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Le cause della Seconda Guerra Mondiale

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Adolf Hitler

Ormai l’incubo di un’imminente Terza Guerra Mondiale è dietro l’angolo. Non che questa possa veramente scoppiare ma i diversi fronti di conflitto aperti su vari territori, e le parole di Papa Francesco, (il quale ha affermato che stiamo già vivendo la Terza Guerra Mondiale), fanno capire quanto questa paura sia instaurata nelle teste delle persone. In questo articolo analizzeremo le cause dell’ultima grande Guerra Mondiale, per capire quali furono i meccanismi e gli eventi che condussero l’Europa nel baratro, tra il 1939 e il 1945.

In molti sostengono che la Seconda Guerra Mondiale sia veramente iniziata nel 1919 con il Trattato di Versailles, ovvero con quel patto che mise la parola fine al primo conflitto di caratura internazionale. La fine della Grande Guerra, come ben sappiamo, generò un’infinità di insoddisfazioni, sia tra le Nazioni vincitrici che, a maggior ragione, tra quelle dichiarate sconfitte. L’Italia, ad esempio, fu una delle tante vincitrici di quello scontro ma, subito dopo l’emanazione del suddetto trattato, si indignò talmente tanto da definire la vittoria della Prima Guerra Mondiale una vittoria mutilata. Di lì a poco sarebbe sprofondata nella guerra civile, soffocata poi da Benito Mussolini con l’instaurazione del Regime Fascista.

La Germania, la grande sconfitta d’Europa, uscì dal Trattato di Versailles frustrata, con la sensazione di aver subito un’ingiustizia. Dovette cedere diversi territori ad un nuovo Paese: la Polonia. Queste concessioni crearono spiacevoli situazioni poiché questi territori erano abitati da tedeschi che volevano continuare o iniziare a far parte della Germania ma che, a causa di un colpo di penna, si ritrovarono sotto un’altra bandiera, sentendosi dunque offesi e abbandonati. Altre situazioni si generarono con lo smembramento dell’Impero Austro-Ungarico. Nacquero dei nuovi Stati, tra cui proprio l’Austria e la Cecoslovacchia. Gli austriaci compresero benissimo che il loro Impero fosse finito (era noto a tutti che l’Impero austro-Ungarico fosse oramai il grande malato d’Europa) e speravano, essendo tedeschi, di poter entrare a far parte della Germania. Le potenze vincitrici, però,  decisero che l’Austria sarebbe dovuta restare indipendente. Stessa sorte toccò alla Cecoslovacchia, anch’essa abitata, per una buona percentuale di territorio, da cittadini che desideravano solo diventare cittadini tedeschi a tutti gli effetti.

Nel 1933, in Germania, vinsero le elezioni i Nazisti e andò al potere un certo Adolf Hitler. Fra i vari punti del suo programma, quello più sentito dai tedeschi era proprio la revisione del Trattato di Versailles. La questione inquietante, negli anni che precedettero la guerra, fu la cornice di tali eventi. Le potenze democratiche (Francia ed Inghilterra) ebbero l’illusione di poter fare delle concessioni al Führer pur di preservare la pace in Europa. Hitler, invece,  ebbe l’illusione di potersi riprendere i territori strappati e magari qualcosa in più, senza che nessuno si fosse opposto in maniera netta.

Era il 19 Novembre 1937 e mancavano meno di due anni allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il Ministro degli Affari Esteri inglese, Lord Halifax, andò a Berlino per incontrare Hitler, manifestando una simpatia per le rivendicazioni territoriali tedesche. Vi era una nuova generazione di politici che capirono di essere stati troppo duri con la Germania e, dunque, si dimostrarono disponibili per trattative di revisione verso le “ingiustizie” fatte pagare allo Stato teutonico. Lord Halifax, inoltre, mise sul banco una nuova problematica quando affermò ad Hitler che la Germania era il vero baluardo europeo contro il Bolscevismo. In Europa si fece finta che l’Unione Sovietica non esistesse, affinché fossero tenuti lontani gli ideali rivoluzionari che quest’ultima portava in grembo. I politici occidentali, ai tempi, non sapevano che Stalin avesse ormai messo da parte le velleità rivoluzionarie della primissima Unione Sovietica, per cui l’incubo del Bolscevismo era qualcosa di molto tangibile. Meglio i Nazisti di Hitler che i Bolscevichi di Stalin!

