediamento) e – soprattutto – nell’elettorato. Se Donald Trump è il primo Presidente della storia americana che tenta una sintesi fra le due grandi anime del Great Old Party (quella imperialista e quella isolazionista) è anche vero che è il primo Presidente della storia americana che è scivolato sotto un tasso di approvazione del 40% dopo soli cento giorni di presidenza (il dato della rilevazione odierna conferma questo trend, confermando la forte impopolarità del Presidente il cui operato sta ricevendo l’approvazione solo del 39% degli elettori statunitensi) [13].

L’oscillazione fra le due linee politiche, finora, lo ha portato a non ottenere risultati. Se è indubbio che i suoi ordini esecutivi in materia di immigrazione (per quanto parzialmente abrogati dall’intervento dei giudici federali), il blocco dei visti e l’accesa retorica abbiano contribuito a creare un clima ostile all’immigrazione, tuttavia i cittadini americani favorevoli alla sua politica non hanno ancora visto alcun risultato concreto del suo operato nel settore. Né, tanto meno, è stato fatto alcun passo in avanti nel tentativo di accordarsi col Messico per la creazione del muro e delle recinzioni confinarie promesse in campagna elettorale.

Anche dal punto di vista della politica interna la linea politica scelta permane oscura, così come rimangono ignoti gli eventuali benefici della stessa. Il Presidente si è effettivamente ritirato dal TPP, tuttavia il tentativo di abrogazione dell’Obamacare, la mancata rinegoziazione del NAFTA e il sostegno invece alle attività di Wall Street stanno creando delusione in quell’elettorato dei ceti medio-bassi che lo aveva votato nella speranza di una redistribuzione economica e di un sostegno al reddito tramite una nuova politica industriale di stampo protezionista e ostile al mercato finanziario.

Nella politica estera invece, forse, potrebbe – fra molte incertezze – prevalere una linea più vicina alle posizioni interventiste del Partito Repubblicano visto il pieno sostegno all’Arabia Saudita e l’aperta ostilità al processo di pacificazione con l’Iran, il sostegno alla destra israeliana di Benjamin Netanyahu, oltre al rifinanziamento di molte operazioni militari all’estero fra cui l’Iraq e l’Afghanistan. Rimangono tuttavia grandi interrogativi dovuti alla volontà di parziale disimpegno degli Stati Uniti dalla NATO (North Atlantic Treaty Organization) e dall’atteggiamento ambiguo (e apparentemente condizionato da interessi personali) nei confronti della Federazione Russa.

I prossimi mesi, oltre alle conclusioni delle indagini da parte del Procuratore Speciale incaricato di indagare sull’entità dei rapporti illeciti fra lo staff di Donald Trump e il Cremlino, ci diranno se davvero quest’ultimo sarà il primo Presidente che riesce a conciliare le due anime storiche del Partito Repubblicano oppure se una di esse prevarrà in modo chiaro sull’altra.

 

A woman walks past a graffiti depicting U.S. Republican presidential candidate Donald Trump (R) and Russia's President Vladimir Putin in Vilnius, Lithuania, June 1, 2016. REUTERS/Ints Kalnins  FOR EDITORIAL USE ONLY. NO RESALES. NO ARCHIVES

 

 

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About Walter Rapetti

REDATTORE | Classe 1987, genovese. Laureato magistrale in Storia, possiede un master in Pubblica Amministrazione. Ha la brutta abitudine di occuparsi di politica, in particolare europea e internazionale, e di andare a caccia di guai facendola talvolta in prima persona. Tuttavia, rimane un umano grazie ai suoi interessi: storia, antropologia, natura, innovazione tecnologica condite da "nerdosità" quali LEGO e giochi di ruolo.

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