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C’è la crisi, ma da domani acquisto solo cacciabombardieri

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di Fabiano Catania

L’articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: <<L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali>> […]. Eppure l’annosa questione sui caccia F-35 americani continua a tenere banco, soprattutto in questi giorni in cui il quotidiano La Repubblica ha rivelato l’intenzione del Presidente del Consiglio Matteo Renzi di voler ulteriormente diminuire i caccia da a acquistare da 90 a 45. Facciamo un po’ di chiarezza sull’oggetto della discordia.

Questo aereo non è ancora pienamente sviluppato e, come è ormai noto, presenta già numerosi problemi tecnici che continuano a generare ritardi e aumento dei costi; l’Italia, come molti altri paesi aderenti alla NATO, ha aderito al programma commissionando inizialmente 131 esemplari, ridotti poi da Mario Monti a 90. Adesso che si vuole ulteriormente dimezzare tale numero sono usciti allo scoperto i soliti soggetti pronti a difendere il programma ed avvertire il Governo sulle conseguenze di questa eventuale decisione; ciò che è certo è che l’ulteriore dimezzamento a 45 esemplari comporterebbe per l’Italia risparmi stimati di 2 miliardi ma si tratta di una cifra valutata forse per difetto poiché gli F-35 ben difficilmente riusciranno a diventare vendibili a buon mercato e la rinuncia a 45 velivoli potrebbe quindi produrre risparmi quasi doppi rispetto alle attuali previsioni. Occorre inoltre considerare che l’intero programma costa ai contribuenti 14 miliardi di cui 2.5 già versati ed altri danni per il comparto industriale italiano in quanto la Lockheed Martin, società americana produttrice dei velivoli, per “convincere” l’Italia ad acquistarli, ha preparato un piano di compensazione industriale che prevedeva il coinvolgimento di alcuni poli italiani nella costruzione dei caccia; in particolare è stato costruito appositamente lo stabilimento di Cameri, costato 814 milioni di euro (soldi dei contribuenti, ovviamente) per produrre cassoni alari e assemblare i velivoli italiani e olandesi ma che è già destinato a lavorare in perdita visto il taglio del governo olandese da 85 a 37 esemplari e se dovesse concretizzarsi anche il taglio di Renzi tale stabilimento è destinato all’improduttività più assoluta. Bisogna poi tenere conto delle complesse operazioni di manutenzione che obbligherebbero a portare gli aerei spesso negli Stati Uniti con i relativi oneri e costi che ne conseguono.

Alla luce di questo è davvero così fondamentale per un Paese come l’Italia, che ha appunto inserito nella propria Carta Costituzionale il ripudio della guerra, immischiarsi in un programma così imponente e così costoso? Probabilmente no e sempre più persone anche ai piani alti dei palazzi del potere se ne sono accorte ma proprio per questo è dovuto scendere in campo direttamente il Presidente Obama, probabilmente preoccupato dall’improvviso dietro front del nostro Paese. Dietro la visita per dimostrare tutto l’appoggio dello Stato a Stelle e Strisce al neo premier Renzi c’era una sapiente quanto pericolosa operazione di marketing; ovviamente Obama fa gli interessi della propria economia dato che tale programma porterebbe la Locheed Martin, già leader mondiale nell’industria bellica, a rifornire di armamenti quasi l’intera Europa con un guadagno spaventoso per gli Stati Uniti ma deve dunque essere l’Italia a fermarsi un attimo e analizzare i fatti: in piena recessione è giusto spendere in armamenti i soldi dei contribuenti mentre Pompei crolla? E’ giusto continuare ancora ad investire sulle armi nel 2014? Per quali guerre? E contro chi soprattutto? Chi ci guadagna con questi F-35?
Sono tante le domande ma pochissime le risposte, come sempre.
Merita tuttavia un cenno la costruttrice di questi aerei: la Lockheed Martin, società statunitense nata dalla fusione di Lockheed Corporation e Martin Mariella ed oggi maggior contraente militare degli Stati Uniti. Scavando nella storia delle due società si scopre che la Lockheed è una vecchia conoscenza della politica e della magistratura del nostro Paese. Nel 1976 l’azienda ammise di aver pagato tangenti a politici e militari stranieri per vendere a stati esteri i propri aerei militari. Nello scandalo risultarono coinvolti Italia, Germania Ovest, Giappone e addirittura la monarchia Olandese mentre nel 1978 il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, investito in prima persona dallo scandalo, dovette dimettersi.

Dunque si aggiungono altre domande a quelle che ci stiamo già ponendo: non potremmo sviluppare direttamente nel nostro Paese queste tecnologie, tramite ad esempio Finmeccanica? Ma soprattutto, conosciamo i soggetti con cui stiamo facendo affari?

 

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About Fabiano Catania

COLLABORATORE | Classe 1990, siciliano di nascita ma pisano di adozione. Station Manager di RadioEco, radio dell'Ateneo di Pisa, da sempre ha una grande passione per la scrittura e l’informazione libera. Si interessa di musica indipendente ed è un appassionato del cinema d’autore.

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