Il progetto di Hitler partiva invece dall’Austria, ove esisteva un Partito Nazista che prendeva ordini dal Cancelliere tedesco. Hitler consigliò ai nazisti austriaci di creare agitazioni, da subito. Una serie di attentati, di atti terroristici e disordine, stravolse quindi l’Austria. Nel Marzo del 1938, a Vienna, il Partito Nazista austriaco fece il colpo di Stato e invitò le truppe tedesche ad entrare i Austria affinché si garantisse la sicurezza. Il 12 Marzo del ’38 le truppe tedesche entrarono in Austria. All’estero nessuno disse nulla! Ci fu un’esultanza popolare e venne siglato questa nuova unione tramite plebiscito popolare, che vide trionfare, col 99%, l’annessione dell’Austria alla Germania.

In Inghilterra, il Times di Londra paragonò quanto successo a ciò che era avvenuto due secoli prima, con l’annessione della Scozia all’Inghilterra. Dopo pochissimi giorni, sempre nel Marzo del ’38, Hitler convocò il capo dei nazisti cecoslovacchi. Fra i sudeti (i tedeschi cecoslovacchi) esisteva un Partito Nazista e che rispondeva, infatti, alle direttive teutoniche. Il Führer ripeté il solito progetto: iniziare con le agitazioni di piazza, gli attentati e gli omicidi politici, affinché fosse generata l’instabilità. La propaganda nazista in Germania cominciò ad esasperare la situazione dei sudeti, sostenendo che quest’ultimi venissero continuamente discriminati, arrestati, torturati e persino uccisi, senza dei motivi validi. Gli ambasciatori dei Paesi europei in Germania cominciarono a credere a queste notizie ed appoggiarono  la battaglia della Germania nazista. Si pensò che la Cecoslovacchia avrebbe dovuto concedere quei territori allo Stato tedesco, affinché non scoppiasse alcun conflitto.
Un solo Paese fu contrario a queste concessioni e spinse per una linea ben precisa: un accordo fra le potenze europee per garantire l’esistenza della Cecoslovacchia, impedendo ad Hitler di minare altri confini.  E quel Paese fu l’Unione Sovietica ma nessuno, ovviamente, la prese in considerazione. L’ambasciatore inglese a Mosca inviò un telegramma a Londra con scritto: <<La Russia va considerata fuori dalla politica europea>>.

Si andò avanti per mesi, con la stampa tedesca che premeva sulle condizioni disumane dei sudeti e con la Francia e l’Inghilterra che spinsero il Governo cecoslovacco ad attuare delle concessioni alla Germania. Nel Settembre del ’38, Inghilterra e Francia decisero di costringere i cecoslovacchi ad attuare delle concessioni. Chiesero a Benito Mussolini di organizzare una conferenza tra loro (un tavolo di trattative) e il  Führer, affinché si trovasse una soluzione a riguardo. Venne organizzata quindi la Conferenza di Monaco, dove s’incontrarono Hitler, Benito Mussolini, il Primo Ministro inglese Chamberlain e il Primo Ministro francese Daladier.

E’ doveroso, a questo punto, mettersi nei panni di Chamberlain e Daladier, per capire i loro sbagli, senza etichettarli immediatamente come politici di serie B.  I due erano pervasi da un incubo, come tutta la generazione che aveva vissuto direttamente il Primo Conflitto Mondiale. Tutto ma non una nuova guerra internazionale, dunque: e loro due erano convinti di fare la scelta giusta, quando decisero di salvaguardare  la pace a tutti i costi. Se per salvare la pace europea si fosse dovuta sacrificare parte della Cecoslovacchia, allora che si iniziasse col sacrificare la Cecoslovacchia. Durante la Conferenza di Monaco, infatti, la Cecoslovacchia restò fuori dalla porta, in attesa di conoscere il suo futuro. Venne deciso che l’intera area dei sudeti passasse sotto la protezione della Germania. Questa volta, gli Stati democratici, non si limitarono al silenzio, ma regalarono un pezzo di terra alla Germania, condannando a morte certa la Cecoslovacchia, poiché il pezzo sottratto era quello più ricco e produttivo dell’intero Paese. Chamberlain, di ritorno da Monaco, disse alla folla:

<<La sistemazione del problema cecoslovacco, che adesso abbiamo raggiunto, secondo me è solo l’inizio di una sistemazione più ampia, in cui tutta l’Europa potrà trovare la pace. Questa mattina ho avuto un altro incontro col cancelliere tedesco, Her Hitler, e qui c’è il trattato che porta la sua firma e la mia. Noi consideriamo il trattato, stipulato ieri notte, come il simbolo del desiderio dei nostri due popoli di non andare mai più in guerra l’uno contro l’altro. Miei cari amici, il Primo ministro britannico è tornato dalla Germania portando la pace con onore. Io credo che sia la pace per il nostro tempo. Andate a casa e fatevi una bella dormita tranquilla>>.

La prima pagine de "La Gazzetta del Popolo" successiva alla Conferenza di Monaco del 1938
La prima pagine de “La Gazzetta del Popolo” successiva alla Conferenza di Monaco del 1938

Ricordiamoci che mancano solo undici mesi allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e, col senno di poi, può sembrarci pure un discorso di cattivo gusto, se non sapessimo della sua buona fede. Hitler fu un maestro dell’inganno. Imbrogliò tutti, da Chamberlain a Daladier, da Mussolini ai capi di Stato polacchi. La Polonia, che sarà la prima vittima della II Guerra Mondiale, quando avvenne la spartizione della Cecoslovacchia, ne approfittò per acquisire anch’essa un pezzetto di territorio. Quest’ultimo era un Paese governato da colonnelli, con una flebile democrazia, nazionalista e ferocemente anti-bolscevita. E difatti videro in Hitler il loro più grande amico ed alleato. Mancano ormai sette mesi allo scoppio del conflitto ed Hitler, nel Reichstag, disse così: <<L’amicizia fra Germania e Polonia è uno dei fattori rassicuranti nella vita politica dell’Europa>>.

Nel Marzo del ’39, la Cecoslovacchia, indebolita dalla cessione dei territori sudeti, sprofondò nel caos, col rischio di  essere invasa dall’Ungheria. Hitler ordinò al Presidente della cecoslovacchia, Emil Hàcha, di recarsi a Berlino. Il Presidente Hàcha obbedì e venne a sapere dal Führer che l’esercito tedesco era prossimo ad entrare nella Cecoslovacchia col fine di mantenere l’ordine nazionale. Il presidente cecoslovacco venne obbligato a firmare un foglio dove dichiarava di aver richiesto lui questo aiuto. Se non lo avesse fatto, Hitler promise di  radere al suolo Praga con la Luftwaffe. Hàcha, già debole di cuore, venne colto da un infarto e, con i medici che lo tennero sveglio, firmò la dichiarazione, lasciando la libertà ad Hitler di entrare nella Cecoslovacchia con le truppe. Nemmeno questa volta nessuno intervenne contro la Germania.

Chamberlain, due giorni dopo, parla alla Camera di comuni. Iniziò ad intuire che di Hitler non ci si possa più fidare. La sintassi del suo discorso, rivela la forte ansia nel proferire tale giudizio verso il Cancelliere tedesco, poiché questo avrebbe pericolosamente portato allo scoppio di un conflitto: <<Ma non ci viene in mente, inevitabilmente, questa domanda? Ma se è così facile scoprire buone ragioni per ignorare delle garanzie date in modo così solenne e così ripetuto? Ma allora che affidamento possiamo fare su altre garanzie che ci verranno dalla stessa parte? Questo è l’ultimo attacco contro un piccolo Stato? Oppure sarà seguito da altri? Non è che questo è un passo nella direzione di un tentativo di dominare il mondo con la forza?>>.

Hitler, il 15 Marzo, prese i territori della Cecoslovacchia, esattamente dieci giorni dopo fece giungere in Polonia la richiesta di voler prendere la città libera di Danzica. I Polacchi rifiutarono tale richiesta e il Führer commentò così, nel Reichstag, la risposta polacca sul problema di Danzica. Fine Aprile del ’39: <<Questo di Danzica è forse il problema più doloroso per la Germania. Io pensavo che la sua soluzione pacifica avrebbe contribuito ad allentare definitivamente la tensione in Europa. Il governo polacco ha rifiutato la mia offerta. Mi dispiace moltissimo di questo atteggiamento incomprensibile del governo polacco!>>.

 

Una prima pagina sui fatti di Danzica
Una prima pagina sui fatti di Danzica

 

Come sempre partirono le azioni destabilizzanti, fra sparatorie ed attentati. Questa volta però, Inghilterra e Francia, decisero che era ora di fare qualcosa. Inizialmente proposero alla Polonia di negoziare un trattato di alleanza con esse. Chamberlain assicurò che, nonostante l’accordo non fosse ancora firmato, Francia ed Inghilterra avrebbero difeso la Polonia se qualcuno l’avesse attaccata. Francia e Inghilterra, avendo capito che di Hitler non ci si poteva più fidare, fecero un’altra azione inaudita. Cominciarono a pensare di intavolare delle trattative con l’Unione Sovietica di Stalin. A dir la verità, l’unico che veramente volle portare a conclusione questo accordo, fu Stalin mentre i due fautori di tale trattativa, sembravano ripensarci ogni volta. Il dato è oggettivo, poiché Stalin, ai loro telegrammi, rispose dopo un giorno mentre i Ministri francese ed inglese lo fecero sempre dopo settimane. Stalin, a questo punt,o non volle rischiare di trovarsi solo. Aveva paura che Francia ed Inghilterra lo tirassero dentro e, al momento opportuno, lo abbandonassero contro la Germania (la Russia, poi, era da poco uscita da una grossa guerra non dichiarata contro il Giappone, dunque provata da questo conflitto). E per questo iniziò a pensare di intavolare un accordo commerciale con Hitler. Per tutta l’estate, Stalin tenne il piede in due scarpe, intavolando trattative con la Francia, con l’Inghilterra e con la Germania, restando in attesa di vedere quello che sarebbe successo.

Una foto del dittatore dell'URSS, Josef Stalin
Una foto del dittatore dell’URSS, Josef Stalin

L’Italia, in tutto questo, cosa stava facendo? Mussolini era “amico” di Hitler, tanto che il 2 Maggio del ’39 sigliò il Patto d’acciaio con la Germania. In realtà Mussolini era molto preoccupato dell’imminente scoppio della guerra. L’Italia, in quel momento, era completamente priva di risorse. Aveva già combattuto diverse guerre, come quella d’Etiopia e quella a fianco di Franco, in Spagna. Per tale motivo, le casse statali erano vuote, non c’erano risorse per nulla. Inoltre, mentre ormai tutti gli Stati chiave, cominciando ad annusare la possibilità di un conflitto, compirono enormi sforzi economici per rinnovare i propri armamenti, l’Italia restò indietro, non potendo modernizzarsi come gli altri, a causa dei buchi economici descritti poco prima. Poté restare ad assistere inerme ad un rapido invecchiamento di tutte le sue componenti militari e il Duce, nonostante spesso facesse finta di dimenticarsene, in realtà era ben conscio di non poter essere all’altezza della situazione.
Ciano, Ministro degli Affari Esteri italiano, incontrò a Berlino il suo collega tedesco, Von Ribbentrop. Il Duce lo aveva mandato per cercare di capire le intenzioni della Germania e nel caso di stemperare gli animi, trovando soluzioni pacifiche. Ciano, ad un ricevimento, chiese a Ribbentrop se il loro desiderio fosse soltanto Danzica. Il Ministro degli Affari Esteri tedesco rispose in modo glaciale: <<Danzica non ci interessa più, ora vogliamo la guerra!>>, generando in Ciano smarrimento e paura.

Dopo che le trattative fra Stalin e l’asse franco-britannico naufragarono, Ribbentrop si rese immediatamente disponibile e, a differenza dei suoi colleghi che non mandarono mai plenipotenziari (generando le ire di Stalin) si trovarono, non appena richiesto, niente meno che il Ministro degli Affari Esteri tedesco, sul lato del tavolo delle trattative. Si firmò un Patto di non aggressione e un accordo segreto sulla spartizione della Polonia. Oggi è facile dire che questo accordo fra la Russia Comunista e la Germania Nazista fu abbastanza naturale, per via della loro natura totalitaria e dittatoriale, ma ai tempi non fu così. Questi due Stati rappresentavano le due ideologie opposte alla soluzione politica totalitaria, per questo l’accordo sembrò letteralmente fuori dal mondo. Intanto Mussolini ammise di non poter prendere parte alla guerra. Lo disse ad Hitler, utilizzando scuse e sottolineando il bisogno di materie prime. Hitler fece scrivere una lista di materiali di cui l’Italia aveva bisogno e gli ritornò una lista completamente assurda che, se si fosse attuata, sarebbero serviti  17 mila treni. Il Duce scrisse cifre  esorbitanti come 6 milioni di tonnellate di carbone e 2 milioni di tonnellate di acciaio. Hitler mangiò la foglia e capì che non avrebbe potuto contare sull’Italia in guerra. Gli unici due aiuti che chiese a Mussolini furono un logico silenzio stampa sulla discesa in guerra dell’Italia (il Fuhrer non volle far sapere ai rivali che l’Italia non avrebbe preso parte al conflitto)  e, se possibile, di mandare in Germania un buon numero di operai, affinché aiutassero la macchina dell’industria bellicosa tedesca.

Fino all’ultimo secondo, Francia ed Inghilterra tentarono di salvare il salvabile e cercarono di convincere, inutilmente, la Polonia ad intavolare una trattativa con Hitler. Il Führer sembrò disponibile ad una soluzione pacifica con la Polonia, per paura che l’Inghilterra potesse veramente intervenire militarmente al fianco dei polacchi. Il Cancelliere tedesco, con la sua dialettica, tentò fino all’ultimo di convincere l’Inghilterra a non aiutare la Polonia. I Governi democratici ordinarono alla stampa polacca di terminare subito con i titoli provocatori e offensivi contro la Germania e di mandare subito un plenipotenziario a Berlino, affinché si potessero iniziare  le trattative con Hitler. Ci fu un estenuante confronto fra Von Ribbentrop e un ambasciatore inglese, che definì il Ministro degli Affari Esteri tedesco una copia al suo peggio di Her Hitler.

Una foto di Von Ribbentrop
Von Ribbentrop

Quando  riuscì a far ragionare Ribbentrop, trovando una soluzione diplomatica, ovvero che un ambasciatore polacco chiedesse di essere ricevuto (e non al contrario, come avrebbero voluto gli inglesi, ossia che la Germania richiedesse alla Polonia, l’invio di un ambasciatore) dal Ministro degli Affari Esteri. Il Governo polacco declinò tale invito perché troppo umiliante. A mezzogiorno e quaranta di quel 31 Agosto, Hitler firmò l’ordine di attacco alla Polonia per la mattina seguente. All’una del pomeriggio, i polacchi ci ripensarono e mandarono, senza informare la Gran Bretagna, un ambasciatore da Ribbentrop per essere informati delle condizioni per un negoziato. I tedeschi chiesero a questo ambasciatore se fosse un plenipotenziario e, a causa di una risposta negativa, lo rispedirono indietro. La Germania però non volle attaccare la Polonia senza un pretesto e, con l’aiuto dei propri servizi segreti, se lo creò: l’Incidente di Gleiwitz.
Reinhard Heydrich, pezzo grosso delle SS, aveva già organizzato da due settimane, un commando di dodici uomini tedeschi a Gleiwitz, che era una stazione-radio tedesca vicino alla frontiera polacca, con divise e documenti polacchi. Heydrich lanciò la parola d’ordine, <<La nonna è morta!>>. I dodici tedeschi, vestiti da polacchi, attaccarono la stazione  e lanciarono un segnale radio in polacco. Poco dopo  se ne andarono, uccidendo un soldato tedesco, affinché si capisse che, in territorio tedesco, ci fu un assalto polacco.

Lord Halifax, che nella notte del 31 Agosto tentò un ultimo disperato invito di negoziare, con la Germania, al Governo polacco a mandare un ambasciatore plenipotenziario. Ovviamente, il Ministro inglese non sapeva che ciò era già avvenuto, in segreto, qualche ora prima e che, i tedeschi, non vollero ascoltare l’ambasciatore. La risposta di Varsavia gelò il sangue di Lord Halifax, poiché decretava la fine delle trattative e lo scoppio della guerra. Questo fu l’ultimo disperato telegramma, prima dello scoppio ufficiale della Seconda Guerra Mondiale:

<<Il vostro telegramma è stato decifrato alle quattro di questa mattina. Il signor Lipski (l’ambasciatore polacco respinto da Ribbentrop) era già stato dal Ministro degli esteri tedesco, alle sei e mezza ieri. In considerazione di questo fatto, che è stato seguito dall’invasione tedesca della Polonia, stamattina all’alba, è chiaramente inutile che io esegua le vostre istruzioni>>.

Passarono ancora due giorni, prima che la Francia ed l’Inghilterra decidessero di dichiarare guerra alla Germania, poiché sperarono fino all’ultimo di risolvere questa imminente catastrofe con le buone.

 

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Conferenza prof. A. Barbero

Documentario Henry Kissinger, la II Guerra mondiale – le cause

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About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Si è laureato in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

